Il turismo che affonda l’Isola di Pasqua

Il piccolo fazzoletto di terra in mezzo all’oceano Pacifico rischia di ripercorrere le orme dell’antica comunità rapanui, che dilapidò tutte le risorse disponibili. Per questo dal primo agosto nuove norme regoleranno l’ingresso e la permanenza.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Pedro Pablo Edmunds Paoa, sindaco di Hanga Roa nell’Isola di Pasqua, torna a far parlare di sé e della sua comunità. Paradigma di un suicidio collettivo, l’isola è un monito per l’intero pianeta che rischia di ripercorrere le orme dell’antica comunità rapanui, che non ha saputo evitare di dilapidare tutte le risorse disponibili nel piccolo fazzoletto di terra posto in mezzo all’oceano Pacifico, a cinque ore di aereo da ogni altra comunità umana.

Sindaco da un ventennio, quando nel novembre del 2016 lo intervistai nel suo ufficio del comune a Hanga Roa denunciò con forza i pericoli che la sua piccola isola stava correndo, schierandosi contro fenomeni di immigrazione selvaggia che stanno trasformando la componente etnica dell’isola e le sue secolari tradizioni, contro il turismo di massa portato dai voli della compagnia cilena Latam e dall’arrivo delle grandi navi che rigurgitano orde umane che mettono a repentaglio l’equilibrio di un territorio fragile.

Il sindaco di Hanga Roa Pedro Pablo Edmunds Paoa, schieratosi contro l’immigrazione selvaggia e il turismo di massa che stanno trasformando la componente etnica dell’isola e le sue secolari tradizioni.

L’allarme che Pedro Pablo ha lanciato è stato confermato da uno studio pubblicato nello scorso mese di marzo e reso possibile dal programma “Planes y Proyectos Urbanos” dell’Universidad Católica del Cile. La ricerca, coordinata dal professor Kay Bergamini, ha evidenziato come una popolazione di più di settemila abitanti che vive in maggior parte nella capitale Hanga Roa stia mettendo a rischio e danneggiando l’intera isola, a causa dell’aumento dei rifiuti urbani e del traffico veicolare privato, considerevolmente accresciuto anche per l’offerta di noleggi dedicati ai turisti che visitano i vari monumenti sparsi nell’isola. Lo stesso studio ha evidenziato l’esistenza di una cifra limite di abitanti che non è fissa, ma varia secondo ventuno parametri, tra i quali spiccano l’acqua potabile, l’energia elettrica, l’espansione urbana, l’allevamento e la persistenza e diffusione della lingua originale rapanui.

Per quanto riguarda le automobili circolanti, lo studio ha calcolato che c’è stato un incremento del quarantaquattro per cento tra il 2009 e il 2017, e che alla fine del 2016 si contavano 2396 veicoli. Stesso allarme per i rifiuti, per i quali è stato calcolato che nel 2016 l’Isola di Pasqua ha ricevuto circa 7500 tonnellate di residui, tenuto conto che non esiste una rete fognaria.

I famosi Moai.

Altro fenomeno preoccupante e strettamente legato all’incremento turistico è quello dell’immigrazione di persone che provengono dal continente o dalle isole del Pacifico, che trovano condizioni di vita più favorevoli in un luogo che sta sensibilmente incrementando il proprio reddito. Su una popolazione di circa 7750 abitanti la componente originaria Rapa Nui, pari a 3512 anime, conserva ancora la maggioranza con il 51,4 per cento, ma è incalzata dai cileni del continente con un 45,9 per cento e da un 2,7 di stranieri che hanno scelto di risiedere nell’isola. C’è da dire, poi, che negli ultimi dodici anni l’isola ha avuto un incremento demografico del 104 per cento, permesso in particolare dall’immigrazione e dagli aiuti che lo stato cileno assicura agli isolani.

In una realtà geograficamente limitata, era del tutto prevedibile che il verificarsi di uno squilibrio avesse delle ripercussioni nei più disparati settori. E che questo a molti isolani facesse venire in mente il loro buio passato. Ciò si è verificato anche nella produzione di energia elettrica e nel caso dell’allevamento di animali. Una delle cose che più colpiscono chi visita l’Isola di Pasqua è la quantità di cavalli e mucche che pascolano liberi tra i Moai lungo le coste. Anche in questo caso lo studio dell’università cilena ha potuto contare l’esistenza di 3918 cavalli e mucche, quando la capacità massima consentita dal territorio è di soltanto 2246 quadrupedi.

L’allevamento di animali come equini e bovini è tra i fattori che mettono a rischio l’ecosistema dell’isola.

Uno sfruttamento che non risparmia nemmeno la pesca, che rappresenta un settore in cui si è ormai raggiunta la saturazione; come pure sono in pericolo le prestazioni mediche e i servizi alla salute, e scarseggiano le case. Nessun problema per l’acqua, presente – anche se non di ottima qualità – e per la quale il momento di saturazione è ancora relativamente lontano, previsto per il 2023. C’è ancora spazio per il turismo, nonostante tutto, la cui media mensile è di 1019 presenze mentre l’isola è in grado di ricevere un massimo di 2779 visitatori, in considerazione degli alloggi attualmente disponibili. Il turismo nell’isola giunge in maggior parte grazie alla compagnia aera Latam, che nel 2017 ha portato 227 mila passeggeri a visitare il territorio, contribuendo a far diventare quello turistico, ancorché non saturato, un fenomeno esplosivo.

Se la ricerca ha avuto il merito di mettere in guardia l’opinione pubblica cilena contro i nuovi pericoli che minacciano la piccola isola, ha anche favorito la promulgazione della legge 21.070 che entrerà in vigore il prossimo primo agosto e che detterà nuove norme che regoleranno l’ingresso e la permanenza, imponendo ai visitatori un limite massimo di trenta giorni, dopo i quali dovranno partire. Effetto della legge sarà l’avvio dell’attività del Consejo de Gestión de Carga Demográfica, al quale saranno chiamati a partecipare rappresentanti della popolazione locale e il sindaco, con il precipuo compito di proporre le misure per affrontare la questione demografica.

Pedro Pablo Edmunds Paoa, in attesa di dare il suo contributo in difesa della comunità Rapa Nui, che in lui si riconosce e gli rinnova da due decenni la fiducia, ha già avuto modo di chiarire nei giorni scorsi le proprie convinzioni, dichiarando che

ciò implica chiudere le porte ai turisti, poi a quelli che sono entrati dopo il 2016, e anche a quelli che hanno un contratto e i famigliari. Tutti questi se ne devono andare.

In questo Edmunds Paoa è stato spalleggiato dalla governatrice dell’isola e rappresentante del governo centrale, Tarita Alarcón, che ha assicurato che alla fine di settembre sarà comunicato il metodo che determina le capacità di carico consentite, e indicate le decisioni che saranno prese.

Le due posizioni di sindaco e governatrice confermano lo stato di allerta in cui l’isola versa e sembrano finalmente mettere fine alle tensioni che spesso hanno spinto il combattivo Edmunds Paoa a scagliarsi in passato contro la passività del governo. Per intanto la legge, che entra in vigore mercoledì, fissa a trenta giorni il soggiorno massimo dei visitatori, e lo fa con il chiaro intento di proteggere il patrimonio culturale ed ecologico del paradiso Rapa Nui. E impone una serie di accertamenti al viaggiatore già dal momento del suo imbarco in aereo, come dimostrare di disporre di una prenotazione in un alloggio autorizzato e, soprattutto, di possedere il biglietto di ritorno.

Potranno, ovviamente, fermarsi più di trenta giorni i rapanui e i loro famigliari che risiedono fuori dell’isola, i lavoratori sotto contratto o con un’attività indipendente, funzionari pubblici, ricercatori scientifici e le autorità. Norma positiva, ma non del tutto chiara. Soprattutto perché non sembra ostacolare quelle “attività indipendenti”, soprattutto promosse da immigrati e con capitali non originari dell’isola, spesso avviate grazie a prestanome locali, che stanno sempre più trasformando la placida Hanga Roa in una teoria di bar e ristoranti per turisti senza soluzione di continuità.

L’autore dell’articolo, Claudio Madricardo, con Pedro Publio Edmunds, nel corso del loro incontro nel novembre 2016

Il turismo che affonda l’Isola di Pasqua ultima modifica: 2018-07-30T18:42:41+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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