Il miliardario globalista sfida il presidente sovranista

Charles Koch, grande finanziatore dei repubblicani, rompe clamorosamente con Trump sulle questioni dei dazi e dell'immigrazione. E gli dichiara guerra
scritto da GUIDO MOLTEDO

[BOSTON]
Multimiliardari come George Soros e Michael Bloomberg sono notoriamente arcinemici del loro pari diventato presidente degli Stati Uniti. Per defenestrarlo sono disposti a investire milioni di dollari. Bloomberg, indipendente di area repubblicana, ha annunciato di recente di essere pronto a tirar fuori ottanta milioni di dollari per sostenere candidati democratici in corsa per il Congresso a novembre. Un cambio di maggioranza alla camera e possibilmente anche al senato equivarrebbe a un cambio di regime, sarebbe l’inizio della fine di Donald Trump. Senza maggioranza repubblicana nelle due camere, ma anche solo in una, l’eccentrico presidente farebbe davvero fatica a stare a galla.

Che al gruppo dei “donor” anti-Trump potessero associarsi anche i fratelli Charles e David Koch, era un’eventualità impensabile, un miracolo che solo The Donald poteva fare. E sì, l’emblema stesso del conservatorismo che da anni alimenta con milionate di dollari l’opposizione alla presidenza Obama, poi alla candidatura di Hillary e a in generale ai democratici, specie ovviamente di fede liberal, è passato dall’altra parte, fino a paventare un impegno finanziario consistente a favore di candidati democratici.

I Koch non sono impazziti (per precisione Charles, perché David, malato, si è ritirato a vita privata). Tra i magnati più ricchi del mondo, (Koch Industries, azienda petrolifera e chimica, è la seconda compagnia privata più importante negli Usa, con introiti nel 2013 di 115 miliardi di dollari), sono noti per le fondazioni e pensatoi che controllano, attivi nel campo politico e nella diffusione delle idee libertarie, come il Cato Institute e Americans for Prosperity. Già, perché i Koch sono libertari. Azzererebbero il ruolo dello stato, sono per la libertà d’impresa senza freni e controlli, con una spiccata allergia ai vincoli ambientalistici. Per questo sono anche nemici giurati del protezionismo. E del sovranismo. E quindi, tanto per citare il caso più evidente, sono contrarissimi alle feroci politiche anti-immigrazione di questa amministrazione. Considerano sacra la libertà delle merci e delle persone, punti imprescindibili di un programma politico conservatore.

I politici che hanno beneficiato dei finanziamenti dei Koch

Per molte ragioni, osserva il New York Times, Trump dovrebbe essere il loro presidente ideale, per via della politica fiscale (la flat tax), delle misure anti-ecologiche a favore dell’industria e dell’energia, per la filosofia di “deregulation” che è l’impronta della politica economica di questa amministrazione.

Finora il dissenso era sullo sfondo. E’ esploso lo scorso fine settimana, nella riunione annuale del “Koch network” a Colorado Springs. Charles Koch ha definito “detrimental” le politiche sul commercio di Trump, ma ha anche stigmatizzato il clima di divisione nel paese che alimenta la sua presidenza, un clima che non favorisce l’impresa.

Non solo parole. Segue subito l’annuncio che dei 400 milioni di dollari investiti nella politica nel 2018, i candidati repubblicani non vedranno un centesimo se non s’impegneranno esplicitamente, una volta eletti, a favorire politiche di sostegno al libero commercio e non ostili all’immigrazione. Tanto per cominciare, i Koch non sosterranno Kevin Cramer, che invece il presidente appoggia con forza, nella corsa al senato in North Dakota. Piuttosto daranno soldi alla sua avversaria democratica, la senatrice uscente Heidi Heitkamp. Idem in Pennsylvania, dove i Koch sono freddi con Lou Barletta, un cocco di The Donald.

Una dichiarazione di guerra, quella di Colorado Springs, che non ha intimidito per niente Trump. E neppure Steve Bannon, il suo consigliere fidato, anche adesso che è fuori della Casa Bianca. Ai due, d’altra parte, sono sempre stati antipatici i Koch: “globalist”, sono definiti con disprezzo.

Trump replica ai Koch dicendo che sono “sopravvalutati”, che “nei circoli repubblicani sono una barzelletta assoluta”, e che da loro non ha mai preso niente perché “non aveva bisogno né dei loro soldi né delle loro cattive idee” (ma molti degli eletti alle ultime elezioni sì, compreso il suo vice Mike Pence).

La battaglia sta diventando termonucleare, dopo che Bannon ha intimato ai candidati repubblicani di non prendere soldi dai Koch, che sono “tossici”, e che in caso contrario “ci sarà una punizione”.

La strafottenza dei due si basa sulla convinzione che la base repubblicana adora il suo presidente e che nessun candidato del Grand Old Party oserebbe prendere le distanze da lui. Inoltre sono talmente sicuri di avere il vento dalla loro parte da immaginare di poter costruire due gruppi parlamentari, al senato e alla camera, totalmente allineati alla Casa Bianca.

Il miliardario globalista sfida il presidente sovranista ultima modifica: 2018-08-01T22:23:43+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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