Detroit, la sfida di Abdul

In Michigan cresce la popolarità del giovane dottore di origini egiziane El-Sayed. Si candida a governatore dello stato, e intanto potrebbe vincere le primarie democratiche martedì prossimo. Ma tanti altri sono i candidati musulmani in corsa in vista del voto di novembre
scritto da GUIDO MOLTEDO

[DETROIT]
Sembra di sognare, ma forse è davvero solo un sogno. Nell’America di Donald Trump, il presidente del Muslim ban, un musulmano di nome Abdul potrebbe diventare il prossimo governatore del Michigan e, intanto, martedì prossimo, risultare il candidato scelto dalle primarie democratiche dello stato, già questo un risultato eccezionale.

E sì, fino a qualche settimana fa era solo un’utopia la candidatura di Abdulrahman Mohamed El-Sayed, figlio di genitori immigrati dall’Egitto. Il suo nome era a mala pena menzionato nei sondaggi. Poi un boom improvviso, sulla scia del successo di Alexandria Ocasio-Cortez nella primarie democratiche di New York.

Abdul El-Sayed e Alexandria Ocasio-Cortez

La vittoria di Alexandria su un veterano della politica democratica, robustamente spalleggiato dall’establishment della città e del partito, ha avuto l’effetto del “re è nudo”. Una nuova leva di politici – giovani, donne, minoranze – sente e ha tutto il diritto di provarci a far sentire la propria voce, a candidarsi. Sfidando esponenti conosciuti e per anni intoccabili. E anche con l’ambizione di vincere.

E’ successo a New York, e può succedere ovunque. Così la vicenda Ocasio-Cortez ha avuto effetti contagiosi in diversi stati dove in questo periodo si tengono le primarie democratiche in vista del voto di novembre, per il rinnovo del Congresso ma anche per l’elezione di diverse cariche pubbliche a livello statale e cittadine. Ovunque si sono aperte molte partite che sembravano dall’esito scontato, e questo è avvenuto anche perché la stessa Alexandria, diventata una rockstar della politica, ha cominciato a girare per sostenere i candidati del rinnovamento. Comizi affollatissimi, un fenomeno che fa pensare a Obama.

Spesso ha avuto al suo fianco Bernie Sanders, ormai una “coppia” della politica molto affiatata, lei ventottenne, lui cinquant’anni di più, entrambi ammirati dai giovani, soprattutto i giovanissimi, i Millennial. Un segmento elettorale decisivo in molte di queste primarie. A Ocasio-Cortez e a Sanders va aggiunto il lavoro sempre più sofisticato e ramificato di movimenti di base come Justice Democrats e Our Revolution, le principali strutture organizzative della “nuova sinistra” americana.

In Michigan, soprattutto nell’area metropolitana di Detroit, risiede la più numerosa comunità musulmana d’America, prevalentemente libanesi e palestinesi. Non stupisce che proprio in questo stato potrebbe esserci il primo governatore musulmano degli Usa. Ma il Michigan, tolta l’area di Detroit e poche altre zone, è uno stato conservatore. Per questo la corsa di Abdul è tutta in salita, e sarà già un incredibile risultato se riuscirà a battere l’avversaria nelle primarie, una politica conosciuta nello stato, Gretchen Whitmer, attualmente in testa nei sondaggi, ma con un vantaggio sempre più ridotto.

Non va però dimenticato che in Michigan Bernie Sanders, che ha dato il suo endorsement a Abdul, sconfisse Hillary nelle primarie del 2016. Tanto che il regista Michael Moore, che è di Flint, Michigan, prevede addirittura uno TSUNAMI elettorale, il 4 agosto, e invita a votare Abdul e fare la storia: “VOTE ABDUL, MAKE HISTORY”

Con El-Sayed si sta ripetendo quello che si è già visto a New York con Alexandria, e con Ayanna Pressley a Boston, cioè la dinamica di un candidato considerato l’underdog, lo sfavorito, che sfida l’avversario più esperto, più conosciuto, più dotato di mezzi finanziari, con un linguaggio diretto, non il solito politichese, giocando la carta dell’integrità (finanziamenti dal basso, niente soldi da corporation), raccontando la storia personale di chi si è fatto da sé, la garanzia principale dello stare dalla parte degli elettori che si vogliono rappresentare. E affrontando temi considerati sconsigliabili in una campagna elettorale per il loro carattere divisivo oppure per la loro carica utopica, come l’assistenza sanitaria universale e la gratuità degli studi universitari.

La popolarità di Abdul cresce via via che la grande stampa s’occupa di lui, non solo per la novità di un musulmano proiettato verso un posto di comando importante, ma anche perché la sua candidatura rafforza la storia di un partito investito ovunque da un’inaspettata ondata di rinnovamento.

Troppo presto per dire se quest’ondata diventerà l’onda blu (il colore del Partito democratico) che sommergerà Trump e i repubblicani nel voto di novembre. Ma se tanta gente, tante donne, tanti giovani, tanti latinos, tanti asiatici, tanti neri sembrano affascinati dalla nuova leva di candidati democratici, è già questo un dato politico di rilievo, specie se si considera la grande crisi dei dem seguita alla sconfitta del 2016.

La rivista Time definisce l’interesse intorno al tentativo di El-Sayed come

uno sguardo al futuro del Partito democratico e una finestra su diverse tendenze nazionali [per] testare la capacità [dei democratici] di mettere in campo candidati interessanti in grado di parlare agli elettori di colore come agli operai bianchi.

Abdul El-Sayed, 33 anni, ha studiato alla Columbia University, conseguendo il master, e poi a Oxford ha ottenuto il dottorato in gestione della sanità pubblica. E’ stato assessore alla sanità nel comune di Detroit, dal 2015 al 2017, e attualmente vive a Macomb County, un sobborgo operaio che ha azzerato la presenza democratica – fino a Obama fortissima – regalando la vittoria a Trump nel 2016.

Parlando con In These Times, il direttore della campagna di El-Sayed, Adam Joseph, sostiene che il candidato offre politiche che

l’establishment non ha offerto per tanto tempo [dimostrando che] scelte davvero coraggiose sono possibili, con l’indicazione concreta della loro realizzazione. L’establishment dovrebbe esserne molto preoccupato. Perché saremo noi i vincitori.

NON SOLO ABDUL

Se Abdul “fa notizia”, sono diverse altre le candidature di musulmani e musulmani in diversi stati di cui poco o nulla si parla, ma che raccontano un fenomeno interessante, una della diverse spie della reazione, molto spesso dal basso, al trumpismo.
Tahirah Amatul-Wadud, 44 anni, africana americana musulmana, avvocata per i diritti civili, sfida nel Massachusetts occidentale il deputato uscente Richard Neal.
A Rochester, Minnesota, Regina Mustafa si candida a sindaco della città (ricevendo numerose minacce).
In Arizona, Deedra Abboud si candida al senato, dovendo fronteggiare nei suoi comizi gentaglia razzista che la contesta e la minaccia.
In California ha perso per poco Asif Mahmood, candidato nelle primarie per il posto di commissario staltae per le assicurazioni, avendo raccolto un milioni di dollari in donazioni per la sua campagna.
In Texas, Tahir Javed, ricco imprenditore, è arrivato secondo, ma è significativo che abbia avuto l’endorsement del capogruppo al senato Chuck Schumer.
Restano nove candidati musulmani in corsa per il Congresso, altri 18 aspiranti a cariche statali, una decina a cariche locali.
(fonte AP)

Detroit, la sfida di Abdul ultima modifica: 2018-08-03T20:46:57+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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