Il brain drain, un fenomeno europeo

La “fuga dei cervelli” non interessa solo l’Italia. Molti paesi europei affrontano lo stesso problema. Con una differenza: attirano talenti dall’esterno. Al contrario del nostro paese.
scritto da Marco Michieli

[Parigi]

Sempre più giovani lasciano la Francia, titolava qualche anno fa Le Monde. L’allarme che il quotidiano di centrosinistra lanciava si fondava sui dati raccolti dalla Chambre de commerce et d’industrie de Paris-Ile-de-France (Ccip), che raccoglie le imprese dell’area metropolitana parigina, inquiete perché in questa gara mondiale per accaparrarsi i talenti la Francia era impreparata. Secondo i dati della Ccip, i francesi residenti all’estero erano aumentati tra il 3 il 4 percento negli ultimi anni, tra i sessantamila e gli ottantamila. Dati più recenti  ci dicono che la meta preferita è il Regno Unito, seguito dagli Stati Uniti, la Spagna, il Canada, il Portogallo, gli Emirati Arabi.

E soprattutto non cessa di essere un tema al centro dell’attenzione dei quotidiani.

Perché i giovani francesi se ne vanno? Secondo i sondaggi Ifop, chi lascia la Francia lo fa per ragioni legate al mercato del lavoro, al contesto politico e sociale o ancora per lo stato dell’economia. In Francia alla mancanza di prospettive si aggiunge poi un sentimento di discriminazione. Ma molti partono anche per fare un’esperienza internazionale da inserire nel curriculum, perché le imprese ricercano persone con esperienze all’estero. E poi i vantaggi salariali.

E se molti partono, è anche vero che la Francia attira molti studenti stranieri. La Ccip raccomandava quindi di non far allarmismo ma di:

[…] incoraggiare le partenze e favorire i ritorni, rafforzare l’attrattività della Francia nella competizione internazionale per i talenti, strutturare la diaspora francese. Si tratta di vedere chi lascia il paese come una ricchezza piuttosto che il segno dell’ennesimo declino.

Attirare talenti e mantenere i legami con la madrepatria, suggeriscono i francesi. Perché mantenendo i legami con la madrepatria si possono creare occasioni di crescita.

Non molta diversa è la situazione inglese, soprattutto oggi che il Regno Unito affronta il difficile nodo della Brexit. Già nel 2015 alcune ricerche avevano avvertito che molti britannici sceglievano di lasciare il paese per guadagnare di più e vivere una vita migliore. Le destinazioni preferite? L’Australia, dove si stima vi siano circa un milione e duecentomila cittadini britannici. E poi gli Stati Uniti, il Canada e la Spagna.

Ci sono sempre i paesi nordici, però. In realtà anche i paesi nordici affrontano lo stesso problema. Come il caso della Svezia. Dal 2010 il numero degli svedesi che lasciano il paese è in aumento ed è arrivato alla cifra record di 55mila persone nel 2015.

Anche qui il problema è complesso: circa il 24 per cento di quelli che se ne vanno sono di origine asiatica, un altro 10 per cento è nato in un altro paese nordico e vi ritorna. La meta preferita è la Norvegia. E questo vale anche per i danesi, anche se i numeri sono in calo.  

La proporzione con le migrazioni dell’Ottocento non è comparabile. Ma nei fatti la Svezia è diventata un paese di emigrazione

dice Maria Solevid, scienziata politica dell’Università di Göteborg.

E dove vanno gli svedesi? Scelgono gli Stati Uniti: circa 150mila vivono negli States, 90mila nel Regno Unito (al terzo posto la Spagna, poi la Thailandia, la Francia e l’Italia). Malgrado molti svedesi scelgano di vivere altrove, la popolazione dovrebbe passare i dieci milioni di abitanti per la prima volta nella storia: grazie all’arrivo dei migranti da paesi extra-europei.

E poi c’è il vicino finlandese. Secondo alcuni dati, i finlandesi lasciano il proprio paese alla ricerca di maggiori opportunità di lavoro. Parliamo di uno dei paesi con i più alti tassi di scolarizzazione e con un sistema di welfare tra i migliori al mondo, uno di quelli che prepara i propri cittadini per avere successo.

Secondo Juho Koronen, sociologo finlandese alla Brown University (Stati Uniti) molti se ne vanno per altre ragioni:

Si tratta dei cambiamenti strutturali che hanno modificato il welfare state del dopoguerra. Dalla pensione dei baby boomers all’aumento dei costi della sanità, alla crisi economica, tutto ciò ha forzato lo stato a fare dei tagli. E il danno fatto all’economia e al sistema di istruzione ha incoraggiato le persone ad andarsene.

Allora forse si capisce di più del fenomeno dell’emigrazione nei paesi sviluppati. O meglio nei paesi europei.

Sempre più cittadini decidono di vivere in un altro Stato membro. Nel 2016 vi erano circa 12 milioni di cittadini europei che vivevano in un altro paese europeo, il 5 per cento in più rispetto al 2015 (secondo dati del 2010, negli Stati Uniti un cittadino su dieci si è spostato verso uno stato differente). Germania e Regno Unito sono i paesi che ospitano la maggior parte di queste persone, seguiti dall’Italia, dalla Spagna e dalla Francia.

Ma non solo i grandi paesi che partecipano questi spostamenti: l’Austria continua a crescere di importanza come paese di destinazione dei cittadini europei. E chi si sposta di più sono gli italiani, i polacchi, i rumeni, i portoghesi, gli sloveni, gli irlandesi, i maltesi e i finlandesi: paesi con lunghe tradizioni di emigrazione (e forse questo può contare qualcosa). Ma sono seguiti da francesi, tedeschi e bulgari.

Il problema non è solo italiano. Assistiamo a cambiamenti globali che interessano tutti i paesi. E forse non farebbe nemmeno male guardare la situazione nella sua complessità europea. Gli spostamenti delle persone da un paese all’altro sono sempre più patrimonio comune di molte generazioni di europei.

Certo qualche difficoltà c’è. Soprattutto quando i paesi europei – e qui vi sono molte differenze tra paese e paese – non riescono a sopperire alla perdita di capitale umano con altre persone provenienti da altri paesi. È un problema che l’Unione europea si è posta complessivamente rispetto alla “fuga di cervelli” (vera in questo caso) da i paesi europei verso gli Stati Uniti, il grande attrattore mondiale della manodopera scientifica qualificata. E qui l’Europa perde il confronto: il flusso di persone altamente qualificato è mono-direzionale, dall’Europa agli Stati Uniti, dove si spostano migliaia di persone per compiere i loro studi di dottorato o di post-dottorato. Maggiori risorse a disposizione (in gran parte private), maggiore richiesta di personale qualificato.

Basta cambiare il punto di vista è il problema della “fuga dei cervelli” e dei “nostri” ragazzi che abbandonano il paese prende tutta un’altra piega.

Il brain drain, un fenomeno europeo ultima modifica: 2018-08-08T08:00:14+00:00 da Marco Michieli

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