“Il cielo in cui abbiamo imparato a volare”

L'arresto arbitrario e brutale in Bangladesh di Shahidul Alam, fotoreporter di fama internazionale, indigna il mondo. Il suo reato? Aver criticato in un'intervista l'attacco nei confronti di giovani che protestavano da parte di picchiatori vicini al governo con la complicità della politica.
scritto da RACHEL SPENCE

Sharon Stone, Noam Chomsky, Arundhati Roy – l’elenco dei nomi di spicco che hanno chiesto la liberazione del fotoreporter del Bangladesh Shahidul Alam parla da solo e ad altissimo volume. Ci parla dell’integrità e della genialità di quest’uomo singolare. Eppure ancora più evocativo è forse l’encomio del fotografo di Calcutta, Ronny Sen, che, parlando con un giornalista della rivista Frieze, descrive Alam come “il cielo in cui abbiamo imparato a volare”.

La scena dell’arresto di Shahidul Alam

Alam è attualmente detenuto, nel suo paese natale, il Bangladesh. È stato arrestato il 5 agosto scorso in virtù di una legge draconiana, che riguarda ogni tipo di comunicazione. Erano una trentina, i poliziotti che l’hanno arrestato, trascinandolo via da casa con la forza. Il reato? Un’intervista ad Al Jazeera in cui critica il governo dell’Awami League in seguito alle proteste studentesche a Dacca, scatenate dai pericoli posti dal famigerato traffico fuori controllo della capitale. I giovani che manifestavano erano stati picchiati dai sostenitori del governo, con la polizia immobile.

Da allora, il mondo ha guardato inorridito i filmati dei cellulari che mostravano Alam – il più gentile degli uomini, oltre che giornalista preciso e coraggioso – malmenato, mentre usciva dalla sua cella circondato da una folla di poliziotti. E mentre lo spingevano, scalzo e zoppicante verso l’aula, lui si voltava e gridava alla folla che guardava:

Sono stato aggredito. La mia maglietta macchiata di sangue è stata lavata e me l’hanno rimessa addosso. Mi hanno minacciato dicendomi che se non avessi testimoniato come volevano loro, sarei stato più…

La sua frase incompiuta chiariva che l’obbedienza era l’unica difesa contro ulteriori torture.

Ora è detenuto in una cella della polizia in attesa di un’udienza, l’11 settembre, per ottenere la libertà su cauzione. La sua custodia cautelare di sette giorni è stata bruscamente abbreviata di un giorno in modo tale da poter essere mandato in prigione senza il suo avvocato. Mentre rimane nella sua cella, la Awami League e i suoi sostenitori hanno iniziato una campagna per sporcare il suo nome su internet.

Fortunatamente, con Alam non c’è calunnia che possa far presa. Giornalista virtuoso, reporter fantasioso fin dalla sua giovinezza, segue le vicende del suo paese da quasi cinquant’anni. La guerra di liberazione, del 1971, poi gli squadroni della morte e le sparizioni ordite dal governo, quindi le inondazioni calamitose, gli incendi di fabbriche tessili e, più recentemente, la crisi dei rifugiati Rohingya. La sua opera – spesso esposta in gallerie d’arte e musei ma anche su giornali come il New York Times – è una testimonianza della storia in chiaroscuro di un paese alle prime armi e della sua personale e altruistica esperienza di fotoreporter impegnato a dire la verità al potere.

Del giornalismo ha detto che se

non dai fastidio a nessuno, non stai facendo il tuo mestiere.

Oltre che per il suo lavoro, Alam va ricordato per aver promosso la posta elettronica in Bangladesh, per aver creato due agenzie di fotografia, prima Drik e più recentemente Majority World, e per aver avviato una rinomata scuola di fotografia, il Pathshala South Asian Media Institute, che ha formato due generazioni di fotogiornalisti nell’Asia meridionale. Prova a cliccare il nome Alam su Instagram o Facebook e sarai sommerso da un coro di lodi appassionate di discepoli, amici e ammiratori che chiedono la sua liberazione.

Le loro voci sono solo un’onda dello tsunami mediatico mondiale sulla sua vicenda. Dal New York Times alla BBC e Al Jazeera, le redazioni di tutto il mondo raccontano giorno per giorno il caso di Alam. E ogni volta che ne scrivono, denunciano il governo del Bangladesh per non averlo ancora liberato.

Il primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina farebbe bene ad ascoltare. Perché, se continua a detenere Alam, la tragedia si estenderà oltre la sua storia personale, investendo la reputazione del suo paese. Dopo essersi impegnata per posizionare il Bangladesh come democrazia laica in opposizione al terrore islamico, il suo modo di trattare Alam pone lei, piuttosto, nella parte di una stratega del terrore. Più a lungo sarà detenuto, più difficile sarà per il Bangladesh recuperare il rispetto internazionale.

versione originale

“Il cielo in cui abbiamo imparato a volare” ultima modifica: 2018-08-25T17:52:15+02:00 da RACHEL SPENCE

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