Frankenstein? Ircocervo? Ma il governo c’è e dura

L’esperimento sorto dal laboratorio politico italiano quale ne sia la durata, segna pesantemente l’evoluzione ideologica del sistema politico italiano. Tragico e sciocco errore, per i critici, sottovalutarlo. In questa prospettiva vanno letti gli interventi di Minzolini e di Petruccioli.
FRANCESCO MOROSINI
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Governo Frankenstein: così Mario Sechi, direttore del giornale on-line List, definisce l’esecutivo che ha come presidente del consiglio il professor Conte e come vicepremier, però nella posizione strategica di azionisti di riferimento dell’esecutivo in quanto leader politici di Lega e M5s, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Governo Frankenstein perché? Perché la maggioranza gialloverde che lo sostiene in parlamento è nata, dopo lo shock, quasi una Waterloo, per le forze politiche cosiddette tradizionali, da un assemblaggio tra corpi politici che, almeno in teoria, dovrebbero essere malamente compatibili. Eppure, esattamente come nel romanzo gotico-horror di Mary Shelley il mostro creato dal dottor Victor Frankenstein prende vita, allo stesso modo questo governo ha preso a muoversi e ad agire.

Tra l’altro, segno interessante di discontinuità rispetto al passato, esso, per chi lo ama, affascina; viceversa, per chi lo teme, ipnotizza, quote crescenti di elettorato. Insomma, merita chiedersi quale animale politico, e quanto diverso dai precedenti, sieda ora nei Palazzi romani di governo. Per il vero, rispondervi, salvo ricorrere all’ormai inflazionato (purtroppo così ne ha perso ogni utilità analitica) concetto/termini di populismo, è piuttosto complesso. Opportuni, quindi, per affrontare il tema, due articoli, un’analisi di Augusto Minzolini sul Giornale e un’intervista da Claudio Petruccioli su ItaliaOggi.

C’è un “peccato originale”, afferma Minzolini, alla base dell’esecutivo gialloverde; ed è che il prof. Conte presiede un governo che, pur se “politico”, al contempo si presenta travestito da “tecnico”. Una duplicità, per l’editorialista, pericolosa. Ma cosa può indurre a pensare che l’esecutivo indossi una maschera tecnocratica? Ebbene, questa immagine la dà lo stesso profilo del premier: di fatto, è uno “specialista del diritto” (docente universitario e avvocato); a sua volta “non eletto” (mai candidato al parlamento) nonché sostanzialmente estraneo, o quantomeno non-militante, rispetto ad entrambe le forze politiche costituenti la coalizione gialloverde. A riprova, i leader di maggioranze politiche hanno una forza politico/partitica propria a sorreggerli (per dire Berlusconi o Renzi, da un lato; Monti dall’altro).

A ulteriore, e decisiva, conferma di questo suo aspetto “tecnico”, c’è il fatto che esso nasce, invece che da un programma comune poi confermato dagli elettori (com’è prassi comune del formarsi delle coalizioni), da un contratto. Difatti, l’espressione “contratto” indica la mera sommatoria di punti atti a formare una maggioranza politica temporalmente limitata; in altri termini, una cosa ben diversa da una fusione programmatica tipica di una coalizione in toto politica; cioè necessariamente dotata di un’identità politica poi da portare, assieme al programma che la qualifica, al giudizio degli elettori. La differenza è decisiva (che permanga, si nota nello stesso editoriale, è da vedersi) e, allo stato dei fatti, tuttora confermata da Lega e M5s. Fin qui, pertanto, il primo volto, appunto quello “tecnico”, dell’esecutivo.

Tuttavia, qui sta il paradosso, il governo del prof. Conte ha una sua ragione (l’anima, per Minzolini) sostanzialmente politica. Ciò dipende dal fatto che il potere è in toto nelle mani dei due vicepremier (Salvini e Di Maio), veri azionisti di maggioranza dell’esecutivo, i quali si sono garantiti – è “l’unico modus vivendi possibile” per maggioranze con identità opposte (ma quanto?) – sfere d’influenza e d’azione reciprocamente distinte. Di qui pure la necessità di un mediatore, il premier; dunque, la maschera “tecnica” (e analogo discorso vale per i ministeri del tesoro, degli esteri e delle politiche comunitarie) per far vivere la sostanza politica del governo.

Così, per Minzolini, è venuto alla luce un “governo ircocervo” il cui grave inconveniente è di determinare l’assenza di un luogo di composizione/indirizzo (ora non lo fa né il Colle né Palazzo Chigi) dell’azione del governo medesimo. La conseguenza è che le forze politiche, chiusesi nel feudo assegnato loro dal contratto, tendono a rigettare – ecco il lato oscuro del governo Frankenstein (cioè creato in laboratorio invece che dalle urne) – l’assunzione di responsabilità collegiale. La qualcosa è dannosa per il processo decisionale pubblico e, soprattutto, per la tenuta delle istituzioni della Repubblica.

Tutto vero, se si guarda alla logica di funzionamento dell’esecutivo Lega/M5s. Ciò posto, allora, è lecito chiedersi se, qualora fosse fallito l’esperimento del “governo Frankenstein”, la dinamica politica sarebbe rientrata nell’alveo tradizionale. Difficile, certo, per la caduta di consenso delle forze che ad esso si richiamano (FI e Pd in particolare); ma è, forse, l’aspetto meno significante dell’avvenuto. Piuttosto, il fenomeno decisivo, forse ancora allo stato nascente, sta nell’affermarsi in entrambe le due forze politiche della coalizione la reciproca percezione di un’omogeneità culturale al di là sia delle differenze ideologiche originarie che di elettorati (il Decreto dignità, votato dalla Lega nonostante il malessere nei “suoi” territori; il no agli sbarchi accettato dai 5 stelle nonostante i “mal di pancia”, sono entrambi fattori significativi al riguardo).

In sostanza, si tratta dell’emergere di una cultura politica che, per dire grossolanamente, rigetta la democrazia alla Tocqueville (quella liberale occidentale) per incontrare Rousseau, ossia la “democrazia illiberale” (dove la classica divisione dei poteri viene rimaneggiata). Per il vero, si tratta di una cultura politica carsica nel Belpaese (e non solo) e diffusa, sia come lettura dei fatti economici che politici, tra tutte le forze politiche italiane ma, fin qui, tenuta con “la testa sott’acqua” dall’egemonia del soft power statunitense. Ma che ora, invece, mentre Washington è, o pare, distratta, prende voce, in Italia; ma pure in tutto il Vecchio continente.

E che, almeno nella Penisola, può trovare nell’euro il totem da abbattere, facendo di ciò il collante della coalizione. Certo, questo in nulla esclude anche il possibile esaurirsi della “formula Conte”; in fondo, talvolta, il calcolo politico/elettorale può fare premio sulla stessa strategia. Insomma, se pure è vero che il governo è l’ircocervo che dice Minzolini e che, ovviamente, nei due partiti residuano differenze. Purtuttavia, pare possibile affermare che i due vicepremier, quantomeno nell’individuazione del “nemico”, siano, in termini di lettura della vicenda politica, piuttosto omogenei. E questo tale resterebbe anche in caso di crisi di governo; che, tra l’altro, oggi è privo di alternative possibili. In fondo, piaccia o meno, dal laboratorio politico, dopo il 4 marzo, null’altro poteva uscire che il “governo Frankenstein”.

Insomma, piaccia o non piaccia, il contratto di governo è molto di più che mera espressione di opportunismo tattico post-elettorale: viceversa, è anche frutto di un’ideologia/incontro capace di esprimere lo spirito del tempo. Questo segna il de profundis per il centrodestra e il centrosinistra tradizionali, il loro europeismo “classico” compreso. Insomma, la Lega, almeno nella variante Salvini, e il M5s nelle idee (anche dovessero scontrarsi nel declinarle presso i loro differenti elettorati) sono reciprocamente più vicini tra loro che alle altre forze politiche. Col Pd e FI che, per sopravvivere, devono evitare di farsi cannibalizzare da esse. Il che potrebbe anche voler dire che il sistema politico, tra il governo ircocervo e l’opposizione in cerca d’autore, potrebbe essere una macchina che corre a tutta velocità contro un muro di cemento.

In ragione di ciò, Claudio Petruccioli argomenta su ItaliaOggi che i mesi che ci separano dalle elezioni europee “saranno al cardiopalma”. Ma questo, in fondo, è solo un corollario (d’altronde, che il marketing politico tende a prevalere sulla politica tout court è patologia che va ben oltre i gialloverdi) rispetto alla questione di fondo sollevata dal Petruccioli medesimo. Ovvero del fatto che, sebbene le parti costituenti il governo Frankenstein, la Lega e il M5s, possano apparire talvolta incoerenti – diversamente, la sua mostruosità/atipicità, dove starebbe? -, purtuttavia il “filo” che tiene i pezzi di Frankenstein medesimo, come qui peraltro si è già scritto, in una particolare declinazione, per dirla con il leader ungherese Orbán, della “democrazia illiberale.

Se il collante è questo, allora l’equilibrio tra forma tecnica (apparenza) e forma politica (sostanza) che ora caratterizza l’esecutivo del prof. Conte potrebbe perdere cogenza? Assolutamente no; anzi, potrebbe essere ancor più necessaria; nel senso che tale equilibrio può fare da arco di sostegno ad una maggioranza gialloverde centrata, come sembra ritenere Petruccioli, non su due, bensì su tre attori. Ovvero la Lega Storica, nata nel Lombardo-Veneto come “sindacato dei territori”, in difficile mediazione, ad ora con successo, tra le spinte progressive dell’industria e l’utopia regressiva del tutelare le fotografie ingiallite del “come eravamo”; poi le pulsioni pauperiste/movimentiste dell’ala radical del M5s; infine il perno Salvini/Di Maio, che assembla ideologicamente il governo Frankenstein e lo guida sulla via, individuata e assieme temuta da Petruccioli, di trasformare le tensioni con l’Europa e con i mercati, invece che in problemi, in occasioni di consenso reclamando lo status di “vittime dei poteri forti”.

L’ircocervo tecnico nella forma, ma politico nella sostanza, è perfetto al riguardo; perché, dietro allo scudo/ammortizzatore offerto dai ministri tecnici, consente ai due vicepremier, nonché azionisti di riferimento della maggioranza gialloverde, portando (come ricorda Petruccioli) la tensione istituzionale allo spasmo, a fare “opposizione di governo” agli ancoraggi che nel Secondo dopoguerra all’Occidente. In questa logica, sia il conclamato piano B, che potrebbe nottetempo produrre l’italexit dall’euroarea, però imputandone la colpa ai “partner cattivi”, che le aperture a Mosca, possono essere elementi di un approccio di cultura politica post-liberale che, partendo dai Palazzi del potere di Roma, prova a conquistarsi l’egemonia.

Una cultura politica che, talvolta, pare conquistarsi le “casematte del consenso” come un coltello caldo penetra nel burro; cioè senza alcuna resistenza per la mancata capacità di contrasto delle forze politiche (FI e Pd) rappresentative dell’equilibrio politico del post “Mani pulite”. Il loro destino molto dipenderà dagli eventi internazionali. Ad esempio, se gli Usa, sempre ostili all’eurozona, decidessero di usare il governo Frankenstein come leva per farla naufragare, allora, almeno nel breve avrebbero spazio ed alleanza. All’opposto, se, in prospettiva, le forze gialloverdi si squilibrassero troppo in senso pro Mosca (il ritorno della II flotta americana nel Nord Atlantico e gli aiuti militari a Kiev annunciano tempesta tra il Cremlino e la Casa Bianca), allora rischiano, nella loro navigazione, di scontrarsi con scogli geostrategici d’acciaio (Nato, Stato profondo degli Usa, interessi politico/militari ad esse opposti).

Ma questa è un’altra tematica; viceversa, quel che conta è capire che il governo Frankenstein (ben al di là della sua stessa durata) annuncia, piaccia o meno, una novità politica. Espressione, a sua volta, data la dominanza dei fatti internazionali su quelli interni, di una costellazione di cause che potremmo titolare “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” (non a caso titolo di un importante lavoro del prof. Parisi). Ovvia vittima di ciò, in primis, è la narrazione dell’europeismo ideologico, dimentico che l’Europa fu soprattutto una costruzione Usa in funzione di recupero della Germania contro l’Urss; tant’è che ora che Washington si scosta, vero segno della crisi dell’Occidente, l’edificio, privo tutt’ora di proprie gambe di sostegno, traballa.

Non a caso è qui che gli strali populisti primariamente si incentrano. Insomma, le leadership di Salvini, Di Maio, ma pure quelle di Trump, della signora Le Pen e della leadership di Alternative für Deutschland sono tutte interpretabili come “maschere politologiche” di sommovimenti sociali di cui bisognerà imparare a fare i conti. 

In ragione di ciò, l’esperimento sorto dal laboratorio politico italiano individuato come “governo Frankenstein”, quale ne sia la durata, segna pesantemente l’evoluzione ideologica del sistema politico italiano. Tragico e sciocco errore, per i critici, sottovalutarlo. In questa prospettiva vanno letti gli interventi di Minzolini e di Petruccioli. L’argomento, comunque, riguarda tutti; perché, seppure è vero che ci si può disinteressare di politica, purtuttavia comunque la politica si interessa di noi.

Frankenstein? Ircocervo? Ma il governo c’è e dura ultima modifica: 2018-09-02T19:03:26+02:00 da FRANCESCO MOROSINI

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