Il cittadino senza limiti. Parla Giovanni Orsina

Secondo il politologo, abbiamo dimenticato che la democrazia promette a ciascun essere umano di avere il pieno controllo sulla propria esistenza, ma che questa promessa strutturalmente illimitata non è realizzabile. E se non lo capiamo, ci avvieremo verso la catastrofe.
scritto da Marco Michieli

I populismi sono la malattia o uno dei sintomi della crisi della democrazia? La domanda è al centro de “La democrazia del narcisismo: Breve storia dell’antipolitica”, l’ultimo libro di Giovanni Orsina, docente di storia comparata dei sistemi politici europei all’università Luiss. Il libro sarà presentato venerdì 7 novembre al Festival della Politica alla presenza dello stesso autore che ne discuterà con Giuseppe Zaccaria e Emanuele Macaluso.

“La democrazia del narcisismo” è uno di quei libri che devono essere letti per comprendere i tempi difficili in cui viviamo. E l’occasione per conoscere meglio intellettuali dimenticati dal dibattito pubblico italiano: Ortega y Gasset, Huizinga, Oakeshott, Canetti, Del Noce.

A metà tra la storia e le scienze sociali, Orsina passa da uno sguardo generale sulle contraddizioni della democrazia occidentale all’analisi di Tangentopoli osservata attraverso la lente di “Massa e potere” di Elias Canetti. Il collasso del sistema partitico repubblicano non sarebbe un evento isolato ma il frutto di quella che Orsina chiama “sindrome di Erisittone”, il re mitologico della Tessaglia condannato da Demetra a una fame inesauribile e che finì per divorare se stesso: alle difficoltà tutte interne alle contraddizioni della democrazia, all’incapacità dei partiti di costruire con i cittadini una relazione dotata di senso, la politica non ha fatto altro che cercare un capro espiatorio. Un’anticipazione del populismo recente.

Secondo Jose Ortega y Gasset, “l’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà”.

Nel suo libro analizza la crisi della democrazia occidentale e la crescita dei populismi come sintomo delle contraddizioni intrinseche alla democrazia. E quindi, in difformità rispetto a una certa lettura che vede la crescita dei populisti come conseguenza della crisi finanziaria ed economica. Quali sono le ragioni della crisi delle democrazie occidentali?
L’ipotesi principale che sviluppo nel libro è che la democrazia sia essa stessa un regime strutturalmente contraddittorio. Nel clima di “euforia” democratica seguita al crollo del Muro di Berlino, l’Occidente aveva dimenticato questo carattere particolare del modello democratico. Si pensava che esso fosse un regime perfetto, completo e compiuto, inevitabilmente destinato a estendersi e svilupparsi. In realtà se si torna alle radici del pensiero politico l’idea che la democrazia fosse un regime politico contraddittorio era cosa bene chiara alla filosofia politica occidentale.

Qual è questa contraddizione?
La democrazia genera degli individui, o meglio delle psicologie individuali, che sono pericolose per la democrazia stessa. La democrazia promette a ciascun essere umano di avere il pieno controllo sulla propria esistenza, conducendola come e dove meglio crede. Però, per quanto si possa essere essere egualitari e democratici, per quanto si possa lasciare a ciascuno l’opportunità di costruire il proprio percorso esistenziale, devono esistere dei criteri sui quali fondare la convivenza. La libertà individuale non può essere illimitata ma deve essere arginata all’interno di una serie di regole collettive che la democrazia però tende a corrodere. La democrazia funziona se esistono questi limiti, interni ed esterni.

Lei individua due momenti storici nei quali “la promessa di felicità” implicita nella democrazia si è liberata dalle contingenze storiche che l’avevano fino ad allora contenuta: la Prima guerra mondiale e il Sessantotto. Siamo in un momento di anniversari del Sessantotto. Quale è la lettura che lei dà di quel momento storico nel suo libro?
Il Sessantotto è il picco di un fenomeno più complesso e deve essere inserito in una prospettiva più ampia: le tensioni “democratiche” che esplodono col Sessantotto sono le stesse di cui parlano Tocqueville e Ortega y Gasset. Si tratta del momento storico nel quale la promessa della democrazia strutturalmente illimitata, fondata sulla completa emancipazione soggettiva, viene presa sul serio. I giovani europei e americani che vi partecipano ritengono che quella promessa di piena libertà non sia stata realizzata: i vincoli familiari e quelli lavorativi rappresentano un ostacolo a quella libertà. Se la democrazia si fonda sulla promessa della piena libertà, perché noi giovani del Sessantotto non siamo assolutamente liberi di scegliere? Il Sessantotto è questo essenzialmente: la richiesta che quella promessa di democrazia sia mantenuta. Avevano tutte le loro ragioni. Ma allo stesso tempo in tal modo si rompono tutta una serie di barriere che impedivano alle contraddizioni della democrazia di esplodere.

Johan Huizinga pensava che “una sapienza non elaborata è d’ostacolo al raziocinio e sbarra la via alla saggezza” .

E alle quali la politica rispose in che modo?
Le élite politiche europee cercarono una serie di escamotage per evitare che le contraddizioni travolgessero la democrazia. Cedettero alla pressione, ampliarono gli spazi di libertà individuale e costruirono nuovi argini: modificarono il quadro istituzionale; ampliarono i diritti individuali; cedettero potere a organismi tecnocratici, giudiziari e sovranazionali; rafforzarono l’autonomia del mercato. Degli escamotage però che se nel breve periodo risolsero i problemi, nel lungo periodo li aggravarono ulteriormente. E oggi ne paghiamo il prezzo, tra richieste crescenti da un lato e strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro.

Possiamo parlare di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle élite politiche?Le classi politiche non sono state in grado di dire ai cittadini che la promessa della democrazia nella sua forma più pura non può essere mantenuta, che è necessario che le comunità si governino. E per farlo, oltre a regole comuni, è necessaria una forma di auto limitazione, di controllo di se stessi, di rinuncia a una quota della propria autonomia.

Chi è il narcisista politico e quale è la sua relazione con i processi di polarizzazione e di radicalizzazione che troviamo nei vari paesi occidentali?
I narcisisti politici sono tanto gli elettori quanto i politici. Entrambi cercano di soddisfare i propri bisogni immediati. Il narcisista è fondamentalmente una persona sola, con un’identità debole che cerca calore umano e conferme della propria personalità. La sua condizione di impotenza, a causa della frammentazione sociale, e rabbia, poiché il narcisista è un infelice, trova conforto in comunità chiuse che si contrappongono ad altre comunità. Le echo chambers di cui tanto oggi si parla. E in questa perdita di senso della realtà anche i politici sono tutti concentrati solo su sé stessi. Alla ricerca del consenso la classe politica rincorre emozioni come la rabbia e la frustrazione poiché sono le uniche che tengono assieme identità differenti.

Per Elias Canetti “all’interno del parlamento non ci devono essere morti. L’inviolabilità dei deputati esprime nel modo più chiaro questo intento […] Il sistema parlamentare può funzionare fin tanto che sia garantita tale inviolabilità.”

Il suo libro non fornisce soluzioni. È abbastanza pessimistico. Lei però formula diverse ipotesi di uscita dalla situazione.
Se quest’interpretazione della democrazia funziona, ci troviamo all’interno di un circolo vizioso da cui è davvero difficile uscire. Se il problema è la mancanza di valori condivisi e di punti di contatto all’interno del corpo sociale, questi valori non possono essere creati artificialmente.
Negli anni Novanta gli ottimisti come Anthony Giddens e Ulrich Beck pensavano che ad un certo punto gli esseri umani così isolati potessero però un giorno ricostruire nuove reti più funzionali di queste reti “identitarie”. Non condivido quest’impostazione.
Esiste anche la possibilità che questi valori possano essere ricostruiti attraverso dei passaggi dolorosi: la restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe, come una guerra. E non sono ipotesi auspicabili.
La mia via d’uscita, per quanto io sia consapevole della sua debolezza e richieda comunque una buona dose di ottimismo, si fonda sulla speranza che gli essere umani capiscano che il percorso intrapreso porta solo verso la catastrofe e che ritrovino dei punti di contatto comuni nel buon senso. È dal buon senso che nascono l’auto limitazione, il realismo, la ragionevolezza, la pazienza e la moralità.

Lei cita a questo proposito Eugenio Montale.
Spesso la radicalizzazione delle idee appartiene più agli intellettuali che esasperano le contraddizioni della democrazia. Montale si affida invece alla modestia e al senso del limite dell’uomo della strada. Dobbiamo recuperare quel senso comune.

 

Venerdì 7 settembre

Ore 17:30, P.tta Pellicani

Giovanni ORSINA, Giuseppe ZACCARIA, Emanuele MACALUSO

“La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica”

Qui potete trovare il programma completo.

Il cittadino senza limiti. Parla Giovanni Orsina ultima modifica: 2018-09-04T22:09:08+00:00 da Marco Michieli

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