“Se la sinistra abbandona i dimenticati”

“Il populismo dice ai cittadini ‘sono dalla vostra parte’, ‘avete ragione di aver paura’. Una paura che viene ribadita giorno dopo giorno. E l’uomo che tradizionalmente avrebbe dovuto guardare a sinistra, si è sentito riconosciuto in altri". Parla Ezio Mauro, tra gli ospiti del prossimo Festival della Politica
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Ezio Mauro sarà presente al prossimo Festival della Politica a Mestre dove al Teatro Toniolo l’8 settembre presenterà Il condannato. Cronache di un sequestro, una lettura teatrale dell’affaire Moro. Sul rapimento e l’omicidio del leader democristiano ha anche realizzato un film per la Rai e scritto un libro per il quotidiano di cui rimane una delle firme più prestigiose.

All’ex direttore de la Repubblica ytali.com ha rivolto alcune domande.

Ezio Mauro, a sinistra, con Massimo Cacciari e Piero Fassino al Festival della Politica dello scorso settembre

Con L’anno del ferro e del fuoco hai affrontato il tema della rivoluzione bolscevica, l’evento con cui tutte le sinistre hanno dovuto bene o male fare i conti. A distanza di cento anni dai fatti, quale è il messaggio profondo che ci proviene da quell’esperienza?
Il messaggio è duplice. Quella russa è una rivoluzione classica che nasce dalla disperazione della guerra condotta male dallo zar che comandava l’esercito. Una rivoluzione per il pane, per il freddo e di popolo, perché i bolscevichi arrivano dopo. Durante la rivoluzione di febbraio, essi inseguono il popolo e solo più tardi riusciranno a guidarlo. La successiva rivoluzione di ottobre sarà invece un’altra cosa e avrà un carattere ideologico.
L’altro elemento che proviene da quell’esperienza riguarda l’insensibilità delle classi dirigenti, con lo zar che non si rende conto di quello che sta accadendo e il gruppo attorno a lui che è totalmente insensibile. La reggia che poco a poco passa sotto l’influenza malsana di Rasputin con un senso malato del sacro che pervade soprattutto la zarina che ha in mano i destini della corona.
Mentre lo zar continua a mandare telegrammi e ordini al comandante della piazza di San Pietroburgo chiedendogli di reprimere i disordini come fossero dei semplici moti di piazza, senza rendersi conto che reparti dell’esercito anche a lui tradizionalmente fedeli stanno passando con gli insorti. Quando lo capisce, ormai è troppo tardi ed è costretto ad abdicare da una sorta di golpe telegrafico.

Un golpe telgrafico?
Sì, perché i suoi capi di stato maggiore consultano i comandanti di tre fronti attraverso il telegrafo dai quali viene il consiglio di abdicare per il bene della patria a favore del figlio con la reggenza del fratello. È un golpe che avviene attraverso il telegrafo, e lo zar abdica alla stazione di Pskov su un binario imperiale dove il suo treno è fermo. Quindi l’abdicazione avviene nei due mezzi della modernità che s’incrociano, il telegrafo e il treno su cui si arena l’esperienza di una dinastia che aveva regnato per tre secoli, e di un sovrano che aveva guidato il paese per ventisette anni.

Una manifestazione di operai a San Pietroburgo, durante la Rivoluzione di Febbraio (1917)

Riferendoci alla situazione odierna, tra scorciatoie di democrazia diretta e dichiarazioni sulla necessità di superare le istituzioni democratiche, non percepisci segnali di tentazioni leniniste emergere nella vita politica italiana?
C’è una tentazione leninista inconsapevole nel culto dell’anno zero come se la storia si fosse fermata e tutto ciò che è accaduto non ci insegnasse nulla e non ci fosse un accumulo del sapere e dell’esperienza che abbiamo fatto in questi anni, l’arco del senso delle istituzioni e del divenire repubblicano nel suo bene e nel suo male. La storia della democrazia italiana merita di essere guardata in faccia, di essere interpellata di fronte alle grandi domande che ci poniamo oggi. Tutto questo viene accantonato nell’impeto pseudo rivoluzionario, auto dichiarato tale, di questa vicenda che stiamo vivendo che vive appunto un anno zero sedicente che va a cercare l’uomo zero in mezzo alla folla. Questo primo ministro che bisognerebbe nominare forse terzo ministro perché viene palesemente, quasi programmaticamente dopo i due vicepresidenti del consiglio, pur essendo lui titolare dell’impostazione politica dell’unitarietà dell’azione del governo. Tuttavia viene palesemente dopo e non è nemmeno titolare di un’azione di mediazione che avviene invece nella cabina di regia di Di Maio e Salvini, e non si vede come non potrebbe essere così visto che gli azionisti di maggioranza sono loro. In questo Conte assomiglia alla cuoca di Lenin.

In che senso?
La cuoca di Lenin era l’espressione di una volontà popolare che era espressione di un’energia positiva che derivava dal partito, dal bisogno politico generale. Qui sembra realizzarsi, in sedicesimo, il bisogno della volontà generale, anche se è una volontà parziale, perché la vittoria politica è una vittoria mutilata che ha costretto i due vincitori, mutilati entrambi, a mettersi insieme sulla base non di un accordo ma di un contratto, come si fa tra partner diffidenti che si devono tutelare reciprocamente dal loro alleato. Siamo di fronte a una serie di paradossi della politica dove ci sono due populismi che sono costretti a marciare insieme fino all’ordalia finale che è appunto nel loro codice genetico, quando la sfida finale li costringerà a misurarsi fino in fondo per la supremazia.

Cosa li unisce?
Li unisce un istinto profondamente di destra. Diverso naturalmente. Sono due diversi istinti di destra. Uno è quello tradizionale di una destra sovranista e lepenista, che sfiora territori che credevamo di aver superato e da cui avevamo preso le distanze. Alla base dell’altro c’è invece un senso di superamento della democrazia, come l’avevamo conosciuta, nel culto di un rapporto diretto col cittadino possibile da realizzare nella dimensione dell’uno vale uno, con un parlamento da superare e di una democrazia da giocare ai dadi, con l’estrazione diretta dei rappresentanti.
Il grillismo tradotto in codice politico per superare la rappresentanza. È quello che porta a fare di ogni erba un fascio, senza capire che la mia libertà coincide con la capacità di distinguere, anche nel giudizio negativo che io posso dare sulla qualità della politica, sulla sua bassa intensità di questi anni, sulle illusioni che ha prodotto. C’è un criterio di distinzione che io posso dare. E lì sta la mia libertà. Anche se la posta in gioco è bassa, come dice Bauman, c’è però sempre una possibilità d’ingaggio e di evitare il peggio e di trovare una motivazione d’impegno. Per trovare qualcosa che mi rappresenti, qualcuno che tuteli i miei interessi legittimi.

A breve parteciperai al Festival della politica a Mestre con Il condannato. Cronache di un sequestro sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Quella di Moro ha segnato la fine della lunga stagione politica che si era aperta nel ’68 dalla quale la sinistra è uscita sconfitta sul piano sociale. Non è che sia necessario mettere mano a un processo di “desantificazione” di Berlinguer per poter finalmente capire gli errori che ci hanno condotto a oggi?
Berlinguer è stato insieme un personaggio che ha portato il Pci a un risultato elettorale molto alto che l’ha condotto sulla strada della legittimazione, e allo stesso tempo ha rappresentato un limite all’evoluzione, perché nell’81 alla frase sulla spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre che si era esaurita, pur essendo un fatto molto importante, non ci fu un seguito e il partito rimase fermo a quella affermazione. Bisognava fare i conti definitivi con la rivoluzione d’ottobre, col concetto di libertà e del pluralismo politico. Il Pci arrivò fin sulla soglia ma non fece i conti col carattere illiberale dell’Unione Sovietica. Ci volle di sicuro coraggio in Berlinguer, ma già c’erano state l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Bisognava tirare giù l’ultimo filo e far crollare quel rapporto e si sarebbe avviata una strada diversa per la sinistra italiana. Invece, cambiare il nome e fare i conti col comunismo soltanto dopo la caduta del muro di Berlino, hanno fatto sì che calcinacci di quel muro restassero addosso alla giacca del partito comunista. Che è di sicuro diverso dagli altri partiti comunisti del mondo, ma che l’ha reso anche diverso rispetto alle altre sinistre europee. Il Pd in questo senso ha funzionato da apriscatole per il Pci che non è stato capace di aprire la sua scatola da solo. Il partito comunista ha comunque avuto il merito di proteggere le istituzioni italiane assieme agli altri partiti dalla sfida del terrorismo.

Enrico Berlinguer e Aldo Moro

In che modo il Pci ha difeso le istituzioni?
Le Brigate Rosse sono state sconfitte dopo la sfida apicale del caso Moro, portata con grande potenza al cuore dello stato. Sembravano imprendibili, ma sono stati sconfitti. Certamente hanno continuato ad ammazzare, ma va ricordato che non c’è niente di più facile e più vigliacco che sparare a una persona indifesa, come successe con Casalegno armato solo della stilografica che portava nel taschino della giacca, e che fu dai brigatisti chiamato per nome, perché nemmeno sapevano chi fosse. Sparavano a un simulacro, a un ruolo, a una funzione mentre tu credi di vivere in pace dentro la libertà di una democrazia occidentale. Pur continuando ancora a sparare, avevano perso la loro partita, e lo riconoscono pure loro oggi. Ho parlato con parecchi di quelli che hanno partecipato al rapimento di Moro, alcuni oggi dicono meno male che siamo stati sconfitti. Ero convinto che non si dovesse trattare, ma guardo con rispetto a chi invece era favorevole, come al Partito socialista.

Parli della trattativa con le Br?
La trattativa è una vicenda che ha dilaniato le famiglie e le nostre coscienze, all’interno delle quali c’è una parte favorevole a trattare e una per la fermezza. Io resto convinto che c’è qualcosa di sacro nell’uomo inerme che chiede soltanto di poter sopravvivere. Nel caso di Moro, poi, rileggendo le lettere oggi con distacco guardo quell’uomo in un modo diverso. Egli esprimeva un sentimento smisurato della necessità che la famiglia aveva di lui. Era convinto che la famiglia non potesse procedere senza di lui, soprattutto il nipotino Luca che allora aveva due anni. I brigatisti s’interrogano su questo e non capiscono come mai seduto in cucina in via Montalcini, quest’uomo politico che ha guidato il paese che ha in mano un potere immenso sia così prigioniero di questo retaggio familiare. C’è qualcosa di sacro in tutto questo, tuttavia lo stato si deve porre una domanda suprema, perché l’obiettivo che i brigatisti si proponevano era duplice. Condurre la partita col prigioniero che hanno in mano condannato da loro a morte.

E l’altro obiettivo?
L’altro obiettivo è di deformare lo stato democratico. Io capisco che in questa vicenda si può essere accusati di statolatria e comprendo le ragioni di chi mette la liberazione del prigioniero al primo posto. Ma resto convinto, oggi come allora, che bisognasse scegliere la linea della fermezza. Lo dico sottovoce, l’ho spiegato anche a Giovanni Moro. C’è però un punto che non vedo mai sottolineato da nessuno che mi tormenta molto, con il quale ho voluto dare il titolo a questa lettura teatrale, e anche al film che ho fatto per la Rai e del libro per Repubblica.

Quale punto?
C’è un momento il 15 aprile col comunicato numero sei dei brigatisti, quando le Br senza ancora nessun confronto con lo stato, in totale libertà e autonomia decidono di condannare Moro, e comunicano che il processo è finito. Loro pensavano che il processo avrebbe potuto svelare tutti i misteri italiani che facevano capo alla Dc e a Moro stesso. Mentre il prigioniero a ogni domanda risponde in modo complesso e scoprono che le questioni sono molto più complicate di come le immaginavano. Per cui le Br scoprono che di questi interrogatori non possono fare un uso “commerciale”, e dopo un mese decidono di chiudere il processo e condannano Moro a morte. Che era già condannato al momento stesso in cui comincia il processo, in cui non c’è difesa. Per questo Moro non è soltanto il prigioniero, come hanno detto tutti, egli è il condannato.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Oggi parliamo di populismo, qualcuno suggerisce di parlare di destra estrema che si sta affacciando in Europa e nel nostro paese. Non è che facciamo come quel medico che cura gli effetti e non le cause della malattia? Non ti pare che la politica abbia per prima essa stessa decretato la sua morte?
È un’ultra destra che usa lo strumento politico del populismo. Coprendo gli istinti, prende il rifiuto della politica, e invece di emanciparli, li traduce in politica, li prende come sono. Le paure, gli istinti. Compito della politica è risolvere le paure delle persone, chinarsi sulle paure dei ceti più fragili e indeboliti dalla crisi. Per provare a risolverli e contestualizzarli. Per portare la percezione dei fenomeni più vicini alla realtà, e in questo senso renderli governabili.
La funzione del populismo è diversa, prenderli come sono e non aiutare il cittadino a venirne fuori, ma semplicemente dirgli io sono con voi, sono dalla vostra parte. Avete ragione di aver paura. Anzi, ricordati di avere paura. Una paura che viene ribadita giorno dopo giorno, senza capire di che cosa è fatta, perché la paura è fatta di ingredienti in gran parte nuovi ma anche tradizionali.
Abbiamo avuto la crisi più lunga del Novecento, più lunga di quella del ’29, che ha riconfigurato il sociale e ha agito sulle classi più deboli, trasformando le disuguaglianze che in democrazia ci sono sempre. Generando esclusioni, che sono più difficili da accettare per una democrazia. Abbiamo diffuso la sensazione che la democrazia non funzioni, o peggio che funzioni soltanto per i garantiti.
È chiaro che i tagliati fuori guardano verso l’alto e dicono: “ma tutto questo sapere e questo benessere vengono spesi soltanto a vantaggio di alcuni!” Quindi alla fine diffidano anche del sapere e della conoscenza, e l’ignoranza diviene garanzia dell’innocenza.
Quando è arrivato Trump, nel discorso dell’accettazione del mandato, non ha ringraziato il partito e l’establishment, ma lui, l’escluso, il forgotten man, e gli ha detto non sarai mai più dimenticato. Io ti riporterò al centro della politica, al centro del paese.

Chi è questo forgotten man?
È l’uomo che tradizionalmente avrebbe dovuto guardare a sinistra, e si è sentito riconosciuto in altri. La sinistra l’ha dimenticato, non gli ha dato un segno di riconoscimento sociale in tutti questi anni. Ci sono delle cause che possono essere affrontate dai mezzi tradizionali della politica, non tutto deve esser fatto precipitare nell’imbuto della paura. Bisogna cominciare a distinguere, ad affrontare i fenomeni per quello che sono, la crisi della democrazia per se stessa, che è un fenomeno che dovrebbe preoccupare tutti. La crisi della rappresentanza per se stessa, la crisi economica. Siamo al punto che stiamo a toccare i muri maestri della crisi della democrazia.
Questo è il problema vero. Gli immigranti sono l’aspetto fantasmatico perché toccano le paure, il nero, l’africano, incarna tutte queste paure. E qualcuno gliele scarica addosso.

Ultimamente a sinistra si sta guardando con una certa attenzione all’elettorato di sinistra che è passato a votare il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno, in passato, ha anche ipotizzato che con i Cinque Stelle fosse possibile tentare di avviare qualche processo politico.
Nei Cinque Stelle c’è un’anima di destra evidente con una forma mimetica di sinistra. Si vestono con abiti di sinistra per intercettare un elettorato trasversale, con delle parole d’ordine che costano poco nella lotta agli sprechi e ai privilegi che sono sacrosante, per una battaglia basata sull’onestà, ma che è una precondizione che deve valere per tutti. Questa non può essere una condizione per la politica, ma una precondizione. Se devo fare una battaglia politica, parto ovviamente dall’onestà, ma poi voglio tutto il resto. Coi Cinque Stelle si sarebbe potuto fare qualcosa se avessero fatto un congresso e avessero spiegato che nel contesto italiano loro sceglievano la sinistra italiana perché ritenevano che la sua vicenda storica fosse più confacente ai bisogni del nostro paese e al loro modo di pensare.
Tutto questo non è avvenuto. Non si può passare indifferentemente dalla Lega alla sinistra schioccando le dita. Come non si può richiedere l’impeachment del capo dello stato come si ordina un crodino al bar. Questo lo fa solo la destra.

Qui potete trovare il programma completo.

“Se la sinistra abbandona i dimenticati” ultima modifica: 2018-09-04T12:50:33+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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