La politica? Solo la filosofia può ridarle senso

"Stiamo attraversando una crisi radicale senza avere a disposizione nemmeno un kit di sopravvivenza dal punto di vista del pensiero, della filosofia. Ma è proprio questo che intende fornire il libro". Una recensione de "Il pensiero che muove la politica"
scritto da Ruggero Zanin

Il pensiero che muove la politica (a cura di Matteo Angeli) non è un libro di filosofia in senso stretto (nemmeno di filosofia politica, anche se alcuni autori interpellati sono specialisti in merito); è invece un libro in cui alcuni filosofi italiani (quattordici, per la precisione) parlano di come la politica dovrebbe affrontare quella che, a tutti gli effetti, appare come la “frattura epocale” del nostro tempo.

Se il taglio del libro fosse stato filosofico, inevitabilmente sarebbe prevalso lo specialismo e la tendenza alla puntualizzazione e all’approfondimento; il taglio è invece di tipo giornalistico, e questo determina il ritmo serrato delle argomentazioni e il procedere secondo ampie approssimazioni ai temi trattati.

Intendiamoci, la filosofia è ben presente nel libro (e anzi si può dire che in ogni momento essa guadagni il ruolo di protagonista sulla scena), ma sempre come punto di ancoraggio, lasciando al lettore (che ne avesse voglia) il compito di approfondire.

Il riferimento “storico” è molto preciso: le interviste vanno dal gennaio al maggio del 2018; il che significa, per l’Italia, il periodo incentrato sulle elezioni del 4 marzo, che videro il successo di Movimento 5 Stelle e Lega e la sconfitta del PD (anche qui una frattura, non si sa quanto “epocale”).

La copertina del libro

I filosofi interpellati sono tra di loro accomunati da una sorta di “aria di famiglia”, rappresentata dall’influenza che ha avuto su di loro il movimento del Sessantotto.

Il giudizio su quello che alcuni storici considerano “un anno spartiacque” è in realtà molto articolato, anche in considerazione della differenza di età tra i diversi autori (c’è anche chi rinnega l’eredità del Sessantotto – nella fattispecie Diego Fusaro -, facendo proprie le critiche allora manifestate da Pasolini); in generale però quel momento storico sembra essere all’origine della “frattura epocale” cui si accennava prima: una rivoluzione culturale profonda, quella del Sessantotto, anche se evidentemente non altrettanto decisiva dal punto di vista politico.

E qui forse emerge uno dei temi centrali un po’ a tutti gli interventi: il ritardo della politica (Massimo Donà parla di una condizione di “caos assoluto”) rispetto ai profondi cambiamenti culturali (in senso lato) che hanno caratterizzato l’ultimo mezzo secolo.

Ma forse è venuto anche il momento di una nuova rivoluzione culturale, in grado di affrontare quella che, secondo Giacomo Marramao, è la sfida fondamentale del nostro tempo: la “nuova rivoluzione che nasce dall’intreccio tra robotica, genetica e intelligenza artificiale.”

È evidente che dovrebbe essere la politica a gestire questo passaggio epocale; ma ci sono forse i segni, oggi, di una “grande politica” in grado di raccogliere tale sfida? E quando parliamo di “grande politica”, oggi certo non sarebbe possibile accontentarsi (secondo Giulio Giorello) di un’altra “ribellione” come quella del Sessantotto.

E non è solo la politica a mostrare un grave ritardo rispetto allo sviluppo dello Spirito del tempo: a leggere l’intervento del teologo Andrea Grillo sembra di capire che la Chiesa cattolica (che pur aveva concluso il suo ultimo Concilio nel 1967) stia facendo il suo Sessantotto solo oggi, grazie all’azione (da molte parti contrastata) di papa Francesco.

Siamo nei guai, insomma; guai seri, nel senso che stiamo attraversando una crisi radicale (sul piano culturale e politico, ma forse anche antropologico) senza avere a disposizione nemmeno un kit di sopravvivenza dal punto di vista del pensiero, della filosofia. Ma è proprio questo che intende fornire il libro.

Qualche lettore potrà addirittura pensare di trovarsi di fronte a una specie di think tank (un serbatoio di idee) in grado di dare precise soluzioni ai problemi evidenziati; ma non è questo il vero compito della filosofia: essa piuttosto cerca di dare un senso al nostro caotico vivere nel mondo, cerca di rispondere al perché ci troviamo in questa situazione – come uscire dalla trappola è una questione ulteriore (Marx direbbe: “I filosofi hanno variamente interpretato il mondo, bisogna cambiarlo.”).

È chiaro che la politica ha bisogno di analisi quantitative, di soluzioni tecniche; ma dietro, al “fondo” (se questa parola ha ancora un significato), ci deve essere una prospettiva di senso, una visione, una narrazione (come si dice oggi) in grado di spiegare dove stiamo andando e se quello che stiamo facendo (noi individui, la società, lo stato…) ha un valore e costituisce un modo autentico di vivere e agire.

Facciamo un esempio concreto (che ricorre in varie interviste), e cioè la questione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”. In sé non è qualcosa di sbagliato, anzi; solo che, andando più a fondo, si apre la questione del lavoro nell’età “post-industriale”, che non è una questione puramente economica (di reddito), ma che ha a che fare con l’essenza stessa dell’essere umano, in termini di dignità, di valore autentico della persona (ma si vedano, al proposito, le profonde considerazioni avanzate da Luisa Muraro).

La tecnologia può anche operare nel senso della liberazione dal lavoro; ma questo generalmente oggi significa la condanna a una condizione di vita di precarietà, di solitudine, di perdita di autostima. Come dicono Alfonso Maurizio Iacono e Caterina Resta, il tema ancora preponderante è quello della liberazione del lavoro.

Il problema è anche legato al fatto che l’idea e la voglia di libertà emersa nel Sessantotto è stata come fagocitata dal capitalismo neo-liberista, ultra-speculativo (il “turbocapitalismo”), e trasformata in pura libertà di consumo (si veda, ad esempio, l’intervento di Donatella Di Cesare); confermando, in questo, l’intuizione centrale del libro di Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, che fu un best seller degli anni intorno al Sessantotto.

Dal punto di vista delle soluzioni proposte l’opera di Marcuse è chiaramente datata, ma proprio per questo, dalla sua rilettura, emerge la domanda su chi effettivamente detiene oggi il potere in una situazione in cui categorie come stato-nazione, classe sociale, partito politico, sindacato hanno perduto buona parte del loro ormai antico significato.

Chi sono i nuovi soggetti politici? Toni Negri è molto icastico al riguardo: la società in cui viviamo è post-industriale, “perché il comando non viene più dagli industriali, ma viene da strati della finanza globale”. A chi deve allora rivolgersi una proposta di innovazione democratica per avere successo?

È evidente come sia necessario, in un discorso di rinnovamento, tener conto di nuove sensibilità (preminentemente quella “di genere”) e di nuove esigenze, in primo luogo quella ambientale (anche se alcuni autori continuano a fare riferimento a quelli che sono stati – lo sono ancora? – gli schemi classici della sinistra: l’uguaglianza sociale, il comunismo…).

Il rinnovamento della democrazia, secondo Adriana Cavarero, deve fare riferimento a quanto è stato proposto dal pensiero al femminile, in termini di “sburocratizzazione”, di “moltiplicazione degli spazi di confronto”.

Deve anche prestare una diversa attenzione al resto del mondo animato, con quello che Maurizio Mori definisce “superamento dello specismo”.

Deve appoggiarsi a una nuova forma di educazione, da intendersi, nelle parole di Mauro Ceruti, come educazione alle “identità multiple”.

Deve culminare nella visione di una democrazia da intendersi come “filosofia al potere” (così dice Franca D’Agostini): “E poiché il potere in democrazia è (idealmente) di tutti, noi tutti, cittadini e governanti, dobbiamo affrettarci a diventare filosofi. Non studiosi di filosofia, ovviamente, ma semplicemente persone che sanno usare le mezze verità senza fare danno a se stessi e agli altri.”

Questo discorso sulla democrazia si applica in modo puntuale a quello che sarà il destino dell’Europa unita, un modello politico certamente in crisi e il cui futuro delinea un’alternativa secca: o la catastrofe di un ritorno agli “stati sovrani” oppure un radicale rinnovamento in senso democratico.

“Il pensiero che muove la politica” è presentato dal curatore della raccolta, Matteo Angeli, al Festival della Politica il 6 settembre alle 17. Alla presentazione partecipano Guido Moltedo e Ruggero Zanin

Qui potete trovare il programma completo.

PER ACQUISTARE

“IL PENSIERO CHE MUOVE LA POLITICA”

CLICCA  SU  Streetlib   Ibs   Amazon

La politica? Solo la filosofia può ridarle senso ultima modifica: 2018-09-05T15:32:12+01:00 da Ruggero Zanin

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento