Libia, quando c’era lui

Aver tolto di mezzo Gheddafi ha significato riportare il Paese nordafricano sotto l'ineliminabile egemonia conflittuale di tribù, l'appartenenza alle quali è molto più pregnante di quella a un partito o un esercito nazionale, figurarsi a uno stato.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Una guerra la si può pure vincere. Un dittatore lo si può anche abbattere e poi eliminare fisicamente perché testimone scomodo, ma se non hai uno straccio di strategia politica, quelle vittorie militari finiscono per trasformarsi in tragedie immani, che fanno di popoli moltitudini di profughi, disseminando il Grande Medio Oriente di stati falliti, di paesi in macerie, di “terre di nessuno” dove a dettar legge sono milizie, tribù, organizzazioni criminali. È successo con la guerra in Iraq, con la Siria, e venendo ai confini del Belpaese, con la Libia.

Sono passati sette anni dall’eliminazione di Muammar Gheddafi e del suo regime. Che quella del 2011 tutto fosse meno che una “guerra umanitaria” era già chiaro allora, nonostante una narrazione ipocrita quanto criminale, che raccontava di (inesistenti) fosse comuni e di una rivolta libica entrata nel novero delle primavere arabe. Una narrazione falsa, come falsa era la pistola fumante che aveva legittimato in quel porto delle nebbie chiamato Onu, l’invasione dell’Iraq.

Democrazia, stabilità, elezioni: in qualunque lingua declinate – italiano, francese, egiziano, russo, arabo – sono comunque parole prive di valore reale in una Libia dove a dominare è il caos. Un caos armato. Perché, sette anni dopo, la caduta del Colonnello – divenuto scomodo per i Sarkozy di turno, e per quanti in Italia avevano fatto la fila per accreditarsi e fare affari con il rais libico – la Libia è questo: due governi, due parlamenti in guerra tra loro, oltre duecentocinquanta tra milizie e tribù in armi, un “signor nessuno” – Fayez al-Sarraj – messo alla guida, proprio perché tale, di un governo riconosciuto internazionalmente ma incapace di controllare neanche i quartieri di Tripoli dove è insediato, che per non essere asfaltato deve chiedere aiuto a milizie – quella di Misurata – e signori della guerra spacciati da statisti, che si alleano e poi si sparano per un solo, vero, obiettivo: spartirsi la torta petrolifera.

Muammar al-Gaddafi

Una torta miliardaria. La stessa per la quale, sette anni fa, la Francia, leggi Total, impose la guerra, alla quale l’Italia – leggi Eni – sentì di non poter sottrarsi se non volevamo restare fuori dal tavolo dei “vincitori”. La “guerra delle cabine” di regia tra Roma e Parigi è la non risposta al caos libico. Perché non fa i conti con la realtà sul campo. E su ciò che realmente è la Libia, sette anni dopo la caduta di Gheddafi. Una “nuova Somalia” a ridosso della Sicilia. Uno stato fallito, una terra di nessuno dove si consumano i traffici più sporchi, e lucrosi.

In questa terra di nessuno, parlare di una tregua capace di reggere è inseguire un’illusione. Perché l’unica tregua che può davvero reggere è quella che si basa sulla ripartizione condivisa (da capi milizie, capi tribù, parte dei quali eterodiretti dall’esterno) dei proventi petroliferi. Pensare che una soluzione possa venire da un compromesso (quale poi) tra al-Sarraj e l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, è un esercizio diplomatico destinato a fallire sul nascere.

Per capirlo, basta riprendere e mettere in fila le cronache di guerra degli ultimi otto giorni a Tripoli. Una sintesi: la Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano nel centro della città. In questo avanzamento la Settima, Fayez al-Sarraj, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. Il caos provocato dall’avanzata della Settima può contare sul sostegno del gruppo di ex gheddafiani (Forza 22), che a sua volta ha aperto un varco alla compagine di Zintan guidate da Trabelsi. Come conseguenza le brigate Amazigh, da Zhwara, si sono allungate verso est lungo la costa, mentre le forze salafita di Kara e degli altri alleati di al-Sarraj sono ripiegate nei quartieri d’origine.

È ricoverato invece all’ospedale di Misurata, quello italiano, il generale Al-Haddad, comandante della brigata 301 di Ghneiwa, rapito nei giorni scorsi. È stato liberato solo dopo aver ceduto posizioni alla Settima forza di Tarhuna e, in parte, dalle milizie di Salah Badi, vicine alla Fratellanza musulmana, che si sono poi ricongiunge con la brigata 301 di Abu Salim, dopo aver tentato (invano) di cavalcare le proteste.

Secondo informazioni riservate i fratelli al-Kany, che controllano la componente maggioritaria di Tarhuna, avrebbero un canale di dialogo aperto con al-Sarraj per evitare che gli ex gheddafiani e i clan minoritari di Tarhuna prendano il sopravvento. È solo un resoconto in pillole di ciò che si è mosso sul campo. Ma basta e avanza per perdere la testa attorno alla riclassificazione di milizie, al ridefinire alleanze che durano qualche mese, o settimana, o giorni, per poi disfarsi a colpi di mortaio e di kalashnikov.

Il prime ministro Fayez al-Sarraj incontra il segretario alla difesa americano James Mattis (2017)

In Libia ci sono due governi: uno è quello riconosciuto dall’Onu, guidato a Tripoli dal primo ministro Sarraj, appoggiato Turchia e Qatar. L’altro è quello del generale Khalifa Haftar, comandante della Cirenaica, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto, in modo esplicito, e “sottotraccia” ma neanche tanto, dalla Francia e dalla Russia. Ognuno dei due governi ha una propria banca centrale e una compagnia petrolifera nazionale.

In più, nel resto del paese imperversano centinaia di milizie armate, che si combattono per ottenere più potere e ricchezza, anche alleandosi con i trafficanti di esseri umani o sviluppando il contrabbando di armi o di petrolio.

Per resistere al golpe orchestrato da Haftar, Sarraj deve pagare pegno alle milizie rimastegli fedeli, le quali hanno guadagnato nel tempo molto potere sull’esecutivo di Sarraj, diventato col tempo sempre più debole. Secondo gli analisti, in cambio della difesa del governo sostenuto dall’Onu, i miliziani fedeli avrebbero ottenuto risorse sempre maggiori, a cui ora anche le altre milizie, quelle finora escluse, puntano con forza. E Serraj non è riuscito a smobilitare le forze irregolari e a integrarle nel suo sistema di difesa e in un apparato di sicurezza, suscitando la reazione delle altre milizie che si sono coalizzate nel corso degli ultimi mesi e ora – con la scusa di ribaltare un sistema corrotto che “affama i libici” – pretendono “una fetta della torta”, in particolare derivanti dai pozzi petroliferi.

In sette anni non si è riusciti a mettere in campo, da parte della comunità internazionale, uno straccio di institution building, un piano di costruzione di istituzioni democratiche, di partiti, di una magistratura indipendente, insomma, una parvenza di stato. Semmai, si è operato in senso inverso. Smantellando quel poco che esisteva di esercito libico, salvo poi accorgersi della necessità, per contenere “l’invasione dei migranti”, di costruire una parvenza di Guardia costiera, magari arruolando ex trafficanti di esseri umani.

Sette anni dopo, si è arrivati alla stessa conclusione, senza peraltro ammetterlo, a cui si è giunti, anche qui senza riconoscerlo, dopo diciassette anni di guerra in Afghanistan. La conclusione è che se vuoi davvero provare a controllare il territorio, devi fare i conti con ciò che quei paesi, l’Afghanistan come la Libia, hanno espresso e sedimentato nel corso della loro storia: società tribali, dove la fedeltà alla tribù di appartenenza è molto più pregnante dell’arruolamento in un partito o in un esercito nazionale.

La stessa fine di Gheddafi si chiama tribù: Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Tuareg. Le stesse che nel 1911 affrontarono gli italiani durante la guerra di Libia. Gheddafi vacilla e poi crolla quando, cronache di quei giorni finali del rais, i Tuareg, che in Libia sono mezzo milione, accettano a la “chiamata alle armi” della tribù Warfala, che conta oltre un milione di abitanti nel paese. Quando uno dei leader Warfala dichiara che Gheddafi “non è più un fratello” e deve lasciare la Libia. E il capo della tribù al Zuwayya del deserto orientale minaccia di interrompere le esportazioni di greggio se le autorità non porranno fine alla repressione. Quando la tribù degli Orfella, che conta novantamila persone, ha deciso di sostenere la rivolta.

Il generale Khalifa Haftar

Delle oltre cento tribù in cui è frazionato l’enorme territorio di circa un milione e 760 mila km quadrati (più di sei volte l’estensione dell’Italia), le più grandi, attorno a cui orbitano le altre sotto-tribù, sono quattro: i Warfalla e i Ghadafa, appunto, e i Meqarha e gli Zuwayya. Ramificati nella parte orientale del paese a sud di Bengasi, gli Zuwayya si trovano nella zona strategica del deserto libico, attraversata dalle condutture di petrolio. Mentre i Warfalla controllano la parte sud-occidentale del paese lungo il confine con l’Algeria. E non meno decisiva fu il passaggio tra le fila degli insorti della tribù Zintan, originaria della città omonima situata a sud di Tripoli.

Sette anni dopo, le stesse tribù, frazionatesi in milizie  e sotto gruppi, sono quelle che dettano legge nel non-stato libico, nel quale i capi di governo sono solo figure di contorno, buone per presenziare ad una conferenza internazionale ma privi di autorità, e autorevolezza, anche rispetto ai sindaci, emanazione diretta delle tribù. Governare questo caos attraverso lo strumento militare esterno è pura follia. Chi di guerra e strategie militari se ne intende, conviene che per provare a percorrere questa strada, vorrebbe dire impegnate, in tempi che si calcolano in anni, non meno di cinquantamila soldati, boots on the ground, mettendo in conto perdite significative, insostenibili per le opinioni pubbliche interne.

Resta la via diplomatica, che per non rivelarsi senza uscita, avrebbe bisogno di un’azione unitaria dell’Europa (l’interesse dell’amministrazione Trump per la Libia è pari a zero) in sintonia con attori regionali che hanno incidenza nei vari campi miliziani e tribali (Egitto, Turchia, Emirati Arabi Uniti, in primis). Ma anche questo lavoro di ricucitura è tutto da realizzare.

Per questo la Libia è destinata a restare ancora a lungo un Far West mediterraneo.

Libia, quando c’era lui ultima modifica: 2018-09-06T11:48:08+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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