Metti, io, bianca, in un mondo alla rovescia

"Sono europea, una donna, ho 22 anni circa e non so come vivere. Al mio paese c’è solo miseria; la mia famiglia non ha niente, la notte ci rifugiamo in una capanna, il giorno cerchiamo di fare qualcosa per poter mangiare…"
scritto da MARIA LUISA SEMI

Sono europea, una donna, ho 22 anni circa e non so come vivere.

Al mio paese c’è solo miseria; la mia famiglia non ha niente, la notte ci rifugiamo in una capanna, il giorno cerchiamo di fare qualcosa per poter mangiare: erbe, qualche uovo rubato nelle case vicine, una volta abbiamo rubato una gallina ad amici forse più poveri di noi.

Non posso avere programmi, ho studiato poco, perché avrei dovuto lavorare, se il lavoro ci fosse stato. Comunque so leggere, scrivere, e mi piacerebbe molto continuare, ma non si può.

Ho un fratello, degli zii, ma mia madre è morta quando sono nata, mio padre non so chi sia.

E allora? Mi dicono che c’è un paese molto, molto grande dove si vive bene, si ha una casa e si può lavorare. Si chiama Africa e ho tentato di vedere dove si trova. Ma non solo è lontano, non solo ci vivono persone con la pelle nera. Soprattutto fra il mio paese e l’Africa c’è il mare, un mare grande, per cui è necessaria una barca e forse anche saper nuotare, se la barca si rovescia.

Sono necessari tanti soldi, però, per andare in quel paese, e allora, di notte, quando non riesco a dormire, penso al modo per procurarmeli. Forse potrei andare via dal mio paese, fare qualche lavoro, guadagnare per potermi permettere il viaggio.

E allora scappo dalla capanna e vado a cercare qualcuno o qualcosa. Una donna che ha un marito e molti figli, ma non è proprio povera mi dice che se provo a lavare la sua biancheria – ma che cosa è la biancheria ?- mi da qualche soldino. Così incomincio. Metto i pochi soldini nascosti nelle mutande, le uniche che ho, e cerco ancora altro lavoro. Non c’è niente. Mio fratello mi ha sempre detto che non bisogna, che non si può rubare, ma non ho altre possibilità; e quindi rubo. Mi infilo in una bottega, l’unica del paese, rubando, e riuscendo a raggranellare quello che credo e spero mi basti per pagarmi il viaggio.

A piedi, con le scarpe in mano, arrivo in un posto da dove mi dicono si può partire. È vero, mi affido a persone che mi sembrano brave. Però occorre del tempo. Pazienza. Vengo portata in una gabbia, una cantina, dove trovo ammassate moltissime persone. Mi danno poco da mangiare, dormo sul pavimento e quelle persone che mi sembravano tanto buone, invece mi fanno del male. Se mi lamento mi picchiano e… peggio, alcuni uomini mi vengono vicini, mi spogliano del poco che ho e, uno alla volta, si infilano nel mio corpo. Al mio paese dicevano che ero una bella ragazza e che però, se qualche uomo mi avesse stuprata – si diceva così – avrei potuto avere un bambino. Ma io non voglio bambini, voglio soltanto arrivare in Africa e allora sono costretta a sopportare di tutto, pur di mangiare, pur di sperare.

Passa il tempo, mi domando se ho fatto bene ad abbandonare la mia miseria, ma non cӏ niente da fare: sono prigioniera. Ho dato a quelle persone i soldini che avevo guadagnato o rubato e ora mi restano soltanto dei documenti, sui quali cՏ scritto chi sono.

Un giorno però, dal mare, che non conoscevo e che mi fa paura, arriva una specie di barca, dicono un gommone; mi fanno salire e si parte. Due giorni terribili, il mare ha onde che spruzzano acqua nel gommone, non si mangia, ci danno ogni tanto una bottiglia di acqua. Con me ci sono molti uomini e donne, alcune con bambini piccoli, altre con la pancia gonfia dalla quale uscirà un giorno un altro bambino.

Alla fine si vede una terra, ma dalla barca non si può scendere. Dicono che ci sono delle regole, che non tutti i paesi ci vogliono, che bisogna aspettare.

Siamo trasportati in una nave vera, più grande del gommone, qualcuno ci dà da mangiare, qualcuno ci fa lavare, ci dà anche qualche vestito; non proprio vestiti, ma stracci da mettere al posto di quelli che avevamo prima.

Ci sono anche persone vestite in modo strano – dicono divise – che ,uno alla volta, ci guarda, ci domanda da dove veniamo, ci fa mostrare i documenti. Per fortuna non ho perduto i miei ;altri miei compagni di viaggio li hanno perduti in mare, altri ancora hanno perduto la vita, perché sono caduti dal gommone e non sono più risaliti.

Giorni, giorni: rimpianti, rimorsi, tanta tanta nostalgia per il mio paese e per le persone che conoscevo e che non rivedrò più.

Finalmente si sbarca, si cammina su una spiaggia, su un terreno. E anche qua vengo messa in prigione. Una prigione un po’ migliore di quella di prima, ma non posso uscire, non posso cercare una vera casa e soprattutto un lavoro. Mi dicevano sempre che in Africa sarei stata accolta, che il paese era ricco, che per tutti c’era posto. Non è così, l’accoglienza non è buona e dall’esterno della prigione c’è gente che urla, che non ci vuole, che dice – in una lingua che non conosco, ma che capisco – che siamo dei ladri, che portiamo via lavoro ai loro compaesani. Come andrà a finire? Almeno adesso riesco a lavarmi, a mangiare, anche se poco e a dormire su una stuoia o su un materasso.

Passano mesi, forse un anno. Finalmente una famiglia accetta di accogliermi nella sua casa, a condizione che non rubi e che lavori. Mi va benissimo. Certo mi impressiona il fatto che hanno tutti la pelle nera, che sono molto diversi dalle persone del mio paese, che mangiano strane cose e che spesso preghino in ginocchio sul pavimento e col sedere al’in su.

Ma mi abituo, la famiglia è fatta di brave persone, capiscono che io sono diversa da loro e cercano di insegnarmi il modo di vivere .

In fondo era quello che desideravo: non miseria, lavoro e poco altro. Ma mi sento sola, vorrei avere vicine non solo persone gentili, ma anche qualcuno che mi volesse bene.

Sono qua da un anno e comincio a conoscere quasi tutta la gente che in quella città vive; non mi rendo ancora conto in quale Paese mi trovo, ma comunque sono in Africa.

Un giorno, quando non lavoro, passo per un bar – non un vero bar, ma una baracca carina dove fanno un buon caffè.

Dentro, seduti o accovacciati ci sono dei vecchi, e alcuni parlano un poco la mia lingua; non bene, ma si capisce. Provo a dir loro qualcosa e si sciolgono: mi dicono che i loro nonni erano stati in quel paese, avevano costruito una strada, una specie di ospedale, ma tutto serviva non a loro, ma a quelli del mio paese che là erano andati perché c’era, un tempo una miniera. E da quella miniera portavano al mio paese molto minerale – e anche diamanti . Non li ricordavano male, ma, secondo loro, avevano rubato quanto di buono avevano. Sento e mi allontano, perché non vorrei essere considerata parente  di quei ladri.

Ho ormai quasi venticinque anni e le persone presso le quali lavoro e che mi ospitano sono meravigliate, anche se non me lo dicono apertamente. Alla mia età non essere sposate è un po’ strano.

Ma un giorno, all’uscita dal bar incontro un ragazzo, bello, alto, con dei denti bianchissimi. Mi chiede chi sono, dove abito, mi accompagna a casa. Ci rivediamo nei giorni seguenti e pian piano – mi sembra impossibile – m’innamoro di lui ; ha studiato, ha un buon lavoro, è intelligente e gentile, gli piaccio.

Usciamo insieme, quando il lavoro me lo permette, ci diamo qualche bacio e… dopo uno o due mesi mi propone di sposarlo.

Mi sento felice, non solo perché amata, ma perché finalmente mi sento completamente accettata in quella mia nuova patria.

Troppo bello. Non sarà così: non appena il mio ragazzo comunica a genitori e amici che ci sposeremo, si fa il vuoto intorno a noi. Ospitarmi in quel paese, può essere, ma far parte del loro popolo, no. Le persone, anche quelle che sembravano amiche, mi evitano, sento, anche a voce alta, espressioni di disgusto nei miei confronti, una donna mi spinge verso un muro e mi dice di ritornare al mio vecchio paese.

È finita qundi, niente matrimonio, niente amore, e anche il mio amore si dilegua.

Che cosa ho fatto ? Niente, proprio niente: SONO BIANCA.

Metti, io, bianca, in un mondo alla rovescia ultima modifica: 2018-09-06T10:57:17+00:00 da MARIA LUISA SEMI

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