La Genova in prosa di Giorgio Caproni

L’incontro tra la città, in cui aveva vissuto adolescenza e giovinezza, e l’arte di uno dei massimi poeti del Novecento italiano
scritto da MARIO GAZZERI

Nei giorni successivi al crollo del Morandi, un mese fa, nelle redazioni frastornate da quella tragedia nazionale ci fu chi volle rendere omaggio a Genova ripubblicando alcuni versi della lunga Litania che uno dei maggiori poeti del Novecento italiano, il livornese Giorgio Caproni, aveva dedicato alla città della Lanterna dove aveva vissuto adolescenza, giovinezza e prima maturità per poi trasferirsi a Roma, città dove però non scattò mai una scintilla di empatia.

Genova mia città intera 

Geranio, polveriera

Genova di ferro e aria,

mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.

Brezza e luce in salita.

E così di seguito, in una martellante, ossessiva iterazione del suo mal d’amore per la città di “mare di terra” e dell’ascensore del Castelletto a cui dedicò anche una delle sue più belle poesie in assoluto (Quando andrò in Paradiso/non voglio che una campana/lunga sappia di tegola/all’alba, d’acqua piovana…). Quarantacinque quartine, centottanta versi, in cui una cifra letteraria quasi infantile è sottolineata dalla musicalità delle rime, qui intese anche come intenso raccordo tra emozioni diverse e a volte opposte.

Maestro di scuola elementare, partigiano disarmato – per scelta ideologica – dopo l’8 settembre, poeta ma anche giornalista, apprezzato per la sua prosa delicata e allusiva, che accenna ai piccoli, grandi tesori nascosti della sua Genova (Genova di tutta la vita/mia litania infinita) che parla la “silenziosa” lingua di un amanuense crepuscolare e quella dei poeti, forse per sbaglio prestati al giornalismo.

È da poco in libreria un volume su Giorgio Caproni e di Giorgio Caproni. Raccoglie (grazie al certosino lavoro di Alessandro Ferraro, dottore e assegnista di ricerca presso l’Università di Genova) gli articoli scritti dal poeta per La Fiera Letteraria, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il libro ha il titolo che lo stesso Caproni aveva scelto per i suoi diari personali, “Taccuino dello svagato”. Un titolo autoironico, per un poeta in cui l’ironia confinava però molto spesso con la penombra, la malinconia.

Il “Taccuino dello svagato” riunisce una cinquantina di articoli, di racconti, che ci verrebbe di definire come dei veri e propri esercizi di stile. Nel libro (edito nel luglio scorso da Passigli), Alessandro Ferraro riporta una frase di Caproni:

Ciascuno di noi ha un taccuino, soltanto non lo tiene in tasca o nel cassetto o in altro luogo materiale, dal momento che non esiste sensibilmente. Si chiama cuore, e tutti sanno o credono di sapere da quale parte (a occidente del portafogli, ossia del tornaconto) si trovi.

Gli articoli, o racconti, sono scritti in un genere che chiameremo “prosa poetica” dove la cifra letteraria (soprattutto nei resoconti su Genova) pende decisamente più verso la poesia. Tra i pezzi più suggestivi, scritti con il trasporto per la sua città d’elezione, figurano sicuramente Enea, un uomo come noi, Osterie genovesi e in particolare Chiese e chiesine liguri.

Basti la seguente citazione per capire quanto cerchiamo di evidenziare con questo articolo. Scrive Caproni:

Le antiche chiese di Genova sono differenti da tutte le altre del mondo e ci si prega in modo differente. Sono più che chiese, buie conchiglie (gusci marini che paiono a volte fossilizzati).

E ancora:

È un po’ come entrare in una conca marina, ingrandimento di quelle, ruvide, di incrostazioni calcaree e saline, che i ragazzi raccattano sulla spiaggia e accostano all’orecchio per sentire il rumore del mare.

I resoconti risentono di quella cifra musicale, semitonale diremmo, che pervade tutta la sua opera poetica e che ricorda a ciascuno di noi il leggero stordimento del dormiveglia.

Caproni dunque che “scende” a Roma per fare il maestro, lasciando moglie e figlia a Genova. Caproni travolto dai due amori della sua vita, la città della Lanterna e la madre Annina che ricorda nelle sue poesie del periodo livornese con una passione così intensa che sembra travalicare l’amore filiale. L’Annina che lui definisce “fidanzata” e che sembra gelosa, in un verso di una poesia, della nuora, moglie del poeta.

Con lei mi metterò a guardare,

le candide luci sul mare.

Staremo alla ringhiera

di ferro – saremo soli

e fidanzati, come

mai in tanti anni siamo stati.

E quando le si farà a puntini,

al brivido della ringhiera,

la pelle lungo le braccia,

allora con la sua diaccia

spalla se n’andrà lontana:

la voce le si farà di cera

nel buio che la assottiglia,

dicendo “Giorgio, oh mio Giorgio

caro: tu hai una famiglia”.

Anche durante il suo lungo soggiorno romano, Caproni sentirà fortissimo il legame con Genova, la città di cui tutti ci siamo scoperti innamorati nell’ultimo mese. Perfino il sonnolento venticello romano gli ricorderà la Lanterna. Come ricorda anche Renato Minore, nella prefazione del volumetto “Giorgio Caproni e Roma” (Edilazio).

Una giornata di vento.

Di vento genovesardo

Via Pio Foà: il mio sguardo

di fulminato sgomento.

La Genova in prosa di Giorgio Caproni ultima modifica: 2018-09-11T19:28:16+00:00 da MARIO GAZZERI

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