W la Vida. Storia di una comunità resistente e pensante

A difesa di quello che un tempo era l’Antico Teatro di Anatomia s'è riconosciuta e rafforzata una comunità capace di difendere il diritto ad abitare e vivere Venezia, come abitanti e non come comparse in un gioco – quello del turismo – gestito da altri e altrove. 
scritto da MARIO SANTI

Premessa

Propongo un racconto letterario e visivo che ripercorre un “miracolo a Venezia”.

La storia delle Vida (che il 28 settembre compie un anno) sembrava seguire un copione già scritto e (ormai) ordinario: un pezzo – l’“ennesimo” – di patrimonio pubblico viene (s)venduto.

Poi, doveva seguire la trasformazione del suo uso in supporto alla monocultura turistica (per aprire, in questo caso, caso l’“ennesimo” ristorante). Anche qui un fatto (ormai) “ordinario”.

Ma qualcosa è andato in modo diverso…

A difesa dell’Antico Teatro di Anatomia si è riconosciuta e rafforzata una comunità capace di difendere il diritto ad abitare e vivere Venezia, come abitanti e non come comparse in un gioco – quello del turismo – gestito da altri e altrove.

Una comunità che in un anno ha dovuto affrontare una sfida che sembrava più grande di lei, per la forza dei “nemici”: istituzioni pubbliche ostili o – nel migliore dei casi – sorde.

L’ha fatto partendo dal pensiero che una città vive se – e solo se – sono i cittadini a riempirla di idee, cultura, relazioni.

E su questo ha aggregato tutti quelli che pensano che Venezia muore se offre soltanto alberghi, ristoranti, alloggi per turisti e plateatici che tolgono ai bambini lo spazio per giocare

E che per continuare a vivere deve saper offrire luoghi in cui potersi ritrovare per fare cultura e sviluppare relazioni.

Luoghi pubblici e gratuiti.

Una comunità che ha dimostrato che il miglior modo di valorizzare il patrimonio pubblico non è venderlo per far cassa (coprendo buchi che si ripresenteranno in futuro senza più avere modo di coprirli) ma gestirlo per rivitalizzare la città, a partire dall’azione dei suo abitanti.

Un anno durante il quale la Vida ha incontrato sguardi benevoli e solidarietà reali da chi mette al centro la comunità come soggetto capace di gestire e valorizzare i beni comuni.

Con Poveglia per tutti e con i poveglianti ha organizzato prima il coinvolgimento delle associazioni cittadine e poi allargato a livello nazionale i discorsi per una gestione comunitaria, aperta e inclusiva del patrimonio pubblico, da vedere come “bene comune”.

Infatti alle istituzioni (Stato, Regioni o Comuni che siano) è “pro tempore” affidata la gestione di un patrimonio pubblico che, proprio in quanto tale, la Costituzione vuole “di tutte e tutti”.

Perciò le comunità non sono la “domanda”.

Non chiedono un edificio per farne una sede o un’isola o un pezzo di territorio con un’ottica “proprietaria”, anche se temperata dall’intenzione di aprirlo a ospiti e visitatori.

Sono invece l’“offerta”.

Perché mettono a disposizione la loro forza, ideale, progettuale, realizzativa, economica per una vera valorizzazione del patrimonio pubblico.

Per questo alle comunità va riconosciuta la possibilità di una sua gestione aperta e inclusiva, che lo valorizza come bene comune, in tutti i casi nei quali dimostrano di dar prova di una capacità di programmazione e azione.

Sono stato e sono parte attiva della comunità e dell’esperienza di cui parlo.

Per questo nel raccontarne e commentarne la storia non ho evitato alcuni riferimenti in prima persona (sia pure plurale).

Il noi al posto dell’io mi piace e trovo che per una comunità la capacità di che raccontare sé stessa sia un bene prezioso.

Sono tra quelli che pensano che il ciclo andino di Manuel Scorsa sia una delle più grandi opere della letteratura del secolo scorso.

PARTE PRIMA

IL LAVORO DI RIAPERTURA (DA “DENTRO”)

Scena prima

Difendere e valorizzare l’antico teatro di anatomia era il modo per mantenere pubblico l’ultimo angolo di campo San Giacomo non ancora mangiato dal turismo

Non è questa la sede per spiegare come e perché Venezia sia la punta avanzata di una tendenza mondiale del turismo (l’attività più fiorente e di successo – dopo la finanza – nell’economia globalizzata) a svuotare i luoghi più “attraenti” e meglio vendibili sul mercato mondiale di abitanti e funzioni economiche tradizionali e che li sostenevano.(1)

Va solo ricordato che a Venezia i posti letto offerti ai turisti stanno raggiungendo il numero dei residenti, che il carico di trenta milioni di turisti annui sui servizi (dai trasporti ai rifiuti) una città di poco più di 50.000 abitanti è difficilmente gestibile, che le grandi navi avvelenano con i loro motori sempre accesi gli abitanti di Santa Marta e stanno abbassando il livello della Laguna (i sedimenti che sollevano escono con la marea e non rientrano).

Mi sono limitato a tre “citazioni”, ma l’elenco potrebbe continuare…

In questa dimensione si gioca la partita decisiva per noi – i poco più di 50.000 veneziani rimasti, che dobbiamo decidere se metterci totalmente nelle mani del blocco turistico finanziario o abitare una città con una economia e delle funzioni differenziate,

Campo San Giacomo è uno dei luoghi più vivi di Venezia.

Si fanno ancora figli, i bambini giocano in campo, c’è la tradizionale festa della Benefica a luglio, da maggio a ottobre il martedì si balla il tango, c’è uno dei primi orti urbani, periodicamente Gatarigole porta in campo le idee e le pratiche delle associazioni territoriali, c’è un comitato di abitanti attento ai problemi della zona.

Panchine e bar sono luogo di incontro ideale per tre generazioni di abitanti della zona.

Purtroppo dai tempi in cui “La vida” era la trattoria con il pergolato che le dava il nome, molte cose sono cambiate e tutte in peggio per gli abitanti.

I ristoranti (allora due) si sono moltiplicati e ora se ne contano sei (con il loro servizio bar) nel solo perimetro del campo.

I plateatici sono in continua espansione e d’estate sottraggono spazi sempre maggiori all’uso pubblico (chiedete ai genitori della zona e ai tangheri).

Negli ultimi anni Palazzo Pemma – ex sede universitaria – è stato trasformato in albergo di lusso e la banca è stata sostituita dall’ennesimo ristorante, dedicato ad un’utenza medio alta.

Ecco perchè quando la Regione ha deciso di vendere l’ultimo presidio pubblico rimasto in campo, l’Antico Teatro di Anatomia, gli abitanti hanno reagito.

Alcune associazioni della zonahanno messo a punto una bozza di progetto che proponeva di farne una postazione museale, con l’archivio informatico dei musei etnografici regionali e una porta che consentisse una visita in realtà virtuale a quello che era stato l’Antico Teatro di Anatomia attraverso la simulazione del suo funzionamento.

Era un modo di valorizzare la storia del teatro, dargli una funzione di supporto al sistema regionale di musei etnografici e mantenere l’immobile in mani pubbliche e aperto al pubblico.

Ci si può chiedere che bisogno abbia di smobilitare il proprio patrimonio la Regione Veneto, che ha un bilancio non in dissesto ed è ai primi posti nel nostro paese per la capacità di gestione di servizi fondamentali (si pensi solo a sanità e rifiuti, per segnalare due eccellenze riconosciute nel panorama nazionale).

La domanda è legittima in quanto la vendita dell’Antico Teatro di Anatomia – non giustificata da “necessità di cassa” – si affianca ad un piano di alienazioni inspiegabile rispetto a vari presupposti.

Che di priva di veri e propri gioielli di famiglia (solo per fare un esempio, Palazzo Balbi, un prestigioso Palazzo sul Canal Grande già sede della Giunta regionale) senza capire cosa si farà quando questi saranno finiti…

La preoccupazione è sostanziale – perchè del patrimonio pubblico gli amministratori regionali sono solo custodi che lo gestiscono “pro tempore” a nome di tutti noi, che ne siamo i veri proprietari.

Viene da pensare che le cessioni del patrimonio pubblico altro non siano che favori ad una proprietà privata che ha mille modi di “compensare” i suoi beneficiari.

La cosa è tanto più grave perché nel caso dell’Antico Teatro di Anatomia esistevano proposte di valorizzazione che ne avrebbero mantenuto la pubblica fruizione (come quella vista sopra).

L’estate del 2017, dopo la firma del preliminare di acquisto è stata dedicata dagli abitanti e dalle associazioni a tentare di far capire l’errore al governatore Zaia, mandandogli una sostanziosa raccolta di firme e diversi documenti e cercando in tutti modi di incontrarlo.

Si sono messe in campo le prime “forme di pressione“ non convenzionali e finalizzate al rafforzamento della comunità:

  • una grande cena autogestita che ha portato in campo la sera del 11 luglio 2017 alcune centinaia di veneziani (cinquecento per il Corriere della Sera).
  • la disseminazione sui balconi delle case del campo dei ninzioleti (2) preparati dai bambini.
  • la proiezione del docufilm Venezia e il cinema, che ha riportato il cinema nei campi.

L’estate si è conclusa portando con sé due dati.

Dal punto di vista politico istituzionale, né il governatore Zaia né altri esponenti delle Giunta regionale hanno trovato il tempo per ascoltare i cittadini.

Questi però hanno cominciato a sperimentare il piacere di fare le cose assieme e di porre problemi e fare proposte alle istituzioni senza delegare ad altri soggetti (partiti, sindacati, associazioni) la rappresentanza dei propri interessi.

Scena seconda

Dalla (s)vendita alla riapertura estate autunno 2017

Sorda alle istanze dei cittadini e a una parte dei suoi stessi uffici (3), la Regione ha deciso di perfezionare la vendita, andando al rogito con l’acquirente.

A quel punto restavano sessanta giorni entro i quali Ministero dei Beni Artistici e Cculturali ed enti pubblici territoriali potevano esercitare un diritto di prelazione (cioè acquistarlo alla cifra offerta dal privato) sull’immobile, essendo esso notificato.

Ed è a questo punto che la Comunità è cresciuta e ha dimostrato la sua forza.

Il 28 settembre col coraggio della creatività c’è stata una entrata – pubblica e alla luce del sole – nell’Antico Teatro dove i funzionari della Regione stavano facendo dei rilievi. Quando i funzionari se ne sono andati la gli abitanti sono rimasti e insieme se ne è decretata la “riapertura”.

Uso questo termine, e non quello, tradizionale e datato, di “occupazione” perché la differenza non sta solo nell’assunzione di responsabilità collettiva a comunitaria su fatti ed atti connessi (4).

Sta anche e soprattutto nel fatto che si era entrati con due finalità:

  • convincere Mibact o Enti pubblici locali a esercitare il diritto di prelazione, mantenendo quindi in mani pubbliche la proprietà dell’Antico Teatro di Anatomia;
  • scommettere sul fatto che una Comunità che stava cominciando a riconoscersi e a ritrovarsi sarebbe stata in grado di dare nuova vita ad un immobile che si voleva continuasse a restare pubblico, diventando un punto di aggregazione de incontro per la popolazione.

Fin dalle prima ore e giorni di gestione spirava una buona aria.

Erano tantissimi i veneziani che non soltanto venivano a vedere, ma portavano il loro appoggio e il loro impegno.

E molto rapidamente la comunità si è allargata ben oltre i suoi componenti iniziali.Sono divenuti “abitanti della Vida”:

  • altri residenti che uscivano delle case e partecipavano in prima persona, in particolare le famiglie con bambini che fin dai primi tempi hanno dato vita alla ludoteca e a tutte le attività (letture, incontri, feste di compleanno) ad essi dedicate;
  • i veneziani che passando e trovando al posto di un portone chiuso la luce accesa la sera o le attività fervere durante la giornata si sono resi conto di cosa potrebbe essere la loro città se accanto al turismo esistessero punti di incontro gratuiti e inclusivi
  • i giovani che hanno trovato un punto per incontrarsi e dove poter discutere e fare musica (sempre entro le 21 – 21,30 poi si chiude per non disturbare chi sta vicino)
  • le associazioni cittadine – spesso senza una sede dove riunirsi – che avevano trovato una ospitalità inclusiva (e gratuita)
  • chiunque avesse una idea o una attività positive da proporre, che aveva trovato un luogo che lo accoglieva e gli consentiva di farlo.

Dopo un mese di una programmazione le attività della Vida avevano conquistato tutti e la notizia che esisteva un luogo libero e accogliente cominciava ad espandersi ben oltre la zona di San Giacomo.

Era nato un luogo pubblico, accogliente, inclusivo ed aperto dove grazie alle risposte alla “chiamata” iniziale sono state avviate, costruite e realizzate.

  • una ludoteca, che ha raccolto tanti di quei libri, giocattoli, e ausili vari che dopo poco si è dovuto arrestare il flusso di donazioni da parte di persone che continuavano a portarne;
  • la completa attrezzatura di base delle diverse stanze con tavoli, sedie e armadi, ecc., che anch’essi sono cominciati ad arrivare in gran numero;
  • un doppio ciclo settimanale di cineforum, per adulti (serale) e per bambini (pomeridiano);
  • presentazioni di libri;
  • incontri di poeti;
  • laboratori di teatro, danza e musica
  • Seminari a tema (da quello sul turismo si è consolidati il gruppo di ricerca che lo sta studiando a livello internazionale);
  • conferenze e dibattiti con solo sulla vicenda del Teatro di Anatomia ma dell’uso delle città e in particolare del suo patrimonio pubblico;

Ma soprattutto si era creato un punto di incontro.

E hanno cominciavano a venire e a diventare membri delle comunità anche alcuni “foresti”, veneziani per vocazione, quando Venezia sa essere la Venezia che accoglie e offe la possibilità di inserirsi.

Il pendolare che passava prima di andare al lavoro in Basilica di San Marco, la coppia di educatori del sandonatese, il giornalista del trevigiano con interessi a Venezia, hanno cominciato prima a venire a vedere, poi a fermarsi e infine a divenire membri attivi della comunità.

Ed è qui che è stato ridefinito il concetto di “abitante” come membro di una comunità.

Abitanti non sono solo i residenti della zona, ma tutti quelli che sono attratti dal luogo, dalle cose che vi si fanno, dalla qualità dei rapporti che vi sia creano, dal contributo che ognuno può dare alla sua crescita.

La “nostra” scommessa era vinta.

La “loro” responsabilità, quella delle istituzioni, continuava a latitare.

E non parliamo solo della Regione (che “non ha mai voluto trattare con gli occupanti”).

Ma anche di tutta la filiera che governa il patrimonio pubblico.

Malgrado ripetute sollecitazioni, né il ministero dei beni artistici e culturali, né il Comune hanno ritenuto di fare in gesto concreto per superare la monocultura turistica e per rendere credibili le parole che spesso spendono per la difesa di Venezia e dei veneziani.

Nessuno ha esercitato il diritto di prelazione.

Così i cittadini hanno capito due cose;

  • che stavano diventando una comunità vera, molto più forte e autorevole di un insieme di singoli o anche di associazioni;
  • che erano soli a difendere le loro ragioni, ma che queste erano ragioni forti, capaci di attrarre e dar finalmente una prospettiva ai tanti “veneziani” (e amanti di Venezia) non rassegnati a vederla “morire di turismo”.

Ed è stata giocata una carta importante per “allargare il fronte”.

L’8 dicembre 2017 abbiamo chiamato la trasmissione Prima pagina di Radio3e siamo riusciti ad esporre le nostre ragioni con tale efficacia che nel corso della stessa trasmissione altri due interventi hanno ripreso e rilanciato, da Napoli e dall’Emilia Romagna, il tema della gestione dei beni pubblici da parte delle comunità.

In questo modo Radio3 ha dedicato Tutta la città ne parla la trasmissione che approfondisce la notizia che è parsa più importante tra quelle proposte dagli ascoltatori – al tema della gestione dei beni comuni. Siamo ancora intervenuti noi, sono intervenuti giuristi ed esperti e c’è stata una bella discussione tra gli ascoltatori.

Avevamo posto la questione a livello nazionale

E abbiamo cominciato a pensare che l’inverno sarebbe stato lungo ma alla fine doveva venire la primavera…

Scena terza

Pensavano di prenderci per freddo, ma hanno riscaldato i nostri cuori e rinfrescato le nostre menti – una comunità resiliente

Subito dopo la “riapertura” la Regione aveva provveduto a chiudere le erogazioni di gas, in modo da rendere non utilizzabili i termosifoni.

La stagione era ancora clemente e la possibilità di utilizzare a calore lo scambiatore dell’impianto elettrico consentivano di mantenere una temperatura accettabile anche di notte.

La comunità si era offerta di pagare le bollette, come ognuno di noi fa quando entra in una casa che sente sua.

Perché quella “casa” la sentivamo “nostra” e l’avevamo “riaperta” per la città.

Perciò ci siamo impegnati non lasciarla mai sola a custodirla con una presenza continua giorno e notte.

Per tutti i mesi si è assicurata la continuità della gestione, riempendo il “cartellone delle presenze” con i turni de mattina, pomeriggio, sera a notte, anche quando non c’erano attività.

Così tantissime persone – chi stava vicino e chi veniva apposta da più lontano, sono diventati custodi e curatori dell’Antico teatro. Che a tutti quelli che passavano (ed erano tanti) spiegavano cos’era stato, cos’era in quel momento e cosa poteva diventare l’Antico Teatro, chi eravamo e perché eravamo lì.

Il 19 novembre la Regione (che da subito aveva avviato una “azione possessoria”, con denuncia in sede civile di sei abitanti scelti con il criterio della casualità e del sospetto) ha messo in atto quella che considerava l’“arma letale”: tagliare la fornitura elettrica (da remoto per non poter entrare a staccare il contatore).

Con un pensiero molto semplice: questi testardi occupanti non potranno resistere al buio e al freddo e saranno costretti ad andarsene.

E invece i cuori si erano ormai scaldati abbastanza da resistere e le menti hanno avuto una sferzata che ne ha sollecitato l’ingegno: i soldi volontariamente donati da chi partecipava a concerti e attività di autofinanziamento si sono trasformati in due stufe e in un parco bombole continuamente rinnovato; il passa parola ha fatto venire fuori un sacco di candele, lumini, lampade al led e ricaricabili.

Ed è subito nata l’idea: la Vida ha freddo? E noi la “vestiamo”, ricoprendola con i vestiti dei bambini, spogliati da uno spazio che ormai sentivano loro.

Le attività non sono finite, ma si sono svolte a lume di candela, per le pochissime più importanti si sono trovati un trasformatore o l’aggancio solidale all’elettricità del vicinato per illuminare gli spettacoli.

E il 23 novembre siamo andati, con una festosa delegazione accompagnata dalla “banda della vida” (un gruppo di musicisti solidali che si mette insieme quando serve) a portare la nostra ragioni all’amministrazione Comunale di Venezia.

L’occasione è stato un incontro con la I commissione consiliare comunale (che si occupa di Affari istituzionali e spazi), al quale erano stata invitata anche la Regione, che però non si è presentata.

Abbiamo potuto spiegare le ragioni della comunità e le motivazioni della sua richiesta di spazi per gli abitanti in una città sempre più mangiata dal turismo.

Un tema tanto rilevante da far si che da qui partisse la fotografia che Il fatto quotidiano ha fatto di Venezia – inaugurando – il 30 novembre 2017 – il primo dei suoi reportage sulle grandi città.

Alla fine, anche se l’assenza della Regione ha reso impossibile il dialogo che cercavamo per portare le nostre proposte alla controparte specifica, abbiamo lasciato alla commissione una copia di un Regolamento sulla gestione dei beni comuni adottato da uno dei tanti Comuni italiani che si sono dati questo strumento per la gestione della sussidiarietà, inglobando le azioni dei cittadini nelle loro politiche di difesa del territorio.

Intanto, scaduti i sessanta giorni e non avendo nessuno degli enti pubblici che potevano farlo esercitato il diritto di prelazione, l’immobile doveva essere a tutti gli effetti dell’acquirente (5). Il quale però si è rifiutato di prenderne possesso in quanto la Regione non glielo consegnava nelle condizioni in cui lui lo voleva. Cioè da una parte libero da persone e cose, dall’altra suscettibile di trasformazione in ristorante (6).

Infatti tra i “pericolosi occupanti” che si erano resi protagonisti della riapertura c’è più di qualche urbanista.

Studiate la carte (atto di vendita, normativa di piano, pareri intercorsi) non è stato difficile dimostrare che l’Antico Teatro non avrebbe potuto mai diventare un ristorante, a meno che il Comune non avesse concesso un cambio di destinazione d’uso, dimostrandone a monte l’interesse pubblico.

Nel caso che l’ennesimo ristorante in un campo che ne è già pieno ha più utilità pubblica di una struttura culturale e di incontro inclusiva ed aperta, di quelle che mancavano e mancano non solo a San Giacomo, ma in tutto la città.

Il che sarebbe la dichiarazione esplicita che il turismo che esclude i veneziani vale più delle strutture che li includono e rendono protagonisti della vita civile della loro città.

Scena quarta

L’inverno è stato duro, ma abbiamo tenuto, ci siamo guardati intorno e abbiamo sviluppato la rete

Tra un pranzo condiviso una cena a lume di candela e un gruppo di lavoro sul turismo e proseguendo con le assemblee di programmazione e la gestione delle iniziative, si arriva a dicembre.

Il gruppo teatrale Malmadur, una delle principali anime artistiche che hanno illuminato la Vida, ci ha restituito i risultati del laboratorio teatrale organizzato per mettere in scena la storia dell’Antico Teatro.

Nel frattempo si cominciava a parlare di noi anche fuori Venezia. I primi che sono venuti a trovarci per portarci la loro esperienza e ascoltatore la nostra sono stati i reggiani di Casa Bettola.

È stato un bellissimo pomeriggio di scambi vero tra interlocutori attenti e da quell’incontro è nata una collaborazione che sta dando i suoi frutti.

Poi sono venuti Natale e poi capodanno che abbiamo festeggiato tra Antico teatro e Campo.

E siamo arrivati all’anno nuovo.

A fine 2017 avevamo maturato e consolidato una convinzione: la riapertura della Vida aveva fatto (ri)conoscere le persone e fatto nascere una comunità che si batteva per affermare il suo diritto a vivere una città dove sia possibile incontrarsi e avere delle relazioni.

Quest’idea piaceva e per questo era indispensabile per tutti difendere la Vida, ottenere che la sua gestione fosse affidata ad una Comunità che l’aveva fatta vivere.

E da qui allargare l’esperienza in città.

Con il 2018 ci siamo detti che per farlo era necessario mettere a frutto il calore e le relazioni che avevamo cominciato a costruire attorno a noi.

Così abbiamo pensato ad alcune iniziative.

Coinvolgendo prima di tutto i “mitici” poveglianti.

L’associazione Poveglia per tutti è stata la prima a portare tra i movimenti della nostra città un punto di vista plurale e inclusivo sia nella proposta che nel modo di costruirla.

Il suo stesso nome sta a dire non solo che l’azione dei 4500 soci (veneziani e sparsi per il mondo) e del centinaio di attivisti che la animano è finalizzata al recupero di una isola abbandonata dalla proprietà pubblica (il Demanio statale) ma frequentata dai veneziani come meta di escursioni in barca e picnic lagunari.

Ma che lo si fa – costruendo azioni che hanno portato migliaia di persone a conoscerla, frequentarla, amarla e a progettarne il futuro – “per tutti”.

Cioè considerandola un bene comune che solo l’azione dei cittadini può proteggere e valorizzare. Non solo per sé o per una associazione di cui sono soci o membri; ma riconoscendo a chiunque il diritto di frequentarla e godere della sua bellezza.

La logica della condivisione si sostituisce a quella della proprietà.

È la nostra logica e per questo ci siamo trovati “naturalmente” (e piacevolmente) a unire i nostri sforzi.

E con loro abbiamo cominciato a pensare in grande.

L’idea era quella di costruire un dialogo con le associazioni cittadine da una parte per difendere il patrimonio pubblico dalla privatizzazione e dall’altra per metterlo a disposizione coinvolgendo le comunità nella sua gestione.

La prima fondamentale tappa è stata la grande assemblea Poveglia, La Vida, Palazzo da Mula e altri gioielli – la comunità si mobilita a difesa dei beni collettivi.

Costruita con un lavoro di preparazione che ha portato tutte le associazioni a intervenire non sulle loro esperienze ma confrontandole con una griglia tematica pensata assieme in precedenza.

Per tenere lontano il rischio di autoreferenzialità si è affidata la conduzione dell’assemblea a due attori che sono stati capaci di vivacizzare, fare interagire e mantenere nei limiti di tempo assegnati tutti gli interventi.

Ne è uscito un dibattito vero e seguitissimo da tutti quanti affollavano la sala anche oltre i limiti di capienza, capace di mettere in campo esperienze e sensibilità diverse.E di unirle nella difesa del patrimonio pubblico e del suo uso a servizio delle collettività, considerato una delle ultime frontiere perchè la città possa continuare ad essere tale.

La Carta del patrimonio pubblico e collettivo approvata alla fine pone il ruolo delle comunità come centrale sia per la difesa dalla privatizzazione sia per la gestione positiva del patrimonio pubblico.

Ed è per questo che Vida e Poveglia per tutti hanno concepito una seconda tappa di questo percorso di analisi e proposta, finalizzato a fare un salto di qualità e porre il tema della gestione comunitaria dei beni comuni a livello nazionale.

È stato fissato per il 14 aprile un confronto di studio e di scambio di esperienze tra le principali realtà che nel nostro paese si stanno misurando sul terreno della gestione comunitaria dei beni comuni.

Nel frattempo partiva il processo civile intentato dalla Regione contro sei “abitanti”.

Un processo che porta con sé alcuni paradossi.

Il primo è l’accusa è di “spossessamento”, cioè di aver svalorizzato un bene pubblico, togliendone la disponibilità al “legittimo proprietario”, la Regione Veneto.

Un’accusa formale che fatica a stare in piedi di fronte a due semplici costatazioni: la Regione è custode a nome della collettività e non proprietario assoluto dell’Antico Teatro di Anatomia e, nell’amministrarlo, deve fare l’“interesse pubblico”.

La popolazione riaprendolo alla cittadinanza ne ha fatto un interesse pubblico certo e direttamente verificabile, mentre è assi più dubbio capire quali benefici la comunità potrebbe avere dalla sua vendita e trasformazione in un ristorante (cioè proprio quel genere di attività che si sta mangiando la città).

Il secondo consiste nell’arbitrarietà della scelta di sei persone che sono state “incriminate” (oltre a tutto senza prove dirette del loro coinvolgimento come unici o principali protagonisti della riapertura / occupazione) quando è l’intera comunità ad essersene assunta e anzi aver rivendicato la responsabilità.

Per questo, dopo che si era fatta passare per lasciare che la vicenda venisse istruita la prima udienza.

La comunità ha deciso di farsi vedere alla seconda udienza e il 27 febbraio 2018 mandando una delegazione (accompagnata da una parte della banda che vediamo partire da San Giacomo per fermarsi davanti al tribunale e Rialto per informare la popolazione di quanto sta accadendo, con interventi, performance teatrali e l’offerta dei panini della solidarietà.

L’inverno era arrivato e la visita della neve sottolineava quanto fosse importante il lavoro di quel gran numero di persone che si sono alternate per “custodire il bene comune”; con l’aiuto di un paio di stufette.

La notte venivano spente per prevenire esalazioni e la mattina riaccese per dare un po’ di agio al “cambio turno” che consentiva a chi aveva dormito di raggiungere il posto di lavoro.

Spesso non prima di aver goduto di un’altra delle belle consuetudini che hanno caratterizzato la crescita delle comunità.

Quella per cui alcuni abitanti della zona uscivano di casa chi col caffè, chi con tè o infuso, chi con succhi, con pane marmellate, talvolta brioche e via dicendo per fare colazione insieme, magari coinvolgendo qualche passante e cogliendo l’occasione per spiegargli cosa stava succedendo.

E continuavamo a ricevere visite importanti.

Come quando due esponenti dell’Asilo Filangieri (che avevamo contattato in occasione delle trasmissioni radiofoniche di dicembre) sono venuti a trovarci a parlaci della loro esperienza di gestione comunitaria del bene comune – tra le prime in Italia ad aggiungere all’affermazione sociale un riconoscimento ed una legittimazione di carattere istituzionale.

L’appassionato dibattito che abbiamo avuto con loro ci ha convinto che erravamo sulla strada giusta.

Che erano giusti sia il taglio aperto e inclusivo che avevamo voluto dare alla programmazione delle attività sia le modalità e i metodi ai quali stavamo ispirando il nostro lavoro (dai gruppi tematici al ruolo cardine dell’assemblea, con il metodo del consenso nel preparare e prendere le decisioni)

PARTE SECONDA

IL LAVORO DI RIAPERTURA (DA “FUORI”)

Scena quinta

Lo sgombero

Così si arriva a marzo.

Il 4 marzo elezioni politiche.

Il 5 marzo i risultati.

Il 6 mattina alle 8 esco di casa per andare al lavoro e in campiello del Piovan davanti alla pizzeria mi imbatto in un gruppo di uomini vestiti come se andassero alla guerra. Vado verso il campo e i gruppi di moltiplicano: sono sotto il sotoportego, sotto l’orologio e in calle, verso campo Nazario Sauro.E tutti confluivano sull’Antico Teatro.

Alla fine conteremo 150 agenti in tenuta anti sommossa, tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza.

Uno schieramento da difesa di una qualche zona rossa in un G8.

Ma non eravamo nella Genova del 2001, ma nella Venezia del 2018, non c’era da assaltare una scuola ma di “liberare”un Antico Teatro di Anatomia.

Non c’erano da sgomberare centinaia di manifestanti ma da far uscire l’unica persona che quella mattina alle sei era dentro a prendersene cura.

Il paragone con i drammatici fatti di Genova non sembri esagerato.

Qui le forze dell’ordine non hanno fatto violenza né sulle persone né sulle cose.

Ma un richiamo è possibile per la sproporzione tra l’abnorme spiegamento di forze venute per “reprimere la rivolta” e la limitatezza delle forze trovate nel “fortino assediato”.

Gli abitanti del campo e della zona, anche quelli non direttamente coinvolti nella riapertura, gli increduli passanti, e, quando sono cominciati ad arrivare, i bambini non credevano ai loro occhi. Stupore, incredulità delusione o rabbia sono stati i primi sentimenti ad accomunare una comunità affranta in quella mattinata grigia a piovosa nella quale ci siamo ritrovati ad accatastare in campo.

Tavoli e sedie, mobili e armadi, lampade e candele, stufe, giocattoli e i libri dei bambini, coperte, sacchi a pelo, fornelli, bicchieri, posate, stoviglie e cose da cucina, asciugamani e saponi, scope, detersivi e tutta l’attrezzatura per tenere puliti i locali che ripassavamo ogni giorno, sacchi e bidoni per differenziare i rifiuti e quant’altro.

Tutto è finito sotto a teloni improvvisati per difenderlo dalla pioggia.

Sorpresa, amara disillusione nei confronti di istituzione che si dicono democratiche e che l’unico dialogo che hanno offerto a cittadini che da mesi le stavano cercando è stato mandare tre battaglioni di polizia, carabinieri, guardia di finanza; delusione, sconcerto, rabbia.

Questi i primi sentimenti che si mischiavano con la pioggia e le lacrime di più di qualcuno.

Ma dopo un po’ abbiamo avuto una conferma che eravamo diventati una comunità e che la nostra azione cominciava a smuovere una città che troppo spesso viene fatta passare come addormentata e abituata a subire.

È arrivata sempre più gente, l’Anpi ha improvvisato il coro Vida ciao, dove sul tema di Bella ciao la Vida assumeva il ruolo conduttore, il senso dell’idea che si trasmette…

Il clima è cambiato.

Il via vai di persone che chiedevano informazioni e portavano solidarietà è durato tutto il giorno e prima di sera un’assemblea ha preso in mano la situazione e cominciato a pensare al futuro.

In settimana si sarebbe curata l’organizzazione del presidio esterno, che sarebbe rapidamente cresciuto con l’arrivo di sempre nuovi gazebo.

In pochi giorni quella parte del campo sarebbe diventata un’”acampada”, grazie al fatto che singoli e associazioni han cominciato a portare tende e gazebi. Spontaneamente si sono trasferite su di essa le “regole” che ci avevano guidato dentro l’Antico Teatro: presidio continuo (per il dialogo con i passanti); i primi giorni si è addirittura preferito abitarli anche di notte, per evitare sorprese.

E sabato 10 marzo abbiamo pensato di chiamare la città a manifestare, con molte speranze e qualche paura (era la prima volta che la Vida “usciva” da San Giacomo.

Alla fine eravamo felici, storditi e commossi per avere promosso una grande manifestazione e per poterla leggere come una prova di affetto dei veneziani nei confronti non solo della Vida ma della loro città.

È passato un messaggio molto chiaro: in campo San Giacomo stava giocandosi una partita decisiva per l’intera città.

Chiudere l’originale esperienza della “riapertura” dell’Antico Teatro sarebbe stata la mortificazione della possibilità dei veneziani a reagire allo strapotere della rendita turistica.

La certificazione, per certi versi l’accettazione, del ruolo di “indiani nella riserva”.

La manifestazione è stata un grande serpentone che ha attraversato la città.

Da San Giacomo a Piazzale Roma alla sede regionale della Stazione di Santa Lucia, dove è stato fatto il primo intervento di spiegazione di denuncia del ruolo della Regione e per la gestione del patrimonio pubblico cittadino da parte comunità).

Da qui si è fermato per una performance teatrale in Campo San Geremia (sotto la sede RAI).

Poi ha attraversato Strada nuova, Campo Santi Apostoli, fino a San Bortolo.

Per poi tornare alla Vida attraverso il ponte di Rialto.

Ci siamo accorti che era arrivata la sera, ma eravamo ancora in tanti.

Siamo arrivati a San Giacomo molto stanchi ma ancor più soddisfatti.

Carichi di speranza e di senso di responsabilità verso una Venezia che quando vuole non si limita a lamentarsi ma è capace di progetto e proposta.

Scena sesta

La resilienza della comunità: “i nostri si organizzano”

Il successo della manifestazione, le attestazioni di stima a solidarietà ricevute da associazioni e singole persone, ci hanno aiutato a riflettere, a partire dalla convinzione che il nostro lavoro non era finito e che in città c’erano forze non solo per contenere la svendita del patrimonio pubblico ma anche per chiedere che la sua gestione sia affidata alla comunità.

Abbiamo pensato che dovevamo tenere il nostro profilo alto e inclusivo.

In primo luogo si è deciso di trasformare l’“acampada” di protesta – necessaria i primi giorni – in un presidio basato su un solo gazebo, ma bello e capace di parlare di noi e delle nostre proposte. Anche senza la necessità di un presidio continuo.

L’importante era che continuasse ad assicurarci una presenza continua a visibile in campo e una capacità di iniziativa ancora più alta.

Per questo abbiamo restituito i gazebi in prestito e ne abbiamo comprato uno nuovo.

Il nome glielo hanno trovato i bambini, che vi hanno subito visto la “Vida accanto”.

Ad abbellirlo ci ha pensato la grande sapienza della nostra “botanica di fiducia”, che lo ha trasformato in un giardino mobile, con un sistema di piante esterne che ne fanno un elemento di arredo urbano del campo (che tutti rimpiangeranno se e quando mai si deciderà di toglierlo).

Poi abbiamo puntato sulla costruzione di rete (nazionale) e sulla grande visibilità mediatica che ci avrebbe assicurato la due giorni del 14 e 15 aprile (a cui stavamo lavorando) e su una programmazione che dalla “Vida accanto” sapesse, anche più che dalla “Vida originale”, portare cultura e relazioni in città.

Scena settima

Le tre giornate della Vida (14 – 16 aprile 2018)

Le giornate del 14 e 15 (e 16) aprile sono state memorabili.

Non solo per la partecipazione.

Centinaia di persone iscritte ai tavoli di lavoro e alla plenaria del convegno “L’altro uso – usi civici e patrimonio pubblico“; molte di più quelle “passate a trovarci” nei due giorni – con la serata a Marghera dei MA festival – Maratona musico teatrale per i beni collettivi, la passeggiate consapevole tra i beni in vendita veneziani del 15 mattina al convegno interazionale sulla turisticizzazione del 15 pomeriggio.

Ma ancor più ha colpito la qualità della partecipazione, con delegazioni venute da alcuni tra le più importanti realtà capaci di praticare nel nostro paese una gestione del patrimonio pubblico (e non solo) di tipo comunitario e approcci urbanistici finalizzati alla tutela dei beni comuni.

Da Napoli a Milano, da Firenze alla Puglia, da Reggio Emilia all’Appennino toscano, dall’Emilia al Veneto fino alla Spagna, solo per citare le realtà più visibili.

Una rete si è (ri)trovata, ha messo in comune pratiche e volontà di arrivare a proposte che facciano avanzare (senza uniformarne forzatamente le diversità) il lavoro di tutti.

I lavori dei tavoli ne sono stai preziosa testimonianza e hanno posto la necessità di affermare e far riconoscere a tutti i livelli (dalle istituzioni territoriali al parlamento) le azioni positive delle comunità. Cui deve essere riconosciuto il diritto di essere gestori e valorizzatori di beni comuni (territoriali o immobiliari).

[vedi box a pie’ di pagina]

La serata del 14 è passata in allegria a Marghera e la mattina del 15 abbiamo accompagnato con i poveglianti e alcune associazioni veneziane, chi tra i convegnisti si era fermato per un giro in città. L’abbiamo chiamata “passeggiata consapevole” perché ha toccato luoghi dove ci sono state e/o si sono evitata le più significative svendite di patrimonio pubblico.

I discorsi del giorno precedente dono usciti dalla discussione concettuale per entrare nella “città viva”.

I più resistenti dei convegnisti (ad altri venuti per questo) hanno partecipato nel pomeriggio di domenica 15 aprile a un dibattito internazionale sulla turisticizzazione delle città, che si è svolto alla Vida.

Da Napoli a Firenze, da Roma a Barcellona sono emersi gli echi della grande operazione di gentrificazione in corso a livello mondiale. Che ha purtroppo a Venezia un caso pilota dove sono presenti ed esasperate tutte le dinamiche negative di sostituzione di popolazione e attività con le quali il turismo si mangia città e comunità.

Nell’occasione è stata preannunciata l’uscita di un documento teso a definire e unificare una linea comune di resistenza tra le città del sud Europa.

La “tre giorni” di metà aprile è stata chiusa lunedì 16 da un’iniziativa culturale.

Davanti alla Vida un gruppo di poeti coinvolti da Tiziano Scarpi e Giovanna Pastega ha dato vita ad un bellissimo reading poetico letterario durante il quale – a turno – ognuno portava un brano per offrire una “sua” immagine delle Venezia di ieri e di oggi.

Scena ottava

La comunità di rafforza e stabilizza fino all’estate 2018

Carichi e desiderosi di trovare uno sbocco, abbiamo ripreso il lavoro.

Da un lato abbiamo cominciato a ragionare con Poveglia per tutti su come mettere a frutto nella nostra situazione le indicazioni emerse dal convegno L’altro uso, cercando di muoverci sulla linea che il 14 aprile aveva cominciato a chiarirci.

Dall’altra abbiamo ripreso la programmazione, per fare vedere che la comunità riusciva a ideare, progettare e realizzare iniziative di ampio respiro anche in campo, attorno alla “Vida accanto”.

Il nostro Gazebo acquistava così la tripla funzione di tener viva l’attenzione a difese degli indagati, di ricordare che non potrà mai esserci un ristorante (vero o mascherato da caffè letterario) all’Antico Teatro di Anatomia, di base per animare la vita culturale e relazionale di San Giacomo (e della città).

Sul primo tema il dibattito è stato lungo a articolato.

Poveglia per tutti ha sottoposto all’assemblea dei soci dell’1 luglio 2018 una prima informale valutazione su come posizionarsi per le prossime mosse sull’isola, ricevendone una indicazione non vincolante ma abbastanza definita per una partecipazione al bando (anche forzandone le regole, ma “dall’interno”), in modo coerente alla sua storia (l’associazione si costituì nel 2014 proprio per partecipare ad un’asta pubblica).

L’ipotesi di una rottura con le logiche tradizionali di assegnazione è però presente e potrà essere utilizzata nel caso il bando non venga promulgato (anche a causa dei ricorsi che l’associazione ha presentato sul comportamento del Demanio statale).

In questo caso potrebbe riprendere forza la richiesta di una assegnazione in uso civico.

La Vida invece ha prodotto (con una lunga discussione in un gruppo di lavoro) un documento di posizionamento che è stato approvato dall’assemblea del 5 settembre. E verrà ora proposto come base di discussione al Comune.

Per quanto riguarda la programmazione le attività sono state pensate per poterle realizzare in campo.

La ludoteca non ha smesso di esistere. I bambini sanno dove trovare “le loro robe” nel Gazebo e ogni giorno passano a prenderle per poi rimetterle e fine uso.

E si è riusciti a mantenere vivo tutto l’arco delle iniziative, senza l’uso di elettricità, alla quale si ricorre solo in casi particolarissimi (concerti, conferenze e video proiezioni), grazie alla disponibilità di chi abita davanti all’Antico Teatro e consente collegamenti momentanei alla sua rete domestica).

Sono continuato con gli incontri poetico – letterari: dopo il reading sopra citato del 16 aprile, abbiamo ospitato racconti di viaggio come quello dei due ragazzi francesi che ci hanno parlato del loro giro del mondo in bicicletta, o del bizzarro autonauta che ci ha intrattenuto sulle motivazioni e sulla storia del suo tour in “auto da mare” da Genova a Venezia, circumnavigando l’Italia via Tirreno ed Adriatico.

Abbiamo voluto, in contatto con lui e con il suo consenso, riprodurre le “mani”, di Lorenzo Quinn che abbiamo appoggiate all’Antico teatro per rivendicarne la natura pubblica a aperta e come forma di opposizione alla sua privatizzazione (vernissage).

Il 12 maggio è stata la Giornata della Danza.

Campo San Giacomo è stato tutto il giorno la capitale della danza con otto gruppi del territorio veneziano.

La mattina si sono gestiti laboratori nel pomeriggio si è messo in scena uno spettacolo collettivo la cui regia e scenografia complessiva è stata curata dalla “nostra” danzatrice di riferimento.

Il 5 giugno – dopo un lavoro di preparazione su “urbanistica” e “usi civici” – abbiamo portato il nostro contributo all’atto conclusivo del percorso del padiglione USA delle Biennale architettura sulla riappropriazione urbana, che si è rifatto ad alcune situazioni cittadine di riappropriazione – la Vida a San Giacomo e ASC in Giudecca.

Il 9 giugno la Vida ha aderito, con l’ennesimo pranzo in campo, a “in campo co’ scugeri e pironi”, che anche quest’anno ha messo in evidenza la gran voglia dei veneziani di usare i campi della loro città come salotti condivisi.

L’attenzione alle tematiche del genere e le tensioni internazionaliste hanno trovato spazio nell’aver accolto alla Vida (il 19 giugno) due straordinarie femministe honduregne che hanno portato il ricordo di Berta Caceres.

E ci hanno fatto vivere le straordinarie capacità di un femminismo vissuto in modo radicale di “costruire poesia” e di portare la tranquillità dello sguardo lungo femminile. Una pratica capace di mettere insieme e gestire unitariamente i movimenti di un paese dove i livelli di coercizione e illibertà sono tra i più alti del globo.

Il 24 luglio abbiamo accolta l’ennesima rinvio del processo civile in corso con la prevista cena in campo, che come sempre ci ha consentito di tenere informati i nostri anici e di raccogliere un po’ di fondi per le spese legali.

Anche in agosto la “Vida accanto” è rimasta lì.

Ogni martedì si è fatto assemblea, e verso fine mese abbiamo cominciato a discutere il nostro futuro.

Scena nona

La discussione sulle prospettive del futuro

Ho voluto fermarmi, nel raccontare la “storia della Vida”, al suo primo anno, dal momento che si avviamo verso il primo compleanno ufficiale (il 28 settembre fu il “giorno della riapertura”). Anche se come abbiamo visto, l’esperienza nasce da molto prima e già l’estate 2017 vede le prime iniziative nella quali è la comunità a muoversi in quanto tale.

Intanto è stato programmato un settembre ricco di iniziative politiche e culturali.

Dall’ospitalità a gruppi e movimenti che scelgono la vida per far tappa a Venezia e presentare le loro iniziative al contributo dato al Torneo di pallavolo organizzato dal Cus Venezia in campo per il 15 e 16 (con l’accordo per il momentaneo spostamento del gazebo per consentire di “tracciar il campo” davanti alla Vida – anch’essa una tradizione che si era persa e si riprende in campo San Giacomo). Alle assemblee settimanali.

All’ordinaria manutenzione si sono aggiunte alcune iniziative tese a smuovere la situazione.

Il lancio della campagna “Una cartolina per la Vida.

L’idea è di raccogliere e portare all’amministrazione comunale mille cartoline che le chiedano di non concedere il cambio d’uso, rispettando il PRG che ne impedisce l’uso commerciale, di farla tronare pubblica, di coinvolgere la comunità nella sua gestione.

La campagna ha attirato l’attenzione della stampa locale e sta svolgendosi in questi giorni; la consegna delle cartoline all’Amministrazione comunale è prevista per il 17 settembre.

Si stanno cercando alleanze per allargare anche alla politica lo schieramento per la difesa della città. Nelle sue recenti visite in città il nuovo Ministro dei Beni Artistici e Culturali ha dichiarato in modo molto netto che

A Venezia serve un albergo in meno e un centro di produzione culturale in più: i veneziani devono poter vivere qui.

Cogliendo la palla al balzo i Vidani hanno preso carta a penna e gli hanno scritto una bella lettera, appoggiandone la posizioni e prendendolo in parola.

Gli hanno spiegato che

… la comunità della Vida si è … sostituita alle Istituzioni pubbliche al fine di garantire la legalità, ovvero il rispetto della destinazione d’uso dell’immobile classificato nel Piano regolatore Comunale come SU (struttura unitaria pre-ottocentesca con destinazioni d’uso compatibili unicamente come: “musei, sedi espositive, biblioteche; archivi; attrezzature associative; teatri; sale di ritrovo; attrezzature religiose”) e fornire servizi pubblici gratuiti e completamente autogestiti agli abitanti (ludoteca, archivio del quartiere, mostre, incontri, spettacoli, momenti di socialità e confronto). [Perciò lo invitano] … ad incontrarci e ad incontrare la Regione Veneto e il Comune per trovare una soluzione condivisa a questa vicenda nell’interesse della città e dei suoi abitanti. Venezia infatti è conosciuta in tutto il mondo ma la sua vita vera, quella fatta dalle persone che la abitano, è trascurata dalle stesse istituzioni che la dovrebbero difendere e promuovere. [Aggiungono che] La nostra comunità si è stretta intorno a questo luogo, un simbolo della difesa di Venezia contro lo strapotere di chi crede che tutto si possa vendere e comprare, persino una città e i suoi monumenti…[e chiedono] … preghiamo di essere con noi in questa battaglia per affermare il diritto costituzionale alla vita di una comunità.

Certamente alle assemblee e nelle mobilitazioni previste per fine mese (il 24 c’è udienza – forse risolutiva – per il processo civile, i cui esiti saranno valutati con una cena informativa prevista la sera in campo; il 28 c’è il compleanno della Vida e si stanno studiando le forme e i modi per “festeggiarlo”) si presenteranno e lanceranno le due campagne che sposteranno il focus della discussione sull’amministrazione comunale:

  • quella “urbanistica”: sancire una volta per tutte che nessun cambio d’uso verrà concesso nel corso di questa consiliatura e chiedere che l’Antico teatro di anatomia venga acquisito e destinato ad uso pubblico)
  • quella sociale, che chiede che l’Antico teatro venga successivamente dato in gestione in uso civico alla “Comunità della Vida” che ha dimostrato di saper rendere utile alla città

E sarà poi la comunità, attraverso la sua assemblea di gestione (7),a valutare le tappe successive del percorso

Qui mi limito ad alcune considerazioni “giornalistiche” sui punti fermi che la storia di quest’anno ci consegna.

La Vida ha dimostrato che si può ancora vivere in una Venezia schiacciata dal turismo, mostrando come tornare a muoversi verso una città plurale.

Puntare su comunità di zona, laddove gli abitanti hanno la voglia di mettersi in gioco e di mettere la loro esperienza, la loro cultura, le loro capacità al servizio di un “bene comune”.

A San Giacomo il catalizzatore è stata la difesa dell’Antico Teatro di Anatomia.

Ma anche altrove, in una città “in vendita” come Venezia, è possibile individuare luoghi pubblici dei quali:

a) arrestare chiusure, svalutazione e messe in vendita (8);

b) affidare la gestione alla comunità.

Un anno di gestione, prima dentro e poi fuori dell’Antico Teatro, ha dimostrato come una comunità possa fornire ai cittadini i servizi che a Venezia mancano e di cui una città ha bisogno per continuare ad essere tale.Cultura, luogo di dibattito e punto di incontro e relazioni intergenerazionali.

La gestione comunitaria valorizza il bene dal punto di vista sociale.

La (s)vendita nel migliore dei casi porta qualcosa nelle casse dell’ente gestore, che poi magari non lo “ritorna” ai cittadini in termini di servizi.Dove sono andati i milioni di euro che il Comune acquisì come “compensazione” per la vendita a Benetton del Fontego dei Tedeschi?Li ha investiti in servizi per i cittadini o inglobati nel suo bilancio per tappare buchi che si sarebbero ripresentati l’anno dopo?

Proprio in riferimento a quel caso e a quella dimensione finanziaria, il Comune potrebbe acquisire l’Antico Teatro di Anatomia e affidarne la gestione ad una comunità che ha dimostrato di saperlo valorizzare con una gestione aperta e inclusiva. 911.000 € sono una cifra importante nei suoi bilanci in questi tempi di crisi; ma non così gravosa da rendere impossibili atti di “restituzione” di servizi e valore alla comunità veneziana. Segnerebbero anche – il riferimento al caso Fontego è pertinente – un forte – e necessario – atto di discontinuità rispetto all’atteggiamento di precedenti amministrazioni (9).

Venezia ha scoperto quale può essere la capacità di presenza e di resilienza che un gruppo di persone che si è appassionato alla causa della difesa dell’ultimo spazio pubblico di un campo che è ancora “vivo”. E per questo ha saputo trovare al suo interno le forze per dire di no allo spossessamento degli spazi pubblici.

Ogni volta che c’era una difficoltà (e cambi di stato ce ne sono stati tanti e difficili – taglio di gas e luce; sgombero, allestimento gazebo, ecc.) la comunità ha saputo ritrovarsi, discutere e partire con nuova forza.E con un sorriso sulle labbra.

Perchè nonni e nipoti, genitori e figli; vecchi e giovani, sangiacomini e abitanti che vengono da fuori, tutti stanno bene insieme a provano piacere nel trovarsi.

Al di là che questo succeda per discutere o davanti a quelle tavole imbandite. La cui qualità, sia detto per inciso, qualità scoraggia l’apertura di un nuovo ristorante: perchè ce n’è già uno di nuovo, ma è comunitario, inclusivo, non commerciale…

Va sottolineata la grande capacità di gestione che la comunità ha messo in campo grazie alla messa a disposizione gratuita di tempo e competenze anche professionali dei suoi membri.

A partire dalle quali si è costruita una rete di collaborazioni esterne che hanno consentito di realizzare la programmazione ampia e articolata di cui c’è ancora traccia nel gruppo Facebook.

La Vida ci dice che in città c’è un’ipotesi di gestione dei beni pubblici alternativa alla loro alienazione, capace di riempirli di un valore non monetario, ma culturale, sociale, relazionale: Capace di dare ai cittadini quei servizi e quelli “standard” che la legge promette loro ma che la pratica delle ultime amministrazioni ha sempre negato, monetizzando gli oneri versati per i nuovi interventi.

“Quelli della Vida” con un anno di esperienze, prima dentro e poi fuori l’Antico Teatro di Anatomia, hanno reso visibili gli effetti positivi e il riscontro che incontra presso la popolazione una gestione comunitaria degli spazi pubblici.

Se le istituzioni pubbliche (in questo caso il Comune, per superare l’incapacità a capire dimostrata dalla Regione; o il Ministero – che potrebbe avere l’autorevolezza per mettere tutti attorno ad un tavolo) sapranno confrontarsi positivamente con queste novità è possibile una soluzione “win win”.

La rete che la Vida, con Poveglia per tutti ha cominciato a costruire con le più interessanti esperienze nazionali di gestione dei beni comuni dimostra che valorizzare il patrimonio pubblico attraverso la valorizzazione del ruolo delle comunità locali è possibile.

Il 14 aprile 2018 il citato convegno “L’altro uso …” ha mostrato dove e come si comincia a farlo in Italia.

Ci sono tutte la condizioni per farlo anche a Venezia.

Se l’Antico Teatro non può essere un ristorante, le istituzioni devono farlo tornare in mani pubbliche,

Ed è possibile che da una sua riacquisizione si arrivi all’assegnazione alla comunità.

Questo è l’unico modo per andare oltre alle parole per restituire Venezia ai Veneziani. Per avere una città con più putei e meno plateatici.

Altrimenti una comunità resiliente troverà da sé – come ha dimostrato di saper fare quest’anno – i modi e le forme per trovare i suoi spazi e tenere accesa in città la fiamma di una speranza di futuro.

b o x

“L’altro uso – usi civici e patrimonio pubblico

Rimandando ai materiali di sintesi dei gruppi per una lettura più analitica, si possono evidenziare alcuni punti (spesso aperti) da assumere – come acquisizioni consolidate o come elementi che è necessario approfondire – come paletti. Per andare avanti con il lavoro di rete e per far si che la tappa successiva a quella veneziana non si riparta da zero, ma ci si muova per consolidare un lavoro già avviato.

Il primo tavolo ere dedicato a Vendita del patrimonio pubblico e trasformazione delle città e coordinato da Ilaria Boniburini (Eddyburg). Doveva affrontare la questione della vendita del patrimonio pubblico, del piano delle alienazioni e delle conseguenze sulla trasformazione delle città e chiedersi: quali strumenti esistano per invertire la tendenza.

È emerso come abbandono e vendita del bene pubblico provochino una perdita di attività e di servizi pubblici (esistenti o potenziali); e come, di conseguenza, la perdita di beni comuni rappresenti anche una perdita di democrazia e di autogoverno, perchè toglie al cittadino la possibilità di essere agente e di intervenire nei processi decisionali.

Il ragionamento è partito cercando di definire i beni comuni come frutto di un’attivazione di processi che trasformino in questo senso gli spazi pubblici, come elemento costitutivo della città, collettore e luogo d’incontro.

Per questo essi vanno individuati, mappati e resi visibili per rendere consapevole tutta la collettività di questa loro funzione.

Ciò rende anche la loro occupazione un’azione illegale ma legittima, che riattiva un posto abbandonato mantenendolo vivo, andando a ridurre gli elementi di svalutazione dello stesso.

Attraverso l’uso dei luoghi abbandonati è allora possibile creare una coalizione civile e fare rete.

Per consentirlo va presa in considerazione la possibilità di tornare allo strumento urbanistico come gestione del bene comune.

Si è discusso dell’importanza di alcune azioni che possono accompagnare questa pratiche (dalla conoscenza – autoformazione e formazione – all’ educazione civica e sensibilizzazione, fino alle azioni di partecipazione, da gestire non limitando il dialogo ad un gruppo ristretto già convinto della sua posizione ma aprendolo tra chi ha punti di vista differenti, per cambiare le cose).

Si è rilavato come per difendere il diritto all’abitare e il diritto alla città oggi i movimenti sociali in realtà stanno facendo ciò che dovrebbe fare il soggetto pubblico.

Non è mancato un accenno alla gestione del bilancio in maniera partecipata (questo aprirebbe un interessante legame con audit del debito pubblico, che Marco Bersani nel pomeriggio ha identificato come precondizione generale per poter agire sui beni pubblici).

Il tavolo ha individuato due azioni prioritarie su cui investire per attuare un cambiamento nelle modalità di gestione del bene pubblico:

  1. attivare azioni di condivisione, di rete e di cooperazione e creare una piattaforma comune di scambio e di dialogo;
  2. attivare azioni di comunicazione mirate a mostrare i processi ed i risultati attraverso azioni di coinvolgimento, di contagio, di sensibilizzazione, di credibilità e di autorevolezza – con la necessità di individuare nuove forme di comunicazione

Il secondo tavolo ha analizzato gli Strumenti giuridici e trasformazioni istituzionali necessarie, e doveva (con il coordinamento di Giuseppe Micciarelli – giurista) aggredire il rapporto con le istituzioni e confrontarsi sui possibili strumenti (usi civici, regolamenti, concessioni ecc.) per il riconoscimento della gestione di spazi pubblici da parte delle comunità di cittadini.

Valutando gli istituti e gli strumenti giuridici da utilizzare e sperimentare per la gestione degli spazi non si è voluto soffermarsi tanto sulla distinzione tra pratiche di gestione legali o illegali, quanto sul tipo di azione che viene prodotta: una forma collettiva, pubblica e “a viso aperto” che rivendica diritti, e con un atteggiamento non appropriativo per una comunità determinata, ma per allargare spazi di democrazia e conquistare diritti per una platea più ampia di persone

È emersa con forza la necessità di elaborare una legge di respiro nazionale sui temi dell’uso civico e collettivo del patrimonio dei beni, che rappresenta uno degli strumenti più diffusi nelle rivendicazioni delle esperienze concrete presenti. Si è messo in evidenza come già la Costituzione e altri dispositivi legislativi contengano al loro interno alcuni valori fondamentali o strumenti, quali il principio di sussidiarietà orizzontale, che va interpretato in modo tale da garantire fruibilità e accessibilità dei beni da parte degli abitanti del territorio (Comunità).

In questa logica va anche attualizzato il concetto di proprietà, non solo pubblica o privata ma anche collettiva.

Si sono valutati i diversi tipi di strumenti giuridici utilizzati in passato e oggigiorno quali: l’uso civico e collettivo urbani, i patti di collaborazione, i regolamenti sui beni comuni, lo strumento della concessione, le occupazioni dal basso autogestite, i bandi pubblici per l’assegnazione. Sono emerse forti critiche nei confronti del sistema bandi. Si è evidenziato come le esperienze collettive possono darsi forme di auto normazione civica, per costruire organi di autogoverno civico in cui tutt* possano entrare a far parte del circuito di gestione diretta seguendo regole stabilite. In questo modo si ha trasparenza pubblica, non con lo strumento dei bandi pubblici (che non considerano le esperienze già in corso e operano su un modello competitivo pensato per gli appalti).

Quindi va rilanciata la scrittura di regole per usi non esclusivi dei beni comuni.

Il tavolo ritiene importante identificare una serie di parole che se rivendicate collettivamente e riconosciute negli atti amministrativi di tante città italiane diventino precedenti e creino un nuovo tessuto giuridico dal basso. Appare allora utile non parlare solo di “Beni comuni” ma qualificare come beni comuni emergenti gli spazi urbani riqualificati (o riqualificabili) dall’azione di una comunità e come beni comuni necessari (come quelli naturali, l’acqua ad esempio, che vanno preservati in forme ecologiche e però non possono essere amministrati direttamente come uno spazio urbano, si tratta quindi di una demanialità rafforzata dal controllo popolare)

Importante è anche riconoscere e rivendicare il concetto di “redditività civica”, quindi un modello di sostenibilità economica diversa da quella monetaria.

Il tavolo ha richiamato la necessità di mettere in discussione i principi economici-strutturali comunali; la trasparenza dei bilanci comunali va assicurata al fine di capire da dove vengono i debiti comunali.Ecco un altro legame con audit del debito pubblico proposto da Marco Bersani nel pomeriggio, che potrebbe partire proprio dalla revisione dei bilanci comunali.Al proposito appare interessante valutare i benefit (economici e sociali) che gli enti locali possono ottenere investendo in gestioni comunitarie che apportano una redditività civica più alta della spesa necessaria ad attivarle.

L’idea è quella di una radicalizzazione del principio di sussidiarietà in direzione di un autogoverno civico (e non solo nella gestione di funzioni di cura minore e nello scaricabarile di responsabilità e oneri in capo ai cittadini.

L’immagine è quella di Comune ed enti pubblici come hardware responsabili delle assicurazioni e della manutenzione dei beni, associazioni e comunità come software responsabili della programmazione, gestione e promozione delle attività

Il terzo tavolo si è occupato di Autogoverno, gestione della partecipazione e sostenibilità economica; coordinato da Margherita Brondino – di Poveglia per tutti. Aveva il compito di elaborare alcune linee guida per dotarsi di modelli interni di gestione delle decisioni che potenzino l’attivismo e la partecipazione mantenendo la solidità dei percorsi e delle esperienze maturate. E si vogliono affrontare il tema del lavoro e della sostenibilità economica di queste realtà in divenire ponendosi al di fuori dalle logiche del profitto e del rapporto di subordinazione tra soggetti.

Rispetto all’organizzazione si sono valutate diverse pratiche organizzative tra le quali: assemblea (direttivo, plenaria), tavoli tematici su progetto, comitati di garanzia, gruppi operativi focalizzati e gruppi allargati per accogliere tutti.

È emersa la necessità di darsi struttura leggera, di progettualità puntuale su obiettivi condivisi, di lavorare con sperimentazione continua, di essere punto di riferimento territoriale competente su temi specifici, di costruire di reti locali e anche extra territoriali.

Sono stati considerati punti di forza avere un “comitato di garanzia” (gruppo garante rispetto agli obiettivi) e la presenza e l’utilizzo delle competenze e la condivisione degli obiettivi e metodi.

Appaiono invece debolezze/criticità: la necessità di un riconoscimento formale esterno, il rapporto con le istituzioni (comune, demanio, …) spesso conflittuale, i conflitti tra partecipanti/non partecipanti, la gestione del tempo e delle risorse umane (dispersione discontinuità)

Ci si è soffermati sul coinvolgimento e sulla della partecipazione, interrogandosi su strumenti/metodi usati per gestire la partecipazione all’interno ed esterno.

Partecipazione all’interno: la forma assembleare è quella che viene maggiormente utilizzata ma avvengono anche delle assemblee per gruppi tematici che mettono a frutto le specifiche competenze dei soci.

In altri casi le assemblee organizzate per gruppi tematici sottolineano l’importanza che ci sia una rotazione nei gruppi tematici in modo da allargare le responsabilità e non generare nicchie di competenze.

Il metodo del consenso è molto diffuso, con o senza moderatore, altre volte invece viene coinvolto un tecnico che relaziona sul tema specifico.

Altre volte il tecnico viene sostituito da una commissione che approfondisce il tema. I partecipanti hanno anche esposto alcune varianti assembleari come il “direttivo allargato”.

Partecipazione dell’esterno: I rapporti con l’esterno avvengono con metodi di coinvolgimento attivo come le manifestazioni ma anche il contatto tramite social e il coinvolgimento della stampa.

La festa/festival è un altro tipo metodo di coinvolgimento ma anche con dei limiti nel trasmettere i contenuti dell’associazione (vissuto come strumento spot e fine a sé stesso).

È stato segnalato l’utilizzo di piattaforme tecnologiche (es. SLACK) o altre piattaforme collaborative.

Il coinvolgimento delle istituzioni avviene a posteriori, a processo concluso e questo a volte genera problemi.

Coinvolgimento emozionale è stato segnalato come metodo che qualcuno applica.

È stato sottolineato come la divisione e la chiarezza dei ruoli semplifica molto il lavoro.

Altre forme di comunicazione sono la creazione di progetti teatrali e la condivisione di iniziative in rete con altre associazioni.

Interlocutori: gli interlocutori delle associazioni sono essenzialmente la comunità, ma anche le istituzioni: il contatto avviene tramite delegazioni. Uno dei limiti nella comunicazione tra istituzioni e associazioni è la reciproca percezione di “posizioni di parte”

Si è discusso su come conciliare la tecnologia e la partecipazione fisica delle persone.

 

(1) Marco D’Eramo “Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo”, Feltrinelli 2017. Vedi anche la carta delle città sud europee sul turismo.
(2) A Venezia le indicazioni toponomastiche sono è riportata in nero in caratteri (usualmente) neri su caratteristiche lenzuola da muro bianche (chiamati in dialetto “ninzioleti”)
(3) Il settore cultura aveva già lavorato ad una bozza di convenzione con le tre associazioni per la realizzazione del progetto si archivio dei musei etnografici regionali, da localizzare nei locali nell’Antico Teatro di Anatomia.
(4) Per cui risulta arbitraria, oltre che testimonialmente inconsistente, l’attribuzione di responsabilità personali a singole persone. Eppure nel processo civile (e in tendenza in quello penale) sono stati individuati sei “occupanti” senza pensare che all’atto della riapertura hanno partecipato numerosissime persone e anche nei momenti iniziali il gran via via di persone rende se non impossibile arbitrario individuare responsabilità personali precise e definite.
(5) Alberto Bastianello, imprenditore agricolo e membro della famiglia di i prenditori veneziani che dettero vita ai supermercati PAM.
(6) Ed è qui che si fanno affari – particolarmente fiorenti a Venezia: comprare un fondo a prezzo di ufficio e vedersene moltiplicato il valore con un semplice atto amministrativo di cambio di destinazione d’uso a commerciale.Però stavolta c’era qualcuno a gridare “il re è nudo”…
(7) Non è inutile segnalare ai lettori che come cittadini – veneziani e non – fossero interessati, che l’assemblea di gestione della Vida si riunisce settimanalmente, di solito il martedì, d’estate alle 19 e con l’accorciarsi delle giornate, un po’ prima. Comunque ogni notizia si trova sul gruppo Facebook.
(8) Sono queste le tre fasi svelate dal convegno del 15 febbraio “Poveglia, La Vida, Palazzo da Mula e altri gioielli – la comunità si mobilita a difesa dei beni collettivi” come propedeutiche a svendite e privatizzazioni del patrimonio pubblico.
(9) A Napoli l’Amministrazione stanzia 300.000 € annui per consentire (pagandone utenze, manutenzioni straordinarie, ecc.) l’attività nei sette edifici di proprietà comunale la cui gestione è affidata alla comunità in uso civico. Ma è molto superiore il ritorno che ne ha in termini di servizi che la loro gestione da parte delle comunità offre alla città.
Analogamente, se il Comune di Venezia stanziasse per l’acquisizione dell’Antico Teatro di Anatomia la cifra di cui sopra e nient’altro che qualche soldo per le spese vive di gestione annuali (bollette manutenzione straordinaria), avrebbe la possibilità di fornire ai cittadini, affidandone la gestione alla comunità della Vida: ludoteca, cineforum, laboratori teatrali, incontri culturali, gruppi di studio e ricerca e quant’altro. E magari anche l’eventuale archivio dei musei etnografici regionali con visione in realtà virtuale dell’Antico teatro; se la regione volesse “… affittare lo spazio …”

servizio fotografico di Mario Santi

W la Vida. Storia di una comunità resistente e pensante ultima modifica: 2018-09-13T16:22:42+00:00 da MARIO SANTI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento