“Nostalgia del passato”. E, se fosse, perché?

"La crisi di way of life della quale Salvini (che ce l’ha con Starbucks) e Di Maio (che detesta il lavoro domenicale nei centri commerciali) si fanno portavoce non si può liquidare semplicemente come una patetica laudatio temporis acti"
scritto da FRANCO CARDINI

Abbiamo commemorato da poco l’Undici Settembre americano: che per quel paese – come del resto in una qualche misura per il resto del mondo –  ha segnato una svolta epocale. È possibile che il per molti versi contraddittorio esperimento di governo “giallo-verde” e le sue conseguenze rappresentino nel loro complesso il “nostro” Undici Settembre, er nintheleventh de’ noantri? Si direbbe di sì: soprattutto a giudicare dalle interpretazioni e dalle reazioni non solo del twitter people, ma anche degli osservatori seri ed equilibrati.

Il fastidio che Salvini ha esternato per le file milanesi davanti a Starbucks, vero e proprio demone di una modernità cosmopolita, è pari solo al disprezzo con cui Di Maio giudica il lavoro domenicale nei centri commerciali. Frappuccino e outlet, insieme con Erasmus e Ryanair, sono stati tra i simboli dei millennials, la generazione nata a cavallo dei due secoli, educata a una nuova libertà dei consumi e dei costumi, che ha colonizzato e omologato le grandi capitali europee. Ma ora che Lucio Dalla non c’è più, basta con “Milano vicino all’Europa”. Oggi il messaggio è: statevene a casa, benedetti ragazzi, fatevi il caffè con la moka e santificate il giorno di festa, come si faceva un tempo, quando non c’erano tutte queste distrazioni. In cambio ai nostri giovani si offrono corsi scolastici meno turbati da tutta la fastidiosa retorica sul merito e sulla competenza. Così il governo sta rinviando la riforma che faceva valere il test Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro per l’ammissione all’esame di maturità.

Con queste parole, appunto sul Corriere della Sera dell’11 settembre scorso, Antonio Polito denunzia che

un’irresistibile nostalgia del passato ha preso il governo del cambiamento.

Polito è fine, è intelligente: sa quel che dice e quel che fa. Eppure, proprio per questo, ci meraviglia. La sua prosa elegante ed efficace delinea con pochi, sicuri tratti, quelli che gli sembrano gli elementi di una crisi generazionale ed epocale, una crisi di saturazione. Le file dinanzi a Starbucks, le visite domenicali addirittura d’intere famigliole ai centri commerciali (l’unico modo di quel “santificare la festa” che ci rimane), il Frapuccino e Ryanair (e lasciamo da canto Erasmus, splendida occasione che l’Europa ha strapagato e gettato al vento…), rappresentano appunto i simboli e le aspirazioni dei millennials. Ma quel che il lungimirante Polito non lungimira affatto è che la crisi di way of life della quale Salvini che ce l’ha con Starbucks e Di Maio che detesta Il lavoro domenicale nei centri commerciali si fanno portavoce – forse perché “sentono” gli umori popolari più profondamente e seriamente di lui – non si può liquidare semplicemente come una patetica laudatio temporis acti. 

Forse molti, specie quelli che ancora stanno o dicono di stare “a sinistra”, dovrebbero aver capito ormai che, per troppi ragazzi di oggi – allevati a massicce dosi di diritto a qualunque cosa e di dovere verso nulla, riempiti di cose di valore e del tutto ignari del valore delle cose – il passato non è stato “superato dialetticamente”, come Polito sembra credere; e che, accanto al bullismo e alla droga, ormai il volontariato non è più il solo a raccogliere gli interessi dei giovani. Contrarsi del lavoro domenicale giovanile significa perdita economica e diminuzione della ricchezza disponibile: d’accordo, ma se stesse aumentando invece anche il numero dei ragazzi che intende spendere meglio l’altra valuta che così risparmia, il tempo, trasformandolo dal “tempo libero” nel quale si ozia futilmente in “tempo della Libertà” nel quale si riscoprono i valori dello stare insieme, dell’interessarsi agli altri, di educare se stessi e gli altri al rispetto e alla considerazione reciproca? Oggi stanno aumentando, per quanto siano ancora pochi, i gruppi di ragazzi che si danno ad attività per loro nuove nel campo dell’artigianato, del rapporto con l’ambiente, perfino del sociale. Ragazzi che cercano anche se magari, in questa nostra Italia dei consumi nella quale la miseria cresce eppure Porto Ercole e Portofino rigurgitano di barche private e nulla di serio si può fare alla vigilia d’agosto perché si va al mare e di dicembre perché c’è la settimana bianca, di beni materiali – a cominciare dalle diavolerie elettroniche le quali ormai li dominano e li possiedono – ne hanno ricevuti più che troppi. E ora, stanchi anche di libertà sessuale, di droga, di bullismo, insomma di quel “vietato vietare” che ha ridotto tante delle nostre scuole e dei nostri quartieri a vere e proprie giungle, vorrebbero qualcosa d’altro.

Salvini e Di Maio forse hanno troppa poca cultura e troppa poca fantasia per proporre qualcosa di più e di diverso: Polito ironizza e minimizza, scherza sul “santificare la festa” e non si rende conto che ormai la messa domenicale è stata  sostituita da noi con la visita e lo shopping ai centri commerciali. Ma insomma, che cosa ci manca per ripartire?

In Italia da ormai vari decenni, dai tempi del CAF e di Craxi in poi, la “catabasi eticosociale” ha galoppato verso l’abisso: via qualunque tipo di valore, di autorità, di senso del dovere. Intanto, e significativamente di pari passo, si è avviata nella vita politica e sociale anche quella corsa verso sempre più ampie liberalizzazioni e privatizzazioni che hanno condotto al polverizzarsi di quel che restava del welfare e, soprattutto, del senso di reciproca responsabilità, della solidarietà comunitaria. Se la Modernità, avviata dall’Europa del Cinquecento, è stata individualismo sostenuto dal primato dell’economia e delle tecnologia, e se è questa forza ad aver animato il processo di globalizzazione, ebbene ci siamo: siamo arrivati al compimento di essa, al capolinea.

Le sinistre avrebbero dovuto contrastare utilitarismo e spirito del profitto nel nome di valori differenti, ispirati alla giustizia e all’equità, ponendo al centro delle cose non già l’individuo bensì la comunità. Ma il comunismo è franato negli Anni Novanta dopo aver tentato, un trentennio prima, di gareggiare col capitalismo proprio su piano della ricerca di quella “felicità” materiale basata sull’avere e sul consumare; e le sinistre, sulla scia di quel peccato originale, hanno continuato sulla medesima via. 

Seguendo un’antica logica giacobina, Polito accusa Salvini, Di Maio e i loro seguaci di una “nostalgia del passato” che, se e nella misura in cui è tale, è solo un grossolano e inadeguato modo di esprimere in termini nuovi la necessità di reagire alla crisi di quel “progresso”, di quella Modernità, che si sono espressi finora – senza che nemmeno le sinistre trovassero a ciò alcuna forma alternativa – nell’individualismo dell’avere, del produrre, del lucrare. In quella che già Pasolini aveva intuito come l’omologazione giovanile, e che non riguarda solo i giovani, tutti siamo stati progressivamente coinvolti: la società-spettacolo dove conta l’apparire, la società-successo che ha per modello gli azzimati, alteri e successfull  Chief-Executive-Officers (CEO), i giovanottelli come quelli che ancora ieri occupavano gli ambulacri del palazzo del Parlamento Europeo di Bruxelles avvicinando gli eurodeputati e cercando di “convincerli” (cioè di corromperli) per evitare il successo delle misure in difesa del copy-right.

Ma i nostri pigri schemi mentali, abituati a un deterministico storicismo da manuale (anche se ormai i manuali non li legge più nessuno), continuano a pensare a una storia fatta come un quadrante d’orologio, in cui si va ”avanti” o si torna “indietro”. E l’“avanti” è inequivocabilmente questo, la tutela di quella che Polito chiama la “nuova” (?) “libertà dei consumi e dei costumi”: la libertà delle lobbies multinazionali, che significa profitti sempre più alti da parte di un numero sempre minore di privilegiati. Anche se per questo si dovesse, ad esempio, ridurre  tutti i campi del mondo a campi di soia perché la soia si vende meglio del grano, e chissenefrega se tutto ciò condanna alla fame milioni di persone. La libertà di disporre di una quantità di beni sempre maggiore senza alcun riguardo del fatto che la loro produzione costa lo sfruttamento del lavoro di masse crescenti di schiavi e ne obbliga altri a migrare dalle loro sedi originarie.

E allora, perché non rivalutare appunto anche i derisi “lavori socialmente utili”, che impiegherebbero forze altrimenti lasciate nell’ozio e insegnerebbero appunto che si deve lavorare anche per motivi sociali, vale a dire per essere appunto utili agli altri, e non necessariamente per trarne un profitto personale? Perché non ripensare che oggi alla “naja”, che insegnava a convivere con gli altri, che costituiva un modello di rispetto reciproco e di disciplina che finché c’era – anche grazie a essa – era considerato “naturale”, ma che oggi i giovani hanno irrimediabilmente perduto? Sarebbe “inutile”, la “naja”, oggi? E se costituisse un complemento ormai di nuovo importante al servizio civile – dall’ordinario dei campi di calcio domenicali allo straordinario delle catastrofi – e magari al mantenimento dell’ordine pubblico? Vi fa orrore un’idea del genere? Ma sapete quali piccoli, mostruosi, costosissimi eserciti mercenari in miniatura si vanno costituendo nel mondo moderno, conoscete la spaventosa miseria intellettuale di questi nuovi piccoli “signori della guerra” convinti della loro superiorità e capaci di servire qualunque causa senza neppure informarsi di quale essa realmente sia, al di là della verniciatura di retorica pacifista e democratica che i media conferiscono loro?

Infine, ecco rispuntare – si è detto – perfino le partecipazioni statali. Ma non sarebbe l’ora di verificare di nuovo se davvero l’intervento pubblico nelle attività produttive sia così deleterio? Ci si scandalizza di veder affidati i lavori del nuovo ponte di Genova a Fincantieri, come se s’ignorasse che ciò avviene dopo l’ennesimo fiasco (e un fiasco sanguinoso) dell’iniziativa privata; s’inveisce sulla prospettiva di una nuova “nazionalizzazione delle autostrade” o di una “riappropriazione di Alitalia”, fingendo di non sapere che se la loro conduzione pubblica è stata fallimentare – e non lo è stata, né del tutto né da subito – ciò non è accaduto per colpa dei modelli di conduzione adottati, ma di come la conduzione stessa è stata in passato gestita, specie a contatto con le pressioni e gli arbìtri dei partiti politici. 

Il nostro Undici Settembre può quindi condurci alla piena valutazione di un fallimento suscettibile però di avviare una ripresa. Ci vorranno senza dubbio mesi, magari molti anni, e nuove fasi forse oggi impensabili nello sviluppo della politica italiana. La posta in gioco – a partire dalla sua base, la scuola – è altissima: in Italia si è distrutto la società civile ed è necessario ricostruirla a cominciare dalle basi, che sono sociali e comunitarie. È inutile che molti membri del Pd continuino a sperare che il suo “figliuol prodigo”, l’“elettorato di sinistra in libera uscita”, colpito da resipiscenza abbandoni il Movimento Cinque Stelle e torni all’ovile: ciò non accadrà mai. È necessario ammettere i propri errori, smettere di pensare che “se il popolo ci abbandona è colpa del popolo” e cominciare a costruire modi di vivere e di pensare diversi, nei quali sotto la crosta della “nostalgia del passato” sia possibile cogliere la voglia di futuro. Ma non sarà più il “futuro” del Novecento, non sarà più quello della gente di sinistra che inseguiva temi e valori “di destra” convinta che quello fosse il modo giusto per battere, nel confronto sui beni e sui profitti, il capitalismo.

Il capitalismo ormai mondializzato, che produce smobilitazione sociale e indifferentismo eticoculturale nei subalterni della “società del benessere” (o del pochissimo che ancora ne resta), mentre segna l’avanzare della concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre più ristrette élite e quindi della proletarizzazione del resto del mondo, si batte ricostituendo specie nei giovani una coscienza comunitaria e riconquistando libertà e dignità. Quando si sarà sul serio cominciato a sconfiggere nelle aule scolastiche, per esempio, la cultura delle piccole diavolerie informatiche e a riconquistare i ragazzi alla civiltà del saper vedere, del saper leggere, del saper ascoltare, del saper dialogare, si sarà sulla buona strada.

In caso contrario rassegnamoci a regalare tante buone forze, espresse da ragazzi in buona fede, ai vecchi miti (quelli sì, “passatisti”) del sovranismo e del micronazionalismo, che si lasceranno trascinare in battaglie illusorie, diversive ed eversive (come quelle contro il “pericolo dei migranti”) anch’esse obiettivamente funzionali al mantenimento della vecchia Modernità individualista e consumistica. Ma attenzione, perché oggi qualche buono spunto potrebbe arrivare anche di là: vi siete mai chiesto ad esempio quanto, nella condanna dell’Ungheria di Orbán da parte dell’europarlamento, abbia pesato il fatto che il governo ungherese ha fatto chiudere nel suo paese l’università di Soros? È stato, quello, solo “liberticidio”? 

“Nostalgia del passato”. E, se fosse, perché? ultima modifica: 2018-09-14T14:17:43+00:00 da FRANCO CARDINI

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1 commento

Piano Forte Carlo 15 settembre 2018 a 8:55

Tutto deve rinascere dal “riconquistare i ragazzi alla civiltà del saper vedere, del saper leggere, del saper ascoltare, del saper dialogare”. Articolo interessantissimo|

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