Renzi, la popolarità di un leader impopolare

Secondo Giovanni Diamanti il paradosso del successo dell'ex segretario Pd nelle feste dell'Unità e dei suoi bassi sondaggi è spiegabile con il famoso adagio nenniano "piazze piene, urne vuote". In realtà il paradosso è altrove ed è più complicato. Per lui e per il suo partito
scritto da GUIDO MOLTEDO

La popolarità di Matteo Renzi, molto alta tra simpatizzanti ed elettori del Pd, contrasta vistosamente con quella molto bassa registrata dai sondaggi. Ultimo quello di Demos.

[L’ex segretario dem] è di gran lunga il leader politico italiano meno amato: solo il 23 per cento degli italiani ha fiducia in lui. Un dato più basso di quello di Maurizio Martina (al 29), di ben dieci punti inferiore a quello di Zingaretti (al 33), più o meno la metà del dato di Gentiloni (al 45).

Così scrive Giovanni Diamanti in un articolo su Linkiesta.it il cui centro focale è dedicato a smontare ogni aspettativa, se mai ce ne fosse, sulla possibilità che la rimonta del Pd possa essere trainata dal senatore di Rignano.

Diamanti non sembra minimamente stupito dal successo da rockstar che Renzi ha registrato nelle settimane scorse nelle feste dell’Unità. Anche come rockstar, sembrava definitivamente finito, ma non probabilmente per un osservatore attento come Diamanti, che avrà di certo anche preso nota del primato renziano, ancora intatto, in termini di follower su Twitter unito alle considerevoli performance sulle altre piattaforme social. (Al tema ytali.com ha recentemente dedicato un’ottima analisi a cura di Marco Michieli).

Come si spiega dunque lo squilibrio clamoroso tra l’entusiasmo che si osserva quando Renzi è tra sostenitori ed elettori piddini e le cifre deprimenti dei sondaggi?
Diamanti ricorda il vecchio adagio di Pietro Nenni: “Piazze piene, urne vuote”.
Interessante citazione. Ma ancora valida?

I comizi, ai tempi del leader socialista, erano momenti molto teatrali della politica spettacolo d’allora, che c’era, e come, e ruotava intorno alle personalità, intorno alla narrazione sulle gesta dei massimi dirigenti dell’epoca. E sì, anche allora c’era la personalizzazione della politica (e del sindacato), c’erano personaggi carismatici, c’erano le star (e certo, c’erano i partiti, le organizzazioni, i militanti, le sezioni, ma C’ERANO I CAPI senza i quali tutto il resto non si reggeva).

Bene, chiunque della mia età ricorda cos’erano i comizi nelle piazze, specie nelle città più piccole. Ci andavano tutti perché erano spettacolo. Perfino a quelli di Almirante, per dire, mica ci andavano solo i fascisti. Ed era comune sentire apprezzamenti anche prepolitici sulle capacità oratorie del tal e tal altro leader, non importa se della tua parte politica o meno. Così, naturalmente anche chi non aveva un reale seguito poteva pure illudersi di avere poi i voti se ai suoi comizi c’era un po’ di gente a sentirlo. Di qui l’adagio nenniano.

Oggi i comizi sono tornati ad avere senso, ma sopratutto in un gioco di rimbalzo reciproco con le tv, per personalità che sono appunto innanzitutto televisive (e da alcuni anni nel gioco di rimbalzo un ruolo crescente e cruciale è dei nuovi media).

Ora, Renzi sembra avere successo, non nei comizi, ma in feste e manifestazioni di quella che obbrobriosamente Gianni Cuperlo chiama “la nostra gente”. In realtà si scopre che, ammesso sia di qualcuno, è di Renzi. È la sua base, lo zoccolo duro, dice Diamanti, è con essa che ha successo, che è cosa abbastanza diversa dall’avere successo come comiziante “alla Nenni” presso platee di sostenitori ma anche di curiosi e passanti.

Il paragone, caso mai, va fatto con Donald Trump, che resta molto forte presso la sua base tanto quanto è permanentemente molto fiacco nei sondaggi. Ma c’è quanto basta per farlo sentire solido e combattivo al suo posto, anche se per i media e per gli avversari è sul punto di sloggiare dalla Casa bianca dal primo giorno del suo insediamento.

Poter contare su una base consistente e fedele non si traduce ovviamente in voti (e qui può valere il paradigma nenniano), ma significa disponibilità alla mobilitazione e al sostegno di sostenitori e anche di militanti, che non è cosa da poco in politica.

Il paradosso, se vogliamo usare la parola di Diamanti,  è qui, ed è un problema per il Pd, ma anche per lo stesso Renzi. La base c’è, si fa vedere ed è con lui.

Ma è un capitale utilizzabile? Da chi? Per chi? Per far cosa?

Il vero nodo è che Renzi non dispone di una narrazione da proporre, che consenta a lui e al Pd, se il Pd fosse con lui, di utilizzare questa spinta militante. Ma ancora meno l’hanno Martina e Zingaretti, ancor meno Gentiloni, anche se sono più in alto di lui nei sondaggi.

L’ultima narrazione, quella della rottamazione, è ovviamente improponibile. Ma pure la riedizione della Leopolda. Film già visto, quindi noioso, anche se aggiungeranno scene hard.

Non parliamo di rivincita, di possibile riconquista della “stanza dei bottoni”, sempre per citare Nenni.

Di fronte al vento fortissimo che spira a favore di Lega e Cinque Stelle, il Pd può solo sperare in un posizionamento di resistenza e di opposizione.

Può essere Renzi, con la sua base, a proporsi come argine a questo governo? Come si è detto, allo stato attuale non ha un racconto credibile e appetibile su cui costruire una trincea. D’altra parte, se uno dei suoi principali (?) consiglieri è quel Giuliano da Empoli che se ne vien fuori con la follia suicida della cena, è evidente che si è lontanissimi, in campo renziano, da una qualsiasi idea-forza su cui fare leva per ricostruire qualcosa.

Sul fronte opposto del Pd c’è solo la teatralità effimera e controproducente di dirigenti, anche coinvolti fino a ieri in posizioni di governo o in posizioni apicali nel partito, che pensano di poter rilanciare se stessi assumendo posture di sinistra che suonano inautentiche e inconsistenti e del tutto inadatte a costruire una nuova narrativa.

Facendo dunque un primo bilancio della sorprendente resilienza della popolarità di Renzi, la responsabilità che incombe su Renzi stesso e su tutti i dirigenti del Pd è se e come essa possa essere reinvestita, tenendo conto del fatto che allo stato attuale non c’è altro in quel campo politico. Un leader non sarà tutto – ci vuole innanzitutto il partito, l’organizzazione, l’agenda – eppure è indispensabile. Ce n’è un altro, a parte Renzi? E può eventualmente Renzi giocare in un ruolo diverso da quello di centravanti?

[In un recente dibattito al Festival della politica a Mestre, Diamanti ha osservato che uno dei problemi più seri che hanno pesato, alla fine, sul pessimo risultato elettorale del Pd, è stato quello di aver costretto a far giocare Ronaldo (Renzi) nel ruolo di terzino.]

E l’altro interrogativo, ovviamente, riguarda la base, non solo quella che continua ad apprezzare Renzi. E qui il compito compete a studiosi come Diamanti. Sarebbe interessante sapere se il fermento che pure c’è un po’ dappertutto nel partito – che i media non registrano e che i gruppi dirigenti non sembrano vedere, impegnati come sono nella loro inguaribile autoreferenzialità – è un fermento che può portare a qualcosa o è l’ultimo fuoco di paglia.

Con l’avvicinarsi del Congresso questi interrogativi diventeranno più nitidi e cogenti, ma intanto, e in vista di quell’appuntamento, occorre stare attenti a non usare sempre le stesse categorie, perfino quelle di cinquant’anni fa, per spiegare quel che sta succedendo nella politica d’oggi.

 

Renzi, la popolarità di un leader impopolare ultima modifica: 2018-09-19T14:50:22+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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