Yemen, la geopolitica della vergogna

Mentre la popolazione del paese arabo muore di fame e sotto le bombe, l’Italia tentenna e gli Stati Uniti fanno finta di non vedere.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Nessuno può dire: “Non sapevo”. Oltre cinque milioni di bambini sono a rischio carestia in Yemen dove la guerra in corso ha causato forti aumenti dei prezzi degli alimentari e dei carburanti, avverte l’ong Save the Children. Le difficoltà di approvvigionare il paese attraverso il porto sul Mar Rosso di Hodeida, assediato dalla coalizione a guida saudita che combatte contro i ribelli Houthi, potrebbero “causare una crisi alimentare senza precedenti” ha detto l’ong in un nuovo rapporto. Save the Children sostiene che un altro milione di bambini rischia ora la fame, portando il totale a 5,2 milioni. Qualunque chiusura del porto

[…] metterebbe in pericolo immediato le vite di centinaia di migliaia di bambini, e spingerebbe verso la carestia milioni.

È un rapporto, quello di Save, che circola nei social. Chiunque può leggerlo. Chiunque può avvicinarsi alla storia, terribile, di uno di quei cinque milioni di bambini.

In Yemen è da tempo in atto un’apocalisse umanitaria. Nel silenzio complice della comunità internazionale. In Yemen si trova il maggior numero di bambini che ha bisogno a livello globale di essere aiutati.

Oltre undici milioni di bambini, circa l’80 per cento, hanno disperato bisogno di assistenza umanitaria.

A riferire della drammatica situazione dei minori nel paese è l’Unicef. Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, denuncia:

Questi bambini affrontano ogni giorno la minaccia della carenza di cibo, malattie, sfollamenti e grave carenza di accesso a servizi sociali di base. I servizi sociali sono a malapena in funzione e tutto il paese è sull’orlo del collasso. Le già deboli infrastrutture civili sono sotto attacco. I beni di base sono gravemente insufficienti. Quando mancano i servizi, i bambini sono i primi a soffrire.

Inoltre Iacomini rileva che, come per gli altri settori, quello dell’istruzione in Yemen è sull’orlo del collasso a causa del conflitto in corso, delle divisioni politiche tra le parti coinvolte nel conflitto e del sottosviluppo cronico:

L’anno scolastico in è iniziato il 9 settembre nel paese. Per quest’anno stimiamo che due milioni di bambini non frequenteranno la scuola. Prima del conflitto, secondo le stime del ministero dell’istruzione i bambini fuori dalle scuole erano circa 1,6 milioni. Stimiamo anche che circa altri quattro milioni di studenti della scuola primaria rischino di perdere l’accesso all’istruzione perché il 67 per cento degli insegnanti nelle scuole pubbliche non ricevono stipendio da circa due anni.

I bambini che non possono andare a scuola in un paese come lo Yemen affrontano diversi rischi.

I ragazzi sono i primi obiettivi per i reclutatori militari. Ci sono oltre 2.635 bambini reclutati e utilizzati da forze e gruppi armati. Le ragazze sono esposte ad un rischio maggiore di contrarre matrimonio,

spiega Iacomini.

Secondo un’indagine del 2016 condotta in sei governatorati, circa tre quarti delle donne si sono sposate prima di aver compiuto diciotto anni e il 44,5 per cento aveva meno di quindici anni. Sempre secondo i dati dell’Unicef, oltre ai bambini uccisi, 3.652 hanno subito amputazioni, 2.635 bambini soldato (tutti maschi) combattono in entrambi gli schieramenti.

Tra i circa due milioni di sfollati interni oltre un milione sono bambini. 4,1 milioni non possono andare a scuola, 1,8 milioni sono gravemente malnutriti. Tra i sedici milioni di yemeniti che non hanno accesso ad acqua e servizi sanitari almeno 8,6 milioni sono bambini, tra cui 1,8 milioni rischiano patologie gastrointestinali che possono portare alla morte.

In Yemen ben 8,4 milioni di persone su una popolazione totale di ventinove milioni non hanno da mangiare e rischiano di morire senza gli aiuti internazionali. Nel distretto di Aslam quattrocento bambini solo nel mese di gennaio sono stati ricoverati per problemi legati alla malnutrizione, a questi si sono aggiunte altre 1.319 persone nei mesi successivi. Il 15 per cento dei bimbi del distretto è alla fame.

Ed è per questo che, come riportato in un reportage dell’Associated Press – sono costretti a mangiare l’unica cosa che le bombe non hanno distrutto in Yemen: le foglie. Ogni pasto, nel distretto di Aslam, è costituito da un impasto di foglie della vite locale, lavate spesso in acqua contaminata dalle feci e fatte bollire. Il risultato è una poltiglia verde dal sapore acido. La gente non ha altro.

Questo tipo di cibo causa diarrea e crampi allo stomaco ma l’unica clinica della zona è a molti chilometri di distanza e si può raggiungere solo con l’automobile o la moto. Ogni infezione rischia di essere letale. Non parlare di questa guerra “dimenticata” significa diventare complici degli aguzzini. Ytali, nel suo piccolo, non dimentica.

In Yemen oggi è il far west. Tutti indistintamente in ogni momento della giornata possono finire nel mirino del nemico. La sofferenza del popolo yemenita è un affronto al nostro senso di umanità: il fallimento delle potenze mondiali nel riaffermare qui i valori fondanti della civiltà, una vergogna. Siamo di fronte a un triste capitolo della diplomazia contemporanea fatta di accordi sotto banco, doppiezze, ipocrisia. Quanti bambini devono ancora morire perché si abbia un’ammissione di complicità da parte delle potenze che alimentano questa guerra da oltre tre anni? Si hanno prove di crimini di guerra perpetrati regolarmente, i responsabili dovranno renderne conto,

rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia.

La ministra della difesa Elisabetta Trenta

Secondo le stime delle Nazioni Unite, i raid aerei della coalizione a guida saudita hanno provocato la morte di oltre quattromila civili. E quei morti sono stati causati anche da bombe “made in Italy”, vicenda portata alla luce anche dalla nostra rivista.

Ho chiesto un resoconto dell’export, o del transito, come rivelato in passato da alcuni organi di stampa e trasmissioni televisive, che ringrazio, di bombe o altri armamenti dall’Italia all’Arabia Saudita,

ha scritto nei giorni scorsi su Facebook la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (pentastellata) spiegando di aver inoltrato la richiesta alla Farnesina sottolineando – laddove si configurasse una violazione della legge 185 del 1990 – di interrompere subito l’export e far decadere immediatamente i contratti in essere. Contratti firmati e portati avanti dal precedente governo.

La mia è una sana preoccupazione, politica e da essere umano, peraltro condivisa da Onu e Parlamento europeo. Affrontiamo il tema, non possiamo girarci dall’altra parte! In questo senso, ho allertato il collega Moavero ovviamente, che sono certa si interesserà quanto prima dell’argomento,

ha aggiunto la titolare della difesa. In attesa dell’interessamento, in Yemen si continua a morire. Sotto le bombe. Di fame.

Nel frattempo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha dichiarato che l’incontro che ha avuto nei giorni scorsi a Sana’a con rappresentanti delle milizie Houthi è stato “costruttivo”. Lo riporta Al Arabiya. Griffiths, via Twitter, ha aggiunto che sono stati fatti dei passi avanti rispetto alla possibilità di “riprendere le trattative e misure per ristabilire la fiducia”. Tra gli argomenti discussi vi sono stati anche il rilascio di prigionieri, la riapertura dell’aeroporto a Sana’a e la situazione economica del paese.

Tutti i rapporti delle organizzazioni umanitarie mettono l’accento sulla responsabilità della coalizione a guida saudita. Dello stesso avviso, però, non è il segretario di stato Usa Mike Pompeo. Davanti al Congresso, Pompeo  ha dichiarato che i governi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti stanno facendo abbastanza per proteggere i civili nelle loro operazioni militari per porre fine alla guerra civile nello Yemen.

Il segretario di stato Usa Mike Pompeo

Il capo della diplomazia statunitense  ha aggiunto che è dimostrabile che i governi sauditi e degli Emirati “stanno intraprendendo azioni tangibili per ridurre il rischio di danni a civili e infrastrutture civili”, e che la fine del conflitto è stata “una priorità di sicurezza nazionale” per il presidente Donald Trump.

Il segretario alla difesa Jim Mattis si è detto d’accordo con Pompeo:

Approvo e sostengo pienamente la definizione del segretario Pompeo al congresso secondo cui i governi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti stanno facendo ogni sforzo per ridurre il rischio di infrastrutture civili derivanti dalle loro operazioni militari per porre fine alla guerra civile nello Yemen.

È la geopolitica della vergogna.

Yemen, la geopolitica della vergogna ultima modifica: 2018-09-20T12:17:57+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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