Pd, il leader che c’è ma non può essere

A proposito del paradosso della "popolarità impopolare” di Renzi. Se gestita con generosità politica e senza inutili protagonismi, potrebbe essere una risorsa per preparare il Pd alle prossime sfide nazionali ed europee.
scritto da FRANCESCO MOROSINI

Con “La popolarità di un leader impopolare” Guido Moltedo riflette sullo strano paradosso di un dirigente politico, Renzi, che tuttora ha grande consenso nella “ditta” (pertanto più sua di quanto molti oppositori interni credessero e, forse, immaginino tuttora) ma che, al contempo, gode di una performance di fiducia nel corpo elettorale, almeno allo stato dei fatti, bassa. Cioè probabilmente inadatta a rilanciare il suo partito nel mercato elettorale. Può esserlo, all’opposto. per organizzare la resilienza – parafrasando Cartesio, una sorta di “resisto dunque sono” che politicamente equivale a “potrò ancora vincere” – all’ondata montante del cosiddetto populismo nostrano? Se Lenin avesse ancora casa nel Pd inevitabilmente si porrebbe il tema di aggiornare il suo “Che fare?”, chiedendosi che ruolo dare a una leadership che tuttora, di fatto, pesa nel partito.

Oppure, portando all’estremo il paradosso, è proprio la forza interna di Renzi a fare del Pd un fortino assediato, quasi fosse la fortezza Bastiani del romanzo di Dino Buzzati, chiusa nel tempo e nello spazio e solo in attesa dell’invasione sulle proprie “terre elettorali” dei tartari (in versione Lega nel Nord e M5s nel Sud)? “La base c’è, si fa vedere ed è con lui” rileva Moltedo; conseguentemente, politologicamente il quesito è se si tratti di un capitale spendibile nella lotta politica. E da chi? Da Renzi medesimo? Oppure questi dovrebbe, nel nome del “Gran rifiuto”, porla al servizio d’altri? Predire il futuro è impossibile quantomeno perché molti degli eventi che ne determineranno l’esito sono attualmente in fieri, ma è certo che questa è la scacchiera dove si giocherà la lotta per il potere interno che sancirà il futuro del Pd. Molto dipenderà anche dall’emergere di leadership capace (Renzi su questo tentò, a suo merito) di superare le culture vetero novecentesche fondative del partito. Diversamente, gli spalti della fortezza Bastiani sono lì ad aspettare.

Copertina della colonna sonora di Ennio Morricone del film “Il deserto dei Tartari” del 1976, tratto dal romanzo di Dino Buzzati.

“La popolarità di un leader impopolare” rompe con una delle fake news che confondono il dibattito attuale: ossia che oggi, con vera soluzione di continuità col passato, saremmo, in politica, al tempo dei leader. Insomma, eccoci nell’epoca creduta nuova della personalizzazione della politica. Peccato che tutto ciò sia, almeno in gran parte, una cattiva percezione della realtà. Ne consegue che ragionare così significa veramente, per dirla con Lucio Battisti, “guidare a fari spenti nella notte” facendosi molto male: perché il cattivo sociologismo è pericoloso. Ebbene, come insegnano Max Weber, Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Roberto Michels (attento in particolare alle dinamiche dei partiti), i capi e i leader carismatici ci sono sempre stati.

Per il vero, non solo in politica ma pure nel mondo aziendale: nel senso che la leadership dà il senso di marcia alla struttura organizzativa. Diversamente, specie se manca la competizione intra organizzativa, questa tende a ossificarsi nel tempo. A riprova, si può veramente dire che, nel mondo politico novecentesco dei De Gaulle, Churchill, Roosevelt, Togliatti, De Gasperi, La Malfa, Malagodi, mancasse la personalizzazione politica? Ma quando mai? Anzi, nel mondo comunista, ai tempi di Stalin, la “pesantezza organizzativa” del Pcus si associava al culto della personalità: insomma, da sempre organizzazione e leadership necessariamente coesistono. Piuttosto, rispetto alle leadership carismatiche emergenti merita ricordare, come insegnava Max Weber, che queste tendono o a creare ex novo, oppure a sconvolgere e rimodulare l’organizzazione onde salvarla. Un po’ quello che ha fatto Salvini; o, in altro ambito organizzativo, Marchionne per la Fiat, e che oggi servirebbe al Pd: portare fuori dalle secche un organizzazione oggi in stato di shock.

Però, come dice Moltedo, servirebbe, per riuscire, una business idea; o, per dire in linguaggio politico adatto a queste particolari organizzazioni che sono i partiti, quello che ci vorrebbe è una nuova narrazione capace di parlare all’elettorato. Facile? Per niente. Ma necessario farlo. Anche perché oggi il Pd sembra o senza o con una pessima narrazione. Difatti, apparire come il partito attento solo ai “Signori dello spread” (cui peraltro bisogna prestare attenzione, ci mancherebbe) è pessima cosa così come lo sarebbe continuare a fare la setta iper-europeista (l’Ue resta, come dice significativamente la Corte di Karlsruhe al suo stesso governo, esclusivamente un’unione di stati sovrani) del culto di Ventotene. Insomma, visto che una nuova narrazione nasce anche dalla sfida delle cose, ne consegue che il Pd, in attesa che gli eventi maturino, ha bisogno di comprare tempo.

Edizione originale del “Che fare?” di Lenin, 1902.

La qualcosa riporta al “Che fare” di Lenin; ovvero al come il Pd oggi dovrebbe utilizzare quel capitale di consenso tuttora in mano a Renzi. Se la scelta, sia del senatore toscano che dei suoi avversari di partito, sarà quella di utilizzarlo per una guerra civile tra i suoi dirigenti, allora il Pd sarà il forcipe per la nascita del “bipolarismo populista”, probabilmente acconciandosi o a fare il “cavalier servente” del M5s o a subire una lunga marginalità. Oppure, questo patrimonio di consenso potrebbe essere organizzato per rifondare il Pd in primis attrezzandolo, in attesa che l’onda gialloverde perda (sia unita al governo che in “utile” opposizione formale per le elezioni europee) spinta dinamica, a una sorta di “guerra di posizione” sulla quale, poi, ricalibrare una nuova narrazione. Possibile? Sì, perché la linea sovranista potrebbe trovare degli intoppi dove meno se lo aspetta.

Ad esempio, proprio la vittoria dei sovranisti del Nord alle prossime europee potrebbe essere un calice amaro per i sovranisti locali (siano ancora al governo insieme o apparentemente contrapposti per meglio giocare la partita europea), essendo le differenze di interessi nazionali tra queste forze ancor meno mediabili di quanto non lo siano tuttora. D’altra parte, questo lo dimostra già da ora il fatto che le posizioni tra Italia, pure quella gialloverde, sulla redistribuzione dei migranti trovino proprio nel gruppo sovranista di Visegrád un muro invalicabile. Cui aggiungere la possibile affermazione del sovranismo germanico prima all’Europarlamento e che poi potrebbe concretizzarsi nell’ingresso nel governo a Berlino della Fdp o della Afd; qui le difficoltà per il sovranismo/populismo nostrano sono insite nel rigorismo fiscale e monetario di cui queste forze sono portatrici.

Il che vuol dire che una Berlino così orientata a destra sarà ancor meno disponibile alle condivisione del debito bancario, per non dire di quello sovrano, rispetto alla supposta rigidità della Merkel. Ancora, nel post europee, la “Roma sovranista” potrebbe trovare un muro ancor più arduo da scalare, perfino più difficile di quello che ora divide l’Italia dalla Parigi di Macron, trovandosi dinnanzi una Francia lepenista che ben difficilmente, rispetto all’attuale inquilino dell’Eliseo, sarebbe più disponibile verso l’Italia in questioni reciprocamente dirimenti quali la vicenda libica o quella della nostra presenza militare in Niger.

Paradossalmente, pertanto, poiché sempre gli interessi geopolitici primeggiano su quelli di schieramento, potrebbe essere proprio la prossima Europa, se le urne confermeranno le ricerche demoscopiche, a essere una possibile trappola per il populismo: perché gli interessi italiani sarebbero ancora più isolati da quelli del Nord Europa. Certo, per consolazione, Roma potrebbe sempre ottenere l’assenso dell’Ungheria di Orban a un blocco navale anti immigrazione nel Mediterraneo. Già, ma esiste la Marina militare ungherese?

Locandina di “Sfida all’O.K. Corral” del 1957 diretto da John Sturges, con Burt Lancaster e Kirk Douglas.

È su queste contrapposizioni reali di linea politica che il Pd potrebbe provare a trovare una strada nuova dal passato, sempre tenendo al centro la “questione europea” ma senza i cascami di ideologie vetero europee. Piuttosto vedendo l’arena europea, in cui Roma deve di necessità collocarsi, come un’area di conflitto internazionale tra un polo tedesco (o franco/tedesco pure con la Le Pen, salvo sue pulsioni suicide) al centro e le potenze laterali (Usa e Russia, forse Cina) ostili a esso. Moneta, potere economico, tenuta democratica dipenderanno da questa partita e dalle diverse sue possibili combinazioni.

È qui che la “popolarità di un leader impopolare”, se gestita con generosità politica e senza inutili protagonismi, potrebbe essere una risorsa per preparare il Pd a questa sorta di prossima “sfida all’Ok Corral” del vecchio continente. Si tratterà, dunque, di utilizzare questo capitale politico, se ve ne fosse la volontà, per preparare questo partito al cambio di paradigma, che vuol dire anche rottamare parte della sua cultura politica. A patto, però, che si tratti di un capitale politico vero e non, come forse teme Moltedo, di un ultimo bagliore di una forza in via di estinzione. Diversamente, per semplice logica evolutiva dei sistemi politici, qualcun altro approfitterà delle future tensioni in Europa – perché questa sarà l’agenda della politica nazionale – determinate dal sommarsi di sovranismo a divergenze di interessi nazionali.

Pd, il leader che c’è ma non può essere ultima modifica: 2018-09-22T21:57:19+00:00 da FRANCESCO MOROSINI

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