La comunità ebraica americana e Bibi

Per Thomas Friedman, vincitore del premio Pulitzer, sono in crisi i rapporti tra gli ebrei americani e Israele. Che gode invece del sostegno entusiasta di Trump e dei nuovi sionisti cristiani.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Uno stato che si proclama nazione ebraica mette in crisi i rapporti con una parte significativa, e influente, della diaspora ebraica americana. Una crisi non facilmente ricomponibile perché in discussione c’è qualcosa di profondo, intimo, esistenziale: come concepire l’ebraismo. C’è una crisi tra Israele e gli ebrei americani: ad affermarlo è, il giornalista ebreo americano e vincitore del premio Pulitzer, Thomas Friedman in un’intervista al settimanale israeliano Makor Rishon.

Friedman, editorialista senior del The New York Times, che in passato ha ricoperto il ruolo di corrispondente di Gerusalemme e Beirut, ha affermato senza mezzi termini di credere che Israele non riconosca la comunità ebraica di cui fa parte. Per dar conto della faglia che si è creata tra Israele e la seconda più grande comunità ebraica del mondo, Friedman ha raccontato come i membri della sinagoga da lui frequentata abbiano deciso all’unanimità di interrompere la raccolta di fondi annuale per Israel Bonds dopo le polemiche sullo spazio egualitario di preghiera  nel Muro Occidentale, che era inteso permettere agli ebrei di diverse correnti del giudaismo di pregare in un ambiente misto. Il mese scorso, un piano per ampliare l’area di preghiera di genere misto è stato approvato in base a un regolamento speciale, dopo molte discussioni e polemiche. “Non eravamo i primi e non eravamo soli in quella situazione”, afferma, negando però che la sua denuncia significhi boicottare Israele.

Thomas Friedman

La questione è un’altra, e investe una deriva conservatrice dell’ebraismo che si fa stato in Israele. A questo proposito, Friedman sottolinea che il suo auspicio, e ora la sua battaglia, riguarda il fatto che i rabbini conservatori e quelli riformatori vengano riconosciuti ufficialmente dallo stato, così che i  “loro matrimoni e la loro conversione fossero riconosciuti”.

Penso che l’accordo Kotel avrebbe dovuto essere rispettato, non puoi dire agli ebrei americani: vogliamo che tu venga in Israele, ma la tua forma di espressione ebraico-religiosa è inaccettabile per noi

spiega. E quando gli viene chiesto se pensa che ciò accadrà, Friedman ha risposto “No way. Non con questo governo”.

Una divisione che era emersa anche in occasione della decisione del presidente Trump su Gerusalemme. Il Jewish Democratic Council of America ha sì affermato che “la capitale di Israele è Gerusalemme”, ma non ha condiviso la “fretta” delle dichiarazioni di Trump senza prima aver intavolato un credibile negoziato di pace. Tale avventatezza, secondo il gruppo politico J Street, porterà solo a “minacce alla sicurezza dello stato d’Israele”.

Le due più grandi comunità ebraiche al mondo sono profondamente divise. Tra gli ebrei americani e gli israeliani c’è un divario, specialmente in relazione al presidente americano Donald Trump. È quanto emerso da un sondaggio dell’American Jewish Committee (AJC). Il 77 per cento degli israeliani approva l’operato di Trump contro solo il 34 per cento degli ebrei americani. A disapprovare la politica del quarantacinquesimo presidente Usa è il 57 per cento degli ebrei americani contro solamente il dieci per cento degli israeliani. Stando al sondaggio, il 59 per cento degli americani è favorevole alla creazione di uno stato palestinese contro solo il 44 per cento degli israeliani.

Ecco allora la contraddizione ideologica, prima che politica, che investe il rapporto tra l’attuale maggioranza che governa Israele e le comunità “religiose” più influenti negli Usa. E quella che più ha spinto l’amministrazione Trump al trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, non è stata la comunità ebraica americana ma gli evangelici, parte fondamentale del “sionismo cristiano”. 

Evangelico, ad esempio, è il vice presidente degli Stati Uniti, quel Mike Pence che così ebbe a dire nel suo discorso alla Knesset del 22 gennaio 2018:

Oggi mentre mi trovo nella terra promessa di Abramo, credo che quanti amano la libertà e auspicano un futuro migliore debbano volgersi verso Israele e provare meraviglia per quanto vedono.

È stata la fede “a ricostruire le rovine di Gerusalemme e a fortificarle nuovamente”, proclamò il vice presidente Usa pronunciando la “shehechiyanu” la benedizione ebraica.

Sono qui per portare un forte messaggio: la vostra causa è la nostra causa, i nostri valori sono i vostri valori. Siamo schierati con Israele perché crediamo nel bene e nel male, nella libertà sopra la tirannia,

proseguì il discorso-sermone  facendo un parallelo fra la storia degli ebrei e quella degli Stati Uniti. “È la storia di un esodo, un viaggio dalla persecuzione alla libertà”, ha affermato in trance religiosa, ricordando come i padri pellegrini che per primi arrivarono in America si rivolgessero “alla saggezza della Bibbia ebraica”.

Benjamin Netanyahu al Congresso americano

Non si sta parlando di una minoranza, per quanto agguerrita, di fanatici fondamentalisti. Si tratta, al contrario, di una comunità che oggi conta cento milioni di adepti, l’81 per cento dei quali ha votato l’attuale quarantacinquesimo presidente alle scorse elezioni, nel novembre 2016. Sempre di quei cento milioni, un terzo è formato da ferventi supporter dello stato israeliano, tanto da costituire un movimento autonomo, il cosiddetto “sionismo cristiano”.

Le cifre dell’endorsement evangelico alla causa sionista diventano ancora più rilevanti se accostate a quelle relative alla comunità ebraica statunitense: solo il sedici per cento , secondo una ricerca del Pew Research Center, supportava nel 2017 il trasferimento immediato dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme (il 36 per cento era a favore, ma solo quando i negoziati di pace tra Israele e Palestina fossero progrediti); tra gli evangelici, invece, ben il 53 per cento era d’accordo con la decisione di Trump.

I “sionisti cristiani” sono parte attiva, influente, e non solo nell’era Trump, nella determinazione delle scelte degli Usa in Medio Oriente e su Israele. E così non appare una forzatura, né desta meraviglia che, come sostiene Daniel Pipes,

oltre alle Forze di difesa israeliane, i sionisti cristiani possono essere ritenuti l’estrema risorsa strategica dello Stato ebraico.

O, come ebbe a scrivere nel 2006 Michael Freund, ex direttore dell’Ufficio comunicazioni di Netanyahu

Ringraziamo Dio per i sionisti cristiani! Piaccia o no, è assai probabile che il futuro delle relazioni tra Israele e gli Stati Uniti siano assai meno nelle mani degli ebrei americani che in quelle dei cristiani d’America.

Nel 1996 il Terzo congresso internazionale dei sionisti cristiani ha proclamato che “la Terra che Egli promise al Suo Popolo non dev’essere frazionata… sarebbe un ulteriore errore da parte delle nazioni riconoscere uno stato palestinese in qualunque parte di Eretz Israel”.

Benjamin Netanyahu e il vicepresidente Usa Mike Pence

Rimarcano John J. Mearsheimer –  docente di scienza della politica all’Università di Chicago – e Stephen M.Walt – che insegna relazioni internazionali alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università di Harvard – nel loro libro La Israel lobby e la politica estera americana (edito in Italia da Mondadori):

Fornendo supporto finanziario al movimento dei coloni, e scagliandosi pubblicamente contro ogni concessione territoriale, i sionisti cristiani hanno consolidato le derive intransigenti di Israele e Stati Uniti, e hanno reso più difficile ai leader americani esercitare pressioni sullo Stato ebraico. Senza il sostegno del sionismo cristiano, il numero dei coloni israeliani sarebbe più modesto e i governi di Israele Stati Uniti sarebbero meno condizionati dalla loro presenza nei Territori occupati e dalla loro attività politica. Oltre a questo – proseguono gli autori – c’è il fatto che il turismo cristiano (una parte cospicua del quale è di matrice evangelica) è diventato una ragguardevole fonte di introiti per Israele, generando nell’area un volume di entrate che si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari l’anno.

I falchi di Gerusalemme lo sanno. E tra Thomas Friedman e Mike Pence non hanno dubbi su chi considerare un “vero amico”: il secondo.

La comunità ebraica americana e Bibi ultima modifica: 2018-09-24T20:40:45+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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