Osvaldo Licini, errante erotico eretico

"Che un vento di follia totale mi sollevi”, squilla il manifesto nel titolo per la mostra di Osvaldo Licini, magistralmente curata da Luca Massimo Barbero, aperta alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia fino al 14 gennaio. 
scritto da ENNIO POUCHARD

Nel 1958, presentato da Umbro Apollonio, il marchigiano Osvaldo Licini, purtroppo già alla fine dei suoi giorni, vinse il Gran Premio Internazionale di Pittura della Biennale di Venezia. L’inseguire riconoscimenti non era nel suo stile; volle quindi rimanere un eremita, tuttavia sempre al passo con il pensiero europeo, ignorando lo “strapaese”. Sotto tutti gli aspetti, di lui parlò Giuseppe Marchiori in I cieli segreti di Osvaldo Licini col catalogo generale delle opere (edito da Alfieri nel 1968). Si volevano più che bene, ma evitavano gli atteggiamenti familiari: il veneziano, per esempio, usava il “lei” e l’altro l’anacronistico “voi”. 

Ebbene, Licini dovrebbe figurare tra i vertici della grande pittura (non soltanto italiana), ma quanto di rilevanza gli è stato riconosciuto finora è stata la retrospettiva del 1994, nel centenario della nascita, al museo di Palazzo Medici Riccardi di Firenze; delle altre mostre si possono citare quelle del Palazzo Ducale di Urbino e del Palazzo Liceo Saracco di Acqui Terme nel ’74, della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia nell’88 e del Museo di Santa Giulia di Brescia nel 2006.

Nacque nel 1894 e morì nel 1958 a Monte Vidon Corrado, paesino in provincia di Fermo, di cui – comunista non militante – fu sindaco dal 1946 finché visse. La casa settecentesca, da dove non spostò mai le sue cose, è rimasta com’era, diventando museo permanente; la piazza del Municipio porta il suo nome.

Cresciuto dal nonno paterno dall’età di otto anni – quando il padre disegnatore e cartellonista pubblicitario e la madre modista si trasferirono a Parigi – ha frequentato l’Accademia di belle arti di Bologna, manifestando il suo entusiasmo per il movimento futurista. Nel 1914 scelse Firenze per aprire uno studio, allontanandosene l’anno dopo per la chiamata alle armi. Vi fece ritorno gravemente ferito, ricoverato all’ospedale militare. Qui ebbe inizio la relazione con un’infermiera volontaria svizzera, Beatrice Müller, che gli diede l’unico figlio. 

Dimesso – dovette comunque usare il bastone per tutta la vita – raggiunse i familiari a Parigi e in questo soggiorno, cui seguirono periodicamente altri, entrò in frequentazione con Picasso, Jean Cocteau e in particolare Modigliani, al quale si legò d’amicizia. Presente con sue opere in varie mostre e ai Salon, nel 1925 incontrò la pittrice svedese Nanny Hellstrom, che divenne sua moglie. 

Angeli primo amore, 1955, Collezione privata © Osvaldo Licini

Per il suo modo di esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche fu ritenuto sovversivo e per qualche tempo rimase senza passaporto. Riavutolo, visitò ripetutamente, tra il ’31 e il ’38, il nord Europa, con Nanny come guida preziosa. Negli anni Quaranta – scrivono i biografi – aderì a un surrealismo d’influenza nordica; ma in sostanza anche allora rimanevano più valide le parole da lui scritte in precedenza a Carlo Carrà:

Quando Lei dice che nella mia pittura, quella astratta, io abbia seguito Morandi, Lei travisa. Un critico ha detto invece che ricorda Kokoschka. Sente che differenza? Vuole sapere, Carrà, chi furono i miei maestri? Glielo dico subito, ma Lei lo sa già perfettamente: Cézanne, Van Gogh, Matisse…

Nella sua natura ha avuto un gran peso la parola scritta: da ricordare i suoi Racconti di Bruto del 1913, il “Questionario Scheiwiller”, compilato nel ’29 per la seconda mostra del Novecento italiano (cui partecipò), l’autopresentazione per la mostra nel ’35 alla Galleria del Milione a Milano, baricentro dell’astrattismo e del razionalismo italiani. Poi, la corposa corrispondenza con Franco Ciliberti, che nel ’38 aveva fondato il movimento e la rivista Valori Primordiali, e gli interventi, sempre nello spirito di quel “vento di follia totale” sopra citato, prevalente nella sua splendida “arte irrazionale, con predominio di fantasia e immaginazione”.

Come tutte le cose della natura, enigmatica, menzognera, bella, ma con frode. L’importante è che la menzogna sia geniale.

Seguiamola come si avvicenda nel percorso dell’attuale mostra a Venezia, partendo dal piccolo cartone su cui, diciannovenne studente dell’Accademia, si autoritrae: è analitico, serissimo, definito persino “satanico”; e di certo non prelude ai dipinti immediatamente successivi – datati 1917, dei Soldati italiani (ricordi di guerra) e soprattutto delle Ballerine (azzurrine e piuttosto cézanniane nell’idea) o del Cacciatore, che si dicevano influenzati, a Firenze, dalla vicinanza di Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini con la sua dialettica rivista La Voce, e Giovanni Papini con Lacerba.

Autoritratto,1913, Ricordi di guerra, Cacciatore, Ballerine, tutti 1917

Della breve fase sognante che segue, l’unico esemplare presente nella mostra è il suggestivo Arcangelo del 1919, la parte destra del quale – aggiunta posteriormente – con la figura d’uomo a tratto,  prelude allo stile degli anni quaranta a venire. Qui sono riportate entrambe le versioni, delle quali, ovviamente, sopravvive soltanto la seconda.

Galleria d’arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno (foto Domenico Oddi © Osvaldo Licini)

I ritratti e nudi della metà degli anni venti, eseguiti in prevalenza a Parigi, sono tipologicamente inquadrabili nella prospettiva di un “rappel à l’ordre” personalizzato, privo di ombre e ignaro delle forti volumetrie dei coevi Novecentisti (alle cui mostre Licini partecipa).

Due ritratti di Nanny, 1925 e 1926 (rispettivamente Casa Museo Licini, Monte Vidon Corrado, e Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno (foto Domenico Oddi) © Osvaldo Licini)

Nel secondo quinquennio, di ritorno nelle Marche, il pittore ne traduce la poetica primitività in scorci paesaggistici, proiettandoli verso un soprannaturale cui i cieli blu-grigi e la materia spessa conferiscono un senso di infinito.

Paesaggio Falerone 1925, collezione Gori-Fattoria di Celle, Pistoia, e Paesaggio con l’uomo (Montefalcone) 1926, collezione Lorenzo Licini

Di tale serie fanno parte anche il Paesaggio fantastico (il capro) del 1927 e il Paesaggio con Trogolo, che evidenziano l’adozione di segni su cui si sarebbe costruita la figura del grande Licini maturo.

Paesaggio fantastico (il capro) 1927, collezione privata, foto Sergio Martucci, e Paesaggio marchigiano (il trogolo), 1928, ripreso nel 1942, collezione Silvia Poli Licini © Osvaldo Licini

Il pittore si sente un uomo libero, grazie anche alla tranquillità economica in cui vive; è colto, molto presente e critico verso ii fatti che determinano il costruirsi della storia in atto. La conclusione dei lavori or ora considerati segna l’inizio del momento in cui egli inventa un nuovo se stesso. Fin qui, scrive,

ho fatto tutto quello che potevo per fare della buona pittura. Poi ho cominciato a dubitare. Dubitare non è una debolezza, ma è un lavoro di forza, come forgiare, diceva Cartesio.

Insiste allora a precisare il senso che doveva avere per lui la pittura, in quanto

arte dei colori e delle forme liberamente concepite [e] atto di volontà e creazione; [che] contrariamente all’architettura, è un’arte irrazionale, con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia.

Una poesia che, a partire dagli anni trenta, si traduce nella purezza di forme astratte, essenziali, di pura geometria, presentate nel 1935 alla personale del Milione. In quel frattempo, ritornando dalla Svezia, trova a Parigi un fervore di interessi per l’astrazione, grazie a riviste come Art Concret, il gruppo Cercle et Carré e a Theo van Doesburg e ad associazioni internazionali come Abstraction-Création, cui egli aderisce nel 1935 e che nel numero 4 dell’omonima rivista parla del suo lavoro, accanto a quello di Lucio Fontana, Virginio Ghiringhelli, Fausto Melotti, Mauro Reggiani e Luigi Veronesi.
Marchiori annota che le sue costruzioni potrebbero non convincere “l’osservatore ricco di esperienze positiviste: come mai un triangolo può stare appeso così?”. “Per miracolo!”, sancisce l’autore; che “per miracolo” inventa, tra il 1930 e il ’33, Il bilico, Fili astratti su fondo bianco, L’Incostante, Composizione, Obelisco.

Fili astratti su fondo bianco 1930, L’incostante e Il bilico 1932 (collezioni private) e Composizione 1933, Mart Rovereto

In quell’ambito il curatore ha posto sculture tra le più superbamente elementari di Fontana e Melotti, del quale qui vediamo due gessi degli anni 1934 e ’35, in uno scorcio della Sala 5.

Archipitture 1936 e ’37, collezioni private, e due gessi di Fausto Melotti, collezione privata e Fondazione Lucio Fontana, Milano

Ancora per miracolo, subito dopo, appaiono Drago, Ritmo, Castello in aria, dove la costruzione diventa complessa e senza dubbio simbolica, e porta alla mimesi espressa dalla geometria “menzognera, ironica e giocosa” di Assaggiare (1934-’36) e Addentare (1935-’36).

Assaggiare 1934-’36, collezione Augusto e Francesca Giovanardi, e Addentare 1935-’36, collezione privata

Una certa svolta concettuale la si trova nelle contemporanee Archipitture, e in tele come Bocca del  ’34 e Composizione-Bocca del ’34-’36. Ma l’avvio del rivolgimento definitivo è della fine del decennio: Il Milionario (1938), Portafortuna-Merda (’39-’41), Olandese volante azzurra (1944) e vari Personaggi, cui va aggiunta la Figura T3, poiché, iniziata nel 1932, viene successivamente elaborata e terminata nel ’45. Qui entrano in scena parole scritte, lettere alfabetiche e numeri che insieme compongono sintetiche figure quasi umane, nel contesto di una pittura vagamente paesaggistica, evidenziata da profili collinari e cieli irreali. 

Figura T3 1932-’45, Portafortuna-Merda 1939-’41, Olandese volante azzurra 1944, Personaggio su fondo giallo 1944, tutte di collezioni private; l’Olandese volante di Silvia Poli Licini

Sono queste le composizioni che lanciano l’inventiva di Osvaldo Licini verso le mete definitive delle Amalassunte e degli Angeli.
Amallassunta, chi è? Nella storia antica, Amalasunta (con una “s”) era la figlia di Teodorico, re degli Ostrogoti, secondo dei re barbari di Roma, che morto il padre divenne reggente. Ma la sfolgorante Amalassunta di Licini è

la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco…

Più di ciascuna delle sue invenzioni essa fa capire lo spirito di questo geniale poeta della pittura, quantitativamente troppo poco prolifico (appena sopra le cinquecento opere) per scuotere folle di ammiratori di tutto il mondo, autodefinitosi – lo ricordava Marchiori – “errante erotico eretico” nel libro-firme della trattoria di Burano, sede dell’omonimo premio di pittura, e così diffuso dall’epistolario tascabile ordinato da Zeno Birolli con Gino Baratta e Francesco Bartoli e pubblicato nel ’74 da Feltrinelli, che comprende anche scritti letterari, con poesie e favole surrealiste.
Parte dal 1949 la dozzina di versioni qui esposte (“Amalassunta luna” e “…con aureola rossa”) che si differenziano tra il volto con occhi-naso-bocca di una di esse e i numeri che li sostituiscono in altre; e si conclude nel 1951 (dopo quelle “…n.1”, “…66-66”, “…con occhio giallo”, “su fondo rosso”, “…blu-verde”, “…verde” e via così) con quella “…con sigaretta” e dotata anche di piede.

Amalassunta luna e Amalassunta con aureola rossa 1946, collezioni private, e Amalassunta con sigaretta 1951, collezione Augusto e Francesca Giovanardi

Le Amalassunte mettono le ali a Licini, che ora scrive

me ne vado un po’ svolazzando per conto mio, nei cieli della fantasia: e così, di cielo in cielo, sono diventato un angelo abbastanza ribelle, con la coda, insomma…; [e avviato verso] lo sconfinato e il soprannaturale.

Angelo ribelle su fondo rosso scuro 1946, Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno, e due Angeli ribelli su fondo giallo, 1949 e 1952, collezione privata e Museo del Novecento Milano

Tra altri angeli (di San Domingo, di Santa Rosa) e alcuni Notturni (questi e quelli schematici) che contribuiscono a formare il finale della mostra, s’inerisce un personaggio pensoso, che potrebbe raffigurare un significativo autoritratto metaforico .
Un Angelo ribelle del 1958 – novantottesima opera, nell’undicesima sala – è il lavoro con cui Osvaldo Licini si tramuta, ai nostri occhi, in quel “cristallo puro della pittura italiana del ’900” che Luca Massimo Barbero è convinto egli debba essere considerato.

Angelo ribelle 1958, Courtesy Galleria Tega, Milano

Nell’immagine in alto, in apertura di articolo. Amalassunta su fondo verde, 1949, Collezione Gori-Fattoria di Celle, Pistoia, (photo Carlo Chiavacci, Pistoia © Osvaldo Licini)



OSVALDO LICINI.
Che un vento di follia totale mi sollevi
A cura di Luca Massimo Barbero
PEGGY GUGGENHEIM COLLECTION Venezia
22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019

Osvaldo Licini, errante erotico eretico ultima modifica: 2018-09-27T17:30:24+02:00 da ENNIO POUCHARD

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