Il giardino ameno della democrazia

È stata inaugurata l'istallazione dell'artista spagnolo Santiago Ydáñez, "Villa di Livia. Il ritorno del paradiso", sotto il patrocinio della Real Academia de España e della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma
scritto da MASSIMO TRIMARCHI

Piante e animali tornano ad animare le mura del ninfeo ipogeo della villa di Livia Drusilla Claudia grazie alle rapide e incisive pennellate di Santiago Ydáñez. La sua opera dal titolo “Prima Porta”, nome della zona a nord di Roma dove fu edificata la villa della moglie dell’imperatore Augusto, consiste in un dipinto a olio su tela delle dimensioni delle pareti della sala – che misura 5,90×11,70 metri – che reinterpreta il topos del locus amenus sviluppato nel prezioso affresco romano che fu rinvenuto nel 1863, staccato nel 1951-1952 a cura dell’Istituto centrale del restauro e oggi conservato a Palazzo Massimo alle Terme, una delle sedi del Museo nazionale romano.

L’idea di questa istallazione è nata durante la residenza del pittore nella Real Academia de España nel 2016-2017 e ha visto la luce anche grazie alla lungimiranza di una squadra di operatori culturali come la direttrice della Real Academia de España María Ángeles Albert de León, i suoi collaboratori Cristina Redondo Sangil, Miguel Ángel Cabezas Ruiz, Carmen Rodríguez Fernández-Salguero, Maragita Alonso che hanno riconosciuto il valore di questa operazione culturale e hanno saputo coinvolgere la Soprintendenza speciale archeologica belle arti e paesaggio di Roma nelle figure del soprintendente, Francesco Prosperetti, e della direttrice dell’area archeologica di Villa Livia, Marina Piranomonte.

L’artista spagnolo ha riproposto il tema trompe-l’oeil di uno spazio aperto che sfonda idealmente le pareti dell’ipogeo nelle forme di un giardino recintato con nicchie, popolato da molte specie vegetali e animali, soprattutto uccelli, che sono la firma dell’autore. Una passione per l’ornitologia testimoniata dal fatto che Santiago cominciò a disegnarli fin da quando aveva tredici anni.

Per coincidenza la presenza di così tanti volatili sembra alludere alla leggenda circa la fondazione della villa, che narra di un’aquila che avrebbe lasciato cadere sul grembo di Livia una gallina bianca recante un ramo di alloro nel becco. Livia, su consiglio degli aruspici, ne avrebbe allevato i pulcini e piantato nel terreno, dove fu costruita la villa, il rametto che diede vita ad un lauretum dal quale gli imperatori presero uso a cogliere i ramoscelli da portare in mano in battaglia come buon auspicio. Per questo motivo la villa era anche conosciuta con il toponimo ad gallinas albas.

Secondo l’intento di Ydáñez, un grande e fiero ibis, pavoni vanesi, gabbiani stridenti sembrano uscire dalla tela e ammonire l’avventore circa la necessità di agire in fretta per salvaguardare il paradiso (perduto?) della Natura. 

Sono tanti i livelli di lettura dell’opera. La prima immagine da sinistra è il volto di una fanciulla dallo sguardo malinconico e dai tratti nordici che ammira il dispiegarsi di questo palinsesto di piante e animali  mediterranei. La giovane donna è lì per guardare il paradiso perduto della sua infanzia nel rito di passaggio alla vita adulta? Forse è qui per lasciare un fiore alla vita. L’artista vuole far dialogare attraverso questa immagine l’Europa centrale, incarnata dalla ragazza, con il bacino del Mediterraneo, simbolizzato dall’idillio del giardino. 

Oltre a suggerire lo stupore che uno straniero può provare immergendosi in un giardino ideale del Mediterraneo, come un pensionnaire di un odierno Grand Tour, l’artista vuole usare la metafora del  paradiso perduto anche in chiave politica,  con un’allusione alla perdita dei valori democratici alla quale hanno dovuto assistere Germania e Italia con i regimi autoritari prima della Seconda Guerra mondiale. L’opera vuole farsi anche spauracchio contro i nuovi razzismi e i nuovi fascismi e un invito a salvaguardare il giardino ameno della democrazia.

La grande tela sarà esposta per tre mesi, ma si auspica possa diventare un’istallazione permanente per attirare nuovo pubblico in questo sito archeologico poco frequentato, un paradiso culturale del nostro patrimonio che non deve essere dimenticato.

testo in lingua spagnola

Il giardino ameno della democrazia ultima modifica: 2018-09-28T10:21:36+02:00 da MASSIMO TRIMARCHI

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