La spada di Bannon

Da mesi l'ex anima nera della Casa Bianca gira per l’Europa per creare un’alleanza dei partiti populisti in vista delle elezioni europee del 2019. A difesa delle “autentiche” identità nazionali. E contro le élite tecnocratiche che hanno narcotizzato ogni conflitto sociale.
scritto da MICHELE MEZZA

Si cambia la democrazia cambiando la gente. Si cambia la gente cambiando la cultura. Si crea un trend che non è altro che un movimento nella cultura.

Così, candidamente, spiegava quanto faceva l’algoritmo che aveva elaborato per Cambridge Analytica, Christopher Wylie, un eccentrico quanto geniale figlio della periferia londinese. Era stato escluso da tutte le scuole all’età di dieci anni e, unico caso, ammesso poi d’ufficio a ventidue anni per chiari meriti alla London School of Economics.

Contattare con linguaggi che riproducono proprio il modo di pensare e parlare di ognuno di loro, era una strategia orchestrata da Steve BannonLo raccontava nel corso di una lunga intervista a Vogue dove chiedeva scusa per aver concorso a manomettere le democrazie occidentali. Non era certo vanagloria, la sua. L’algoritmo di Wylie è stato il motore di quel processo di “pressione”, come diceva egli stesso, su milioni di elettori negli Usa ma anche nel Regno Unito, Francia e la stessa Italia, un processo che ha sconvolto le mappe geopolitiche  atlantiche.

Wylie  spiegava che questa intromissione nella testa di milioni di persone – che erano prima profilate e scannerizzate e poi contattate, una per una, da bot automatici che inviavano fiumi di fake news esattamente nel linguaggio e sui temi che queste persone prediligevano -era stata orchestrata da Steve Bannon, il Rasputin di Trump, che ha avuto un ruolo centrale nell’avvio dell’azione di Cambridge Analytica, e ora volteggia in Europa, con un’insistenza particolare per il nostro paese, come nume tutelare dei nuovi partiti populisti.

Sul Foglio è proposta una lunga conversazione di Bannon con Giuliano Da Empoli, già ghostwriter di Renzi e oggi un attento osservatore della rabbia populista. Domande e risposte aiutano a mettere in luce la composita identità culturale e politica del fenomeno a partire proprio dal rapporto fra cultura e politica. Bannon spiega senza fraintendimenti che per lui la cultura è il linguaggio dell’identità e, come tale, non può non precedere la politica che deve assicurare la difesa e delle autentiche identità nazionali.

È un passaggio fondante della nuova ideologia sovranista, che si appoggia ad una necessità difensiva, dunque  spietata, per la salvaguardia delle identità dei popoli.

Bannon sembra questa volta non banalizzare il suo estremismo con sparate paradossali contro le solite alleanze demoplutocratiche. Anzi prova, sapendo cosa va a solleticare, a darle  una connotazione che esplicitamente risveglia spettri ancora presenti nella memoria europea.

Rispondendo a uno sbalordito Da Empoli, che cerca di seguirlo nel suo ragionamento per capire dove vada a parare, Bannon – non so quanto consapevolmente – sembra riecheggiare la famosa requisitoria di Heidegger del marzo del 1929, in uno storico summit filosofico che si tenne, per una beffarda astuzia della storia, proprio nello stesso albergo di Davos, dove i deprecati banchieri e statisti globalisti tracciano le mappe di navigazione del pianeta.

In quel marzo del ’29, un anno cruciale che accompagnerà il mondo alla più devastante crisi economica e, successivamente all’avvento in Europa dell’asse nazifascista, Heidegger spazza via ogni retaggio della resistenza filosofica al totalitarismo, sbarazzandosi di ogni  limite etico della filosofia, per dare  forma e forza alla nascente ideologia nazista, sulla base proprio dell’idea di un uomo occidentale che si realizza esclusivamente affermando, e dunque difendendo a tutti i costi, la sua autenticità nazionale.

Lungo questa strada non può non esserci una stretta sulla democrazia. Infatti , dice Bannon rispondendo alla domanda  sulla dinamica del consenso ormai ondivago e sempre più imprevedibile, oggi  “l’antidoto al declino è l’azione”. Non l’azione del popolo, però, ma l’azione dei leader del popolo, che, una volta ricevuto, devono portare a termine il loro mandato, che gli viene dalla rabbia popolare, andando oltre gli occasionali consensi.

Restare al potere – sentenzia – dipende da unica cosa: l’azione.

Una visione che non è nemmeno presentata come farina del suo sacco, ma piuttosto viene costantemente riportata proprio ai due leader del populismo italiano Salvini e Di Maio. Ogni riflessione, ogni strategia, Bannon l’appoggia proprio sui due dioscuri del governo giallo-verde. Come ad accreditare che dietro a loro ci sia altro che solo quello che si vede, ossia la Lega, insediata al Nord, e i pentastellati del Sud. Si fa intravvedere una strategia che guarda all’Europa e forse ancora oltre. Bannon non si fa frenare dall’ironia che Da Empoli manifesta quando afferma che il viaggio in Cina di Di Maio ha contribuito a mutare il clima geopolitico globale.

Ma proprio il continuo rimbalzo sui due leader della maggioranza aiuta a decifrare la sicurezza di Bannon. Per lui la sinistra è ormai in definitivo sfaldamento, proprio perché con il suo organicismo nazionale e uniforme dal Nord al Sud non reagisce alla scomposizione degli interessi e delle figure professionali. Per questo viene presa nella morsa dei due schieramenti liquidi: il popolo delle partite IVA e delle disinvolture fiscali del Nord e quello del lavoro nero e dell’assistenzialismo del Sud.

È questo accerchiamento che non lascia speranza al vecchio insediamento popolare e produttivo della sinistra. Perché il paese s’avvia a diventare esattamente come la sua maggioranza politica: un flusso liquido di interessi e sentimenti. In questa liquidità, da ricercare e non certo da subire, va cercata la chiave della strategia economica, il senso della manovra che viene elaborata in questi giorni. L’obbiettivo è proprio quella di gonfiare, di pompare, risorse nei due scacchieri sociali: evasione fiscale più protezionismo.

Un’alleanza, fa capire Bannon che non può non marciare fuori dall’euro. E anche fuori dalle compatibilità costituzionali.

S’affaccia qui un vecchio motivo che già Berlusconi declinò: la momentaneità dei partiti e delle strutture politiche, e dunque anche istituzionali. Si decide giorno per giorno cosa si deve perseguire, quale bersaglio vogliamo colpire e si costruiscono le macchine politiche più adeguate, senza bardature o regole, con l’opportunismo del risultato. Questo fu, in bozza, l’alleanza degli anni Novanta fra una Lega secessionista del Nord e una formazione nazionalista e unitaria al Sud come Alleanza nazionale.

Ora s’imprime una nuova torsione all’idea: rabbia e interessi sono il propellente per una nuova accelerazione che dissolva ogni residuo repubblicano.

Una geometria variabile che  fa affiorare invece la legnosità e la lentezza di una sinistra che, seppur consuma i propri consensi tradizionali parlando di rottamazione e di svolta liberale, rimane poi inchiodata all’idea di partito pesante unitario, dalle Alpi alla Sicilia.

Il collante di queste due pance del Paese rappresentate da Salvini e Di maio sarà la rete. Anzi già lo è, fa intendere Bannon, spiegandoci anche come si è fatta la campagna elettorale, dove sono successe cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. L’algoritmo del suo allievo pentito Wylie deve aver trivellato i collegi contesi. E rivela con candore luciferino:

Quello che mi piace dei Cinque Stelle è proprio questa loro tecnica di coinvolgere individualmente migliaia di persone. 

Quale tecnica? E quali persone? Lo stesso, aggiunge, ha fatto Salvini. Sono riusciti a parlare, racconta papale papale, proprio con i padri di famiglia che si sono sentiti come servi della gleba dinanzi allo strapotere dei banchieri.

Forse Da Empoli, che è persona informata dei fatti, qualche domanda su come si è parlato con questi padri di famiglia, spiegando loro che i banchieri gli rubavano il futuro, poteva farla. Forse con quei meme e quelle fake news che sono circolati in rete durante la campagna elettorale? Forse qualche manina dall’estero ha aiutato a parlare con milioni di persone? Su questo silenzio.

Ma è Bannon che incalza, sentendosi ormai padrone del campo. Bisogna, dice, puntare proprio ai millennial, l’Italia è il paese guida, perche la convergenza ratificata in rete fra populismo di destra e quello di sinistra crea la possibilità di parlare a tutti, con la rete. Il nemico sono i banchieri e i monopoli digitali. Qui il nostro Rasputin sferra un altro colpo basso alla sinistra: dobbiamo trovare un modo per assicurare un controllo pubblico della rete. Un’affermazione che apre uno squarcio nel silenzio generale sui monopoli digitali.

Bannon insiste: siamo alla vigilia di scelte radicali nel campo della bioetica, possiamo lasciarle alle grandi aziende? Io sono un conservatore, dice, ma esigo un controllo pubblico sulla potenza di calcolo. Affiora qui quella vecchia talpa che senza ormai nessuna appartenenza scorrazza senza bussole.

Il populismo reazionario s’impossessa di questo campo: il capitalismo digitale ha creato nuove élite tecnocratiche che usano il proprio liberalismo per narcotizzare ogni conflitto sociale. La sinistra non trova parole né valori per ricostruire un’idea di negoziato sociale, che imponga un welfare dei diritti e soprattutto dei poteri. La crescita a dismisura in pochi anni di questi oligopoli ha reso insopportabile il carico di marginalità e irrilevanza che miliardi di utenti registrano sulle loro spalle.

Bannon, in maniera feroce, senza diplomatismi o le ipocrisie di Casaleggio, mette la spada di Brenno sulla bilancia: guai ai vinti. Se nessuno si contrappone a questi nuovi dominatori uso io la rabbia popolare per darmi anche un’anima sociale e trovare una dinamica che spazzi via anche gli ultimi residui di protagonismo economico che potrebbero rallentare la marcia verso il potere totale.

È uno scenario apocalittico, forse paradossale, ma sarebbe bene prenderlo sul serio, come non si fece nel marzo del 1929 a Davos con quel brillante professore di filosofia che costruì la cassetta degli attrezzi dell’Olocausto.

Eppure sembrava solo un filosofo.

La spada di Bannon ultima modifica: 2018-10-02T11:26:32+00:00 da MICHELE MEZZA

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1 commento

Piero de chiara 2 Ottobre 2018 a 15:44

La destra identitaria (sangue e cultura) di Bannon è diversa da quella tecnologica e finanziaria che concentra il potere nelle mani degli OTT.
ma entrambe le destre sanno quello che vogliono e hanno un piano per arrivarci. Forse si accorderanno o forse si scontreranno. Nessuna opzione è esclusa, neanche la guerra.
La sinistra non sa bene quello che vuole e quindi non ha un piano. Non ha neanche troppo tempo per chiarirsi le idee, se non vuole dividersi su quale delle due destre sia il male minore.

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