A Roma la cultura russa è protagonista

Puškin, Dostoevskij, Tolstoj ma anche Prilepin, Aleksej Kara-Murza, Andrej Končalovskij. Sabato 6 ottobre sarà inaugurato il primo Festival della cultura russa nella capitale. ytali. ne ha parlato con Leonardo Fredduzzi, vice direttore dell’Istituto di cultura e lingua russa di Roma.
scritto da ANNALISA BOTTANI

Per tre settimane Roma e Russia saranno di nuovo vicine, tra letteratura, teatro e progetti culturali. Sabato 6 ottobre sarà, infatti, inaugurato il primo Festival della cultura russa a Roma, organizzato dall’Istituto di cultura e lingua russa, in collaborazione con la Casa editrice VolandSandro Teti Editore e Stilo Editrice.

L’iniziativa, che si concluderà il 27 ottobre, nasce dalla volontà di valorizzare pienamente quanto la letteratura e la cultura russa oggi possono offrire. Lo dimostra l’intenso programma del Festival che vedrà incontri con scrittori di fama internazionale, come Zachar Prilepin, e seminari tematici dedicati a realtà letterarie post-sovietiche, ai grandi classici, a icone del panorama letterario e sociale russo, come Aleksandr Solženicyn, e ad altri autori appartenenti ad ambiti diversi da quello letterario che possono donare uno sguardo sul reale e sulla Russia di oggi.

Incontri letterari, workshop, dibattiti, ma non solo. Anche il teatro sarà protagonista dell’iniziativa con una rappresentazione ispirata al racconto di Gogol’ “Il cappotto”, mentre diverse sessioni di corsi introduttivi gratuiti di russo completeranno il percorso nel mondo russo voluto dal Festival.

Per conoscere meglio la genesi del progetto abbiamo parlato con Leonardo Fredduzzi, vice direttore dell’Istituto di cultura e lingua russa di Roma.

Cultura e politica, Putin e Russia. Sono binomi ormai diffusi a livello internazionale che, talvolta, possono rendere complesse non solo le sinergie tra i due paesi in ambiti diversi da quello politico, ma anche una reale conoscenza della letteratura contemporanea russa o delle principali progettualità portate avanti nel settore culturale, seppur controllato dalla Federazione. Scorrendo il programma, si notano alcuni autori, tra cui Zachar Prilepin, alquanto controversi che rientrano in categorie politiche difficili da scardinare. L’Istituto, quando ha deciso di organizzare il primo Festival della cultura russa a Roma, come ha gestito questo aspetto? È possibile ancora parlare di cultura, separandola dalla linea politica governativa o dall’orientamento dei principali intellettuali russi?
L’istituto di cultura e lingua russa si è sempre caratterizzato come un luogo, uno spazio culturale di scambio e dialogo. Siamo un ente indipendente che collabora con istituzioni pubbliche e private e non attua una linea culturale dettata da un orientamento politico predefinito. Ci affidiamo alla nostra sensibilità e cerchiamo di proporre contenuti culturali interessanti. Nel caso di Prilepin si tratta, senza dubbio, di un grande scrittore. Abbiamo fatto un lavoro di squadra con la Voland e siamo riusciti a portarlo in Italia. Purtroppo, non è un evento che capita tutti i giorni e ne siamo molto contenti.

L’Istituto di cultura e lingua russa, che è stato istituito nel 1991 e che ha ripreso la tradizione dell’Associazione Italia – Russia avviata nel 1946, si è sempre dichiarato indipendente. Chi ha patrocinato e sostenuto il Festival? Alcune istituzioni culturali del governo russo sono state coinvolte nel processo di organizzazione dell’iniziativa oppure avete agito in piena autonomia?
Il Festival della cultura russa è nato dal desiderio di fare “rete” con operatori culturali che si occupano di Russia in maniera stabile e professionale. Abbiamo, quindi, attivato una rete di contatti e cercato di valorizzare le nostre esperienze per portare all’attenzione del pubblico romano un calendario fitto di eventi interessanti. Abbiamo organizzato questa prima edizione in totale autonomia. Siamo, comunque, in contatto con le istituzioni della Federazione Russa con le quali c’è uno scambio di esperienze sempre produttivo.

Torniamo al programma del Festival. Gli interlocutori coinvolti, dagli scrittori agli slavisti, dai traduttori agli esperti, godono di fama nazionale e internazionale. Quasi tutti gli scrittori selezionati per il Festival, anche quelli appartenenti a epoche completamente diverse – penso, ad esempio, ad Aleksandr Radiščev (vissuto nel XVIII secolo) di cui si parlerà il 12 ottobre – ci riportano a una lettura del reale, attualizzando il mezzo letterario quale testimonianza o potente metafora del percorso storico russo, a livello politico o sociale. Qual è lo spirito che anima l’iniziativa?
Il Festival della cultura russa nasce da una proposta culturale molto ampia, volutamente liquida, sorta dalla convinzione che la Russia vada raccontata cercando di coinvolgere un pubblico vasto. Abbiamo evitato di tematizzare eccessivamente gli incontri del Festival proprio per comunicare con tutti. Presentazioni, uno spettacolo teatrale, corsi di russo introduttivi gratuiti: invitiamo tutti ad assaggiare un po’ di Russia, non importa che sia la presentazione di un classico della letteratura o di un autore contemporaneo.

Uno dei meriti del Festival è anche quello di presentare, oltre a grandi autori del passato – Solženicyn, Radiščev – anche scrittori contemporanei. Nell’immaginario comune spesso il concetto di letteratura russa rimanda subito a scrittori come Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, solo per citarne alcuni. In realtà la letteratura russa contemporanea è in pieno fermento. Il programma del Festival ne è la dimostrazione. Zachar Prilepin, Aleksej Kara-Murza, Andrej Končalovskij (regista – scrittore) e gli autori post-sovietici che hanno collaborato all’antologia Falce senza martello sono tra i suoi protagonisti. Oltre agli scrittori conosciuti a livello internazionale (tra cui Sorokin, ad esempio), qual è la diffusione della letteratura russa in Italia e all’estero? Quali sono i generi più apprezzati e vi sono altri scrittori russi meno noti che meriterebbero, invece, una maggior valorizzazione?
La letteratura russa (non solo i grandi classici) ha l’inestimabile dono della profondità. In Italia pochi autori riescono ad essere pubblicati sia per una distanza culturale sia per gli alti costi di traduzione e promozione delle opere. Il Festival nasce anche con l’obiettivo di divulgare e raccontare la letteratura di un paese straordinario, ancora poco conosciuto in Italia. Di recente un piccolo editore ha pensato di riproporre al pubblico italiano i classici della fantascienza sovietica, parliamo di storie fantastiche. Basti pensare che film come La forma dell’acqua è ispirato proprio a un romanzo di fantascienza russo. Insomma la Russia è ancora un pianeta da scoprire.

Qualche domanda sui protagonisti del Festival. Zachar Prilepin, autore già acclamato dalla critica internazionale e in patria, inaugurerà il Festival il 6 ottobre, presentando il suo romanzo Il Monastero, definito “epocale”. Noto non solo per la sua attività letteraria, ma anche per le sue controverse battaglie politiche che lo hanno portato a militare tra i ribelli filorussi del Donbass, Prilepin ha deciso di ambientare il suo romanzo negli anni Venti nelle Isole Solovki, situate nel Mar Baltico, ove venne istituita la prima colonia penale edificata dai bolscevichi in un antico monastero degli Zar. “Le Solovki sono il riflesso della Russia”, sostiene l’autore, che vede proprio nei Gulag un luogo “destinico” che dà all’uomo la possibilità di rapportarsi al percorso storico del proprio paese e alla verità. Com’è avvenuto l’incontro con Prilepin e qual è l’interpretazione del romanzo, a suo avviso, più coerente?
In questo romanzo Prilepin si cimenta con i modelli narrativi del grande romanzo russo e ambienta la storia nei primi anni Venti del Novecento. L’autore descrive la parabola di questo esperimento sociale che possiamo definire “rieducazione”: questo utopistico e brutale tentativo di formare, costruire “l’uomo nuovo”, il cittadino sovietico. Nel romanzo, caratterizzato da vicende tragiche e avventurose scandite da colpi di scena, emerge chiaramente che la natura umana è irriducibile. Non esiste prospettiva di una felicità collettiva basata su un nuovo sistema sociale. Esistono le parabole individuali, vite che si reggono in equilibrio precario sul filo sottile della Storia. Esistono il fato e i suoi rivolgimenti che vanno accettati perché questo è il destino della Russia.

L’incontro del 20 ottobre, invece, è dedicato al premio Nobel per la letteratura Aleksandr Solženicyn, del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. Nel corso dell’evento sarà presentata l’anteprima dell’edizione italiana de Il primo cerchio, pubblicato nel 1968 e per il quale lo scrittore ha ricevuto da Putin in persona il Premio di Stato per la sceneggiatura. Un testo che ripropone, al di là dei riferimenti all’universo dantesco (il primo cerchio è il limbo), il tema dei gulag, in cui lo stesso scrittore fu rinchiuso per otto anni dopo l’arresto avvenuto nel 1945, e, in particolare, della “šaraška”, ossia del “campo di prigionia leggera” in cui erano detenuti tecnici e scienziati sovietici. Oltre a denunciare le atrocità dei gulag e gli orrori del sistema totalitario russo, Solženicyn nei suoi testi ha sempre colto l’occasione per proporre una chiave di lettura inedita: il gulag come “opportunità” per conoscere “il cuore umano”, grazie alla sua esperienza e alle tante testimonianze raccolte da altri prigionieri. Una visione nettamente diversa da quella di Prilepin e Shalamov che considerava il Gulag “un’aberrazione senza possibilità di redenzione”. Nel corso del Festival come intendete valorizzare e “spiegare” al pubblico il pensiero, estremamente complesso, di Solženicyn?
In Solženicyn, come nei grandi classici russi, è presente un forte sentimento di spiritualità, di esperienza esistenziale di se stessi e del mondo che ci circonda. Questo si esprime anche attraverso alcune scelte linguistiche che vengono fatte prendendo spunto sia dal gergo carcerario sia da quello religioso-contadino. Quindi, diciamo che la grandezza di Solženicyn sta nel livello di riflessione che riesce a raggiungere a partire dalla propria esperienza. Ci sono degli elementi di “resistenza civile” a mio avviso più marcati in Solženicyn: la sua opera è imperniata sul concetto di memoria. In Shalamov, che è assolutamente non inferiore a Solženicyn per valore, mi sembra che l’esperienza individuale (seppur durissima) non riesca a raggiungere lo status di testimonianza storica. Prilepin ha, invece, concepito un’opera più marcatamente letteraria, che si va ad inserire di diritto nella tradizione del grande romanzo russo.

La vedova di Solženicyn, Natalia, in un’intervista rilasciata a Le Figaro nel mese di marzo di quest’anno ha dichiarato che permane in Russia una sorta di schizofrenia quando si parla del passato sovietico. Le opere di Solženicyn, da una parte, hanno visto una rapida diffusione nelle scuole (in misura minore all’università); dall’altra, il culto di Stalin continua a rafforzarsi e, secondo Natalia, anche se non sostenuto apertamente dalle autorità, non viene neanche contrastato. Putin stesso ne è la dimostrazione. La Fondazione Solženicyn, che sarà presente al Festival, come ha gestito il suo lascito nel corso degli anni? Che tipo di collaborazione avete instaurato con loro?
La mia impressione è che questa schizofrenia sia uno stato condiviso con altri paesi. Se pensiamo all’Italia, notiamo come ci sia una certa difficoltà a chiudere i conti con la propria storia. Nel caso della Russia tale sentimento è ben comprensibile e possiamo riassumerlo così: la storia dell’Unione Sovietica è stata lunga e complessa. Non possiamo certamente ridurla alla storia dei Gulag, sarebbe un errore incredibile. Allo stesso tempo dobbiamo conoscerne ogni aspetto e avere capacità di discernimento. Siamo entrati in contatto con la Fondazione Solženicyn in occasione di un congresso a Mosca e con il centenario dell’autore abbiamo attivato questa collaborazione per noi molto interessante.

Parliamo di Scomode verità, l’autobiografia di Andrej Končalovskij, regista, scrittore, sceneggiatore, produttore cinematografico, appartenente a una famiglia di artisti di alto livello. È figlio, infatti, di Sergej Mikhalkov, che ha scritto l’inno sovietico, e fratello del regista Nikita Mikhalkov, vincitore di un premio Oscar. L’autore ci offre uno spaccato del reale visto attraverso i suoi occhi e le sue esperienze di vita, in Russia e all’estero. È molto diverso dagli altri autori selezionati per il Festival. Come intendete impostare il dibattito sulla sua opera previsto il 26 ottobre?
Nel caso di Končalovskij si tratta di una novità assoluta. In particolare, in questo libro il regista ci parlerà del suo controverso rapporto con Hollywood. L’incontro si preannuncia molto interessante soprattutto perché avviene in un paese come l’Italia che subisce in modo, forse eccessivo, il fascino del cinema americano. E dimentica che l’Italia, invece, come anche la Russia, ha una tradizione cinematografica di altissimo livello. Ancora non è ufficiale, ma stiamo lavorando per avere anche un critico cinematografico.

Oltre agli incontri letterari, allo spettacolo teatrale ispirato a Il Cappotto di Gogol’ e al workshop sulla traduzione del 27 ottobre, il Festival prevede anche alcuni corsi gratuiti introduttivi di russo. Alla luce della sua esperienza, ritiene sia molto forte l’interesse dei cittadini italiani nei confronti della lingua russa? E, considerata la complessità di questa lingua, ha rilevato un aumento degli studenti in questi decenni?
L’interesse per la lingua russa c’è sempre stato. Nel corso degli anni ci sono stati periodi di particolare partecipazione. Attualmente i nostri studenti hanno maturato, accanto all’interesse culturale, anche l’esigenza professionale. Direi che negli ultimi dieci anni si è, comunque, registrato un aumento degli studenti di lingua russa: ci auguriamo che questo trend si confermi anche nei prossimi anni.

Molto interessante anche l’idea di organizzare corsi di russo per bambini. Com’è nato questo progetto?
La realtà sociale è in continuo cambiamento ed è caratterizzata da un aumento delle famiglie italo-russe e, parallelamente, da un incremento delle adozioni. Abbiamo, quindi, pensato a una proposta che non fosse troppo invasiva e, nello stesso tempo, consentisse ai bambini di preservare la loro peculiarità linguistica.

Il Festival si chiuderà il 27 ottobre con la presentazione del libro Roma Russa di Aleksej Kara-Murza, che ripercorre il periodo più intenso e vitale del rapporto tra la Russia e la capitale, dagli anni Trenta dell’Ottocento alla fine del Novecento, ricostruendo il soggiorno di celebri autori russi e riproponendo aneddoti, testimonianze letterarie e impressioni degli scrittori stessi. Questo legame tra Roma e la Russia è ancora attuale?
Il legame tra Roma e la Russia è vivo e forte, certamente viene declinato in modi molto diversi. Tutti i russi che visitano l’Italia vengono colpiti dalla bellezza di Roma, che rientra nel ristretto novero delle città in cui si ritorna volentieri, ogni volta che si può. In questo caso questo saggio molto interessante naturalmente si riferisce a un legame letterario instauratosi nell’Ottocento che si riverbera ancora nei nostri giorni. Aspetteremo la nascita di un nuovo Gogol’, consapevoli che ben presto s’innamorerà di Roma.

Un aneddoto sul Festival…
Siamo rimasti particolarmente colpiti dall’interesse che ha suscitato il Festival della cultura russa, elemento che ci induce a farlo diventare un appuntamento fisso.

 

Festival della Cultura Russa, dal 6 al 27 ottobre a Roma.

A Roma la cultura russa è protagonista ultima modifica: 2018-10-04T09:57:31+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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