Macedonia. Una, nessuna, centomila

Il 30 settembre si è tenuto il referendum che doveva confermare il nuovo nome dell’ex-repubblica jugoslava in Macedonia del Nord. Un mezzo fiasco. E una vittoria dei nazionlisti macedoni e greci. Storie (esplosive) balcaniche.
scritto da DIMITRI DELIOLANES

[ATENE]

Una storia balcanica. Poco compresa dagli europei. Una storia antica, con le radici nella Macedonia come paradigma di provincia multinazionale del multinazionale Impero ottomano: una “Macedonia di frutta”, come si iniziò a dire proprio allora.

La ribellione contro gli ottomani scoppiò un secolo fa, ad opera di un gruppo di slavi della Macedonia, organizzati in una formazione nota con le iniziali Vmro (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone). Volevano cacciare i turchi, ma per il resto non avevano le idee molto chiare. Come non avevano chiaro quale fosse la loro identità etnica. Nell’Impero ottomano, si sa, contava solo l’appartenenza religiosa, quindi loro erano cristiani ortodossi, proprio come i greci, i serbi e i bulgari. Con i bulgari però avevano anche altri legami: parlavano una lingua molto simile, praticamente un dialetto, e molti di loro (ma non tutti) facevano riferimento non al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ma all’Esarchia di Sofia, che se ne era distaccata qualche decennio prima.

Una mappa etnica dei Balcani del 1880

Erano quindi ribelli bulgari? La risposta è no. Alcuni di loro guardavano con favore verso il Regno di Bulgaria, altri verso la Grecia e la Serbia, e altri ancora si definivano solo “macedoni”. Una definizione inedita. La Macedonia è sempre stata una regione, non una nazione. Dall’epoca di Alessandro Magno non c’è stato uno stato, una civiltà, una letteratura macedone. C’erano illustri macedoni bulgari, greci, serbi, perfino turchi, come Mustafa Kemal Ataturk, nato a Salonicco. Chi sono i “macedoni”? Ecco il problema.

Da quella prima ribelione del 1903 fino alla fine della guerra civile greca nel 1949, la Macedonia è stata oggetto di ben quattro sanguinosissime guerre e di innumerevoli quanto sanguinosissimi scontri tra le popolazioni locali. Con il Vmro che perennemente ondeggiava tra la “grande Bulgaria” e la “Macedonia unita ed indipendente” come teorizzava l’Internazionale comunista. I comunisti russi, ansiosi di difendere la loro rivoluzione, abbracciavano qualsiasi fermento rivoluzionario scuotesse l’Europa. Sposarono strumentalmente l’ideologia nazionale “macedone” e guadagnarono una certa influenza nel Vmro. I comunisti degli altri paesi balcanici masticarono amaro, ma alla fine accettarono i diktat dell’Internazionale, pagando un prezzo enorme in termini di popolarità tra i loro connazionali (serbi, greci, musulmani e anche bulgari) della Macedonia. 

L’ultimo atto è stato giocato durante la seconda guerra mondiale, quando la Bulgaria, alleata dell’Asse, occupò la Macedonia e la Tracia greca, con la collaborazione attiva della dirigenza del Vmro. Una minoranza del gruppo nazionalista si distaccò e partecipò alla resistenza di Tito e del greco Eam Elas. Quest’ultimi seguirono i comunisti greci nella sconfitta durante la guerra civile e trovarono rifugio nella Macedonia jugoslava. 

Dopo la liberazione e la fondazione della Repubblica federativa jugoslava di Macedonia, il Vmro, che aveva collaborato con i fascisti italiani e i nazisti, era passato in clandestinità, ma la sua ideologia “macedonista” fu ufficialmente adottata da Tito. La Macedonia jugoslava occupava solo una parte minore della Macedonia storica: la maggior parte era sotto il controllo greco (“macedonia dell’Egeo”) e un’altra parte (“Macedonia di Pirin”) in Bulgaria. Ma la “Macedonia socialista” continuava a rivendicare l’unificazione con l’annessione di Salonicco.

A conclusione di questa storia di guerre, stragi e sangue, nel 1991 la Grecia si è trovata di fronte alla neonata Repubblica di Macedonia, che rivendicava il monopolio della denominazione di una regione storica di confine, indubbiamente greca dal punto di vista politico e culturale. In Europa l’obiezione greca verso la denominazione non è stata compresa: alcuni hanno segnalato che anche in Belgio c’è una regione che si chiama Luxemburg ma questo non impedisce al confinante Gran Ducato di essere riconosciuto con lo stesso nome. Se i Balcani fossero centro Europa e se per quasi un secolo lussemburghesi e belgi si fossero allegramente massacrati, allora tale paragone avrebbe avuto qualche senso.

La firma dell’accordo tra Grecia e Fyrom

Per aggravare il problema, nella versione originale della costituzione di Skopje venivano inserite le tradizionali rivendicazioni irredentistiche del Vmro: i “fratelli oppressi” nella “Macedonia dell’Egeo”, l’ideale della “riunificazione della Macedonia”, l’adozione nel vessillo nazionale del “Sole di Vergina”, il simbolo della dinastia macedone di Alessandro. I successivi governi del Vmro si erano anche preoccupati di riempire il paese di enormi statue di Alessandro per testimoniare la teoria che tuttora riportano i testi scolastici della Repubblica ex jugoslava: il “popolo macedone” è antichissimo ed è diretto discendente degli antichi macedoni. Il fatto che i popoli slavi siano arrivati nei Balcani nel VII secolo d.C. viene allegramente ignorato. Fantastoria balcanica sull’esempio di Erdoğan, convinto che Omero fosse turco e si chiamasse Omar. Per fortuna, nel caso della Macedonia ex jugoslava ben presto le proclamazioni più minacciose furono tolte dalla carta fondamentale e cambiò anche la bandiera. E il paese fu riconosciuto dagli europei con il nome provvisorio di “Repubblica ex jugoslava di Macedonia”, in inglese Fyrom.

Il governo socialdemocratico di Zoran Zaef, vistosamente sostenuto da americani ed europei, ha deciso di porre fine a questo duello balcanico chiudendo una volta per tutte la controversia sul nome. Saggezza politica ma anche calcolo: il problema è che la Repubblica ex jugoslava ha una popolazione musulmana di lingua albanese che supera il 40 per cento. Inoltre, confina con il Kosovo e già pochi anni fa ha rischiato di implodere grazie alle prodezze dell’Uck. Erdoğan si immischia spudoratamente sostenendo il partito islamista Besa, mentre circoli nazionalisti bulgari influenzano una parte del Vmro. Un’identità nazionale incerta, forti pressioni centrifughe, povertà e disoccupazione alle stelle, tutte componenti che possono portare alla disastrosa dissoluzione del paese. Un nuovo trauma balcanico. Meglio evitare.

La ricetta proposta da Skopje è l’adesione immediata alla NATO e la candidatura per l’Unione Europea. La Grecia è favorevole all’idea, ma esige che l’adesione avvenga con un nome concordato. Ecco perché Zaef ha deciso di tagliare la testa al toro e accordarsi con Atene sul nome Macedonia del Nord.

Il referendum che si è tenuto il 30 settembre è stato un mezzo fiasco, neanche il 37 per cento dei votanti. È stata indubbiamente una vittoria dell’opposizione del Vmro che illogicamente ritiene “realistica” l’adesione alla Nato senza accordo con Atene. Stranamente, molto simile è anche la posizione dell’opposizione di destra greca. Il leader di Nuova Democrazia Kyriakos Mitsotakis ha rovesciato la tradizionale posizione del suo partito che puntava a una denominazione concordata, che comprendesse la specificazione geografica di quale Macedonia si trattasse. Posizione elaborata, proposta e accettata dall’insieme delle forze politiche greche nel 2008 dall’allora ministra degli Esteri Dora Bakojannis, sorella di Mitsotakis.

Kyriakos Mitsotakis

Ora il leader di Nuova Democrazia ha respinto l’accordo, vedendo in esso una leva per rovesciare il governo dell’odiato Alexis Tsipras. Poiché però la posizione del suo partito è risultata alla fine pasticciata e strumentale, Mitsotakis ha dovuto ricorrere alla piazza nazionalista legittimando la parola d’ordine “la Macedonia è greca”. Per alcuni manifestanti istruiti è sottinteso che si tratta di difendere la Macedonia già greca. Per la maggioranza non è proprio così: nella loro mente nazionalista, non particolarmente acuta, la storia della Macedonia fa un salto di duemila anni da Alessandro Magno fino alla Grecia moderna. Imperi millenari come quello bizantino, gli ottomani e le guerre balcaniche sono cancellati da una retorica da sussidiario delle elementari. E non dimentichiamo che fin dall’epoca di Milosevic gli estremisti nazionalisti, ora confluiti in gran numero in Nuova Democrazia, ipotizzavano in tutta serietà la spartizione della Repubblica ex jugoslava con la Serbia. Deliri balcanici senza fine.

La destra greca non si oppone certo all’adesione alla Nato ma, in colloqui segreti con il governo Zaef, ha promesso un accordo “migliore” e “più stabile”. Cioè trattative da capo. Non ci vuole molto per capire che il mezzo fallimento del referendum è stato accolto da Nuova Democrazia con bottiglie di champagne. Con il forte rischio che il problema venga rinviato alle calende greche, o meglio macedoni. Esattamente come fecero i governi precedenti dal 1991 fino a ieri seguendo la vecchia ricetta della politica: evitare le patate bollenti.      

Ora tutto si gioca attorno alla proposta di riforma costituzionale in Parlamento. Alla maggioranza di governo mancano otto deputati. Se Zaef non li trova, si andrà direttamente alle elezioni anticipate, dall’esito incerto. Speriamo solo che americani ed europei non volino a Skopje per sostenere i socialdemocratici. Lo hanno fatto in favore del sì al referendum e si sono visti i risultati. Come diceva un celebre poeta greco “qui nei Balcani c’è poco da scherzare”.

Macedonia. Una, nessuna, centomila ultima modifica: 2018-10-07T17:18:49+00:00 da DIMITRI DELIOLANES

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