Giornalisti nell’inferno di Erdoğan

Cronisti scomodi condannati all’ergastolo. La Turchia è la più grande prigione mondiale per chi lavora nell'informazione
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

8 marzo 2016. Consiglio europeo a Bruxelles. Tema: accordo di cooperazione con la Turchia per contenere il flusso di migranti. Dodici ore di discussione, notte insonne per i leader europei, per decidere di rinviare al successivo vertice l’accordo, poi siglato, con Ankara. A rompere le classiche uova nel paniere, è Matteo Renzi.

Noi siamo ben felici se la Turchia prosegue il cammino verso l’Ue, ma proseguire il cammino significa abbracciare i valori costitutivi dell’Ue, tra cui la libertà di stampa, che è un cardine, un valore fondamentale,

spiega l’allora premier al termine del vertice Ue-Turchia. Per Renzi era “doveroso” inserire nelle conclusioni del vertice “un riferimento al fatto che abbiamo avuto una discussione sulla libertà di stampa” in Turchia, dopo gli ultimi episodi contro i giornali dell’opposizione. Un dovere non avvertito come tale dagli altri capi di stato e di governo partecipanti al summit, tra i quali la cancelliera tedesca Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande.

Sono passati oltre due anni e mezzo e due cose sono certe:

1 pur di non irritare Recep Tayyp Erdoğan, il “gendarme” della rotta balcanica, l’Europa ha chiuso ambedue gli occhi sullo strame di diritti in Turchia;

 

2 la libertà di stampa in quel paese è stata annientata.

 

 

L’ultima vergogna si è consumata la scorsa settimana, quando la corte di appello di Ankara ha confermato la condanna all’ergastolo aggravato per sei giornalisti e intellettuali, tra cui i fratelli Ahmet e Mehmet Altan e il noto volto televisivo Nazlı Ilıcak. I tre furono incarcerati a settembre 2016, a due mesi dal golpe fallito il 15 luglio, accusati di aver utilizzato il ruolo e la popolarità data loro dalle apparizioni in tv e dal mestiere di giornalisti per favorirlo. La condanna all’ergastolo per i sei giornalisti era arrivata lo scorso febbraio, ma alla fine di maggio una corte di Istanbul ha ordinato la liberazione di Mehmet Altan, economista, accademico, volto noto della tv turca. La Corte ha accolto un ricorso sulla condanna all’ergastolo presentato dagli avvocati di Mehmet, che rimane libero almeno fino a quando sul loro processo non si sarà pronunciata la Corte suprema. 

Ahmet Insel

Oltre ai fratelli Altan e Nazlı Ilıcak la condanna all’ergastolo aggravato è stata confermata anche per Fevzi Yazıcı, Yakup Şimşek e Şükrü Tuğrul Özşengül, anch’essi arrestati il 22 settembre 2016 e accusati di far parte della rete di Fethullah Gülen, imam e miliardario residente negli Usa, ritenuto la mente del golpe fallito il 15 luglio 2016. Come racconta a Radio Popolare l’intellettuale e giornalista turco Ahmet Insel. Laureato alla Sorbona, ex docente universitario, Insel è editorialista del quotidiano turco Cumhuriyet, falcidiato dagli arresti del regime, e dirige la casa editrice İletişim Yayınları. È autore del volume La nouvelle Turquie d’Erdoğan. Du rêve démocratique à la dérive autoritaire (La Decouverte, 2015):

Le cose in Turchia sono peggiorate, grosso modo, da quattro anni. Le proteste di Gezi Park nel 2013 hanno creato panico nel governo: da quel momento ha voluto controllare la stampa sempre di più. E dato che i media della confraternita Gülen hanno attaccato sempre di più il governo, Erdoğan ha cominciato a vedere nella stampa il pericolo principale. Questo processo era già cominciato prima del tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Dopo il colpo di stato, l’attacco alla stampa è diventato generale e ha coinvolto anche la stampa di sinistra e la stampa curda. Non si tratta solo di pressioni o di chiusura dei giornali o delle televisioni, ma si è passati direttamente all’arresto dei giornalisti. A partire dal 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata e dopo il colpo di stato del 2016 – con l’imposizione dello stato di emergenza – non abbiamo più libertà d’espressione in Turchia.

E Insel rileva anche che:

Esiste oggi in Turchia una democrazia aleatoria, arbitraria. Io sono cronista nel giornale Cumurriyet. Lo pubblichiamo rispettando la nostra linea editoriale di opposizione, ma undici dei nostri colleghi sono in prigione da più di sei mesi. Perché io non sono in prigione? Perché invece sono in prigione i miei colleghi? Non lo sappiamo. Potrei essere al loro posto: non hanno scritto niente di più di quanto ho scritto io. Il giornale continua a uscire, ma in condizioni molto difficili. Sono centinaia i giornalisti in prigione in Turchia. La Turchia è diventata la più grande prigione per giornalisti al mondo. Ho vissuto la repressione degli anni Novanta, che noi in Turchia chiamavamo gli anni di piombo, poi una vera primavera di libertà di stampa negli anni Duemila. Oggi la situazione è simile a quella che io ho vissuto all’inizio degli anni Ottanta, dopo il colpo di stato militare.

Nella Turchia di oggi, ogni oppositore viene visto e trattato come una minaccia alla sicurezza dello stato. E se combatti questa situazione opprimente con la forza delle idee e con i tuoi scritti sei ancora più pericoloso. Lo sa bene Aslı Erdoğan, cinquant’anni appena compiuti, autrice pluripremiata e tradotta in diciassette lingue (in Italia con Il mandarino meraviglioso, ed. Keller), diventata il simbolo delle centinaia di intellettuali colpiti dalla repressione nella Turchia post-golpe. Lei in carcere ha trascorso 136 giorni con l’accusa di “terrorismo”. In una recente intervista, la scrittrice sottolinea che:

Devo quel po’ di libertà che ho adesso al sostegno internazionale. Senza questo, probabilmente sarei rimasta in prigione e, se non fossi morta, anche per le mie condizioni di salute, sarei stata rilasciata con tante scuse solo dopo anni. Ormai lo stato di diritto non esiste più. Può accadere qualsiasi cosa. Tantissimi giudici sono in galera. Può toccartene uno di venticinque anni, che magari cerca di fare buona impressione sul suo capo, o semplicemente di non finire a sua volta sotto accusa: è molto difficile credere ancora nella giustizia. Il mio è stato uno dei casi più ridicoli e kafkiani. E credo sia un messaggio per tutti gli intellettuali: state lontani dai curdi (Asil non lo è ma si batte per i diritti delle minoranze, ndr), o vi tratteremo come loro.

Un terzo dei giornalisti, operatori dei media e conduttori televisivi imprigionati nel mondo si trova nelle prigioni turche. Alcuni sono rimasti in prigione per mesi e nella maggioranza dei casi senza processo. Giornalisti di ogni ramo sono presi di mira in una repressione senza precedenti, che colpisce tutti i mezzi di comunicazione dell’opposizione. Lo spazio per il dissenso è sempre più piccolo e chi lo valica lo fa a un costo incommensurabile.

Asli Erdogan alla Fiera del Libro di francoforte (2017)

L’erosione della libertà di stampa non è una cosa nuova in Turchia. Nel 2013, quando scoppiarono a Istanbul le grandi manifestazioni di Gezi Park, un importante canale trasmise un documentario sui pinguini anziché un servizio giornalistico. Molti giornalisti hanno perso il lavoro per aver deluso le autorità, le testate critiche nei confronti del governo sono state rifondate e la loro linea editoriale modificata e resa più compiacente. Gli editorialisti e i talk show più popolari contengono solo leggere critiche, non punti di vista realmente diversi, per paura di essere arrestati per aver criticato le autorità.

Agli inizi di marzo, trentacinque premi Nobel hanno rivolto un appello al presidente turco, affinché liberi i giornalisti e gli scrittori incarcerati:

Chiediamo a Recep Tayyip Erdoğan un rapido ritorno allo stato di diritto e ad una totale libertà di parola e di espressione.

La lettera è stata pubblicata sul quotidiano francese Le Monde. Tra i firmatari, anche i premi Nobel per la letteratura Svetlana Alexievitch, Mario Vargas Llosa e V. S. Naipaul, e il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz.

Sotto la scure del presidente turco non sono finiti solo i giornalisti, ma anche Internet, che con i suoi molteplici pregi e difetti è oggigiorno teatro fondamentale per la manifestazione delle libertà di espressione e comunicazione. Facebook, Twitter e affini sono stati più volte bloccati da Erdoğan in occasione di eventi importanti.

Il New York Times ha pubblicato una lettera di Mehmet Altan dalla prigione di Silivri, in cui il giornalista dà voce alla disperazione sua e di cinquantamila persone arrestate dopo il fallito golpe e la successiva campagna epurativa, che ha visto anche il licenziamento di oltre centosessantamila dipendenti pubblici:

Passeremo il resto della nostra vita in una cella di tre metri per tre metri. Verremo portati fuori a vedere la luce del sole solo per un’ora al giorno. Non avremo la grazia e moriremo in prigione. Sto andando all’inferno. Cammino nel buio come un dio che ha scritto il suo stesso destino.

Nelle stesse ore la tv turca di stato Trt metteva al bando 208 canzoni, di cui 142 in turco e 66 in curdo, perché “inappropriate” o per i contenuti politici. Vietati i pezzi di Karapete, Xaco, Mihemed Sexo, curdi, ma anche di pop star come Sila, Demet Akalın, Bengu e Koray Avcı. Anche la libertà in note non aggrada al “Sultano di Ankara”.

Mehmet Altan

Chiunque non si adegua al regime diventa un nemico da neutralizzare.

Annota Reporter Senza Frontiere nel rapporto World Press Freedom Index del 2018, che mette in evidenza la crescente ostilità contro i giornalisti e i media – apertamente incoraggiata dai leader politici – nonché gli sforzi compiuti dai regimi autoritari per esportare la propria visione del giornalismo che rappresenta una minaccia per le democrazie:

La più grande prigione mondiale per i giornalisti professionisti, la Turchia (157esima), è riuscita a scendere di altre due posizioni nell’anno passato, che ha osservato una serie di processi di massa. Dopo più di un anno di detenzione provvisoria, decine di giornalisti hanno iniziato ad essere processati per presunte complicità nel tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Le prime sentenze comminate includevano l’ergastolo. Lo stato di emergenza in vigore per quasi due anni in Turchia ha permesso alle autorità di sradicare ciò che rimaneva del pluralismo, aprendo la strada ad una riforma costituzionale che rafforza la stretta di Erdogan sul paese. Lo stato di diritto è ormai solo un vago ricordo. Ciò è stato confermato dall’incapacità di indire un tribunale costituzionale che avrebbe dovuto deliberare, nel gennaio 2018, sull’ordine di rilascio immediato di due giornalisti imprigionati.

Giornalisti nell’inferno di Erdoğan ultima modifica: 2018-10-09T18:17:18+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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