Sorvegliare e punire nella Russia di Putin

"C’è poco rispetto per i diritti umani” e quando “il Cremlino utilizza questo termine lo fa solo per trarne vantaggio, in particolare per condannare l’Occidente”. Ne abbiamo parlato con Giuliano Prandini, responsabile per la Federazione Russa di Amnesty International Italia.
scritto da ANNALISA BOTTANI

Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile. Anche se le testimonianze costringono la loro intelligenza ad ammetterlo, il corpo si rifiuta. Gli internati sanno. (David Rousset, “L’universo concentrazionario”)

Ricorda lo storico Giovanni De Luna che in David Rousset, scrittore e saggista francese detenuto in un campo di sterminio nazista, “dilagò”, dopo la liberazione, “l’ansia di farsi testimone del secolo, di parlare alla storia, di imporre al futuro il terribile peso del dovere di non dimenticare”. Una volontà che, nella sua opera L’universo concentrazionario, trova certamente compimento.

Ma la sua lotta, rammenta sempre De Luna, non si limitò solo ai lager, ma anche ai gulag. Nel 1949 pubblicò, infatti, sul Figaro Litéraire alcuni stralci della versione russa del Codice del lavoro correttivo dell’Urss che documentava l’esistenza dei campi di lavoro sovietici. Si fece portatore anche di un appello per costituire una commissione d’inchiesta internazionale di ex deportati che avrebbero dovuto recarsi in Unione Sovietica per verificare la fondatezza delle informazioni. Malgrado l’ostilità dei comunisti francesi, la Commissione venne formata nel 1950, ma l’Urss le negò la possibilità di visitare i campi e di parlare con i detenuti.

Molti anni sono passati, ma il sistema carcerario russo, purtroppo, non ha visto una piena trasformazione. E si tratta di un fenomeno, poco approfondito, strettamente legato al percorso sociopolitico del paese. Alla base del sistema carcerario vi è, infatti, una cultura penale, fondata sulla paura e sull’impunità, che affonda le sue radici nel XVII e nel XVIII secolo, ai tempi dei campi di lavoro katorga dell’Impero russo, situati in Siberia e nell’Estremo Oriente russo. Una “tradizione” preservata anche con i gulag, il cui modello, come raccontano alcuni detenuti, è ancora in parte in auge nelle carceri di oggi, malgrado siano stati tutti smantellati, ad eccezione di “Perm-36”, divenuto ora un museo.

Oggi, a livello internazionale, sono molte le voci che si levano a supporto dei detenuti, con appelli, interventi diretti e impegno sul campo. Tra queste ricordiamo, certamente, quella di Amnesty International che si sta battendo, insieme ad altre associazioni per i diritti umani, per far conoscere le condizioni delle carceri russe e salvare i prigionieri dalla tortura e, talvolta, da morte certa. 

Ne abbiamo parlato con Giuliano Prandini, responsabile per la Federazione Russa di Amnesty International Italia.

È nota la deriva autoritaria del sistema politico russo, i cui effetti si possono osservare in molti ambiti, tra cui il sistema carcerario. Alla luce delle testimonianze da lei raccolte in questi anni, quanto è forte la percezione del fenomeno non tanto tra i detenuti e gli ex detenuti, ben consapevoli dei metodi carcerari, quanto tra la popolazione russa e l’opinione pubblica internazionale?
A maggio di quest’anno Sergei Nikitin, ex direttore di Amnesty International Russia, ha dipinto un quadro cupo della situazione dei diritti umani nel suo paese.

Il mio paese ha poco rispetto per i diritti umani. Il Cremlino utilizza questo termine solo se può trarne vantaggio, in particolare per condannare l’Occidente. La maggioranza dei russi capisce a malapena cosa siano i diritti umani. La maggior parte delle persone ignora le violazioni dei diritti umani o le giustifica sulla base della propaganda di stato.

Oleg Sentsov

Il sistema carcerario russo prevede quattro tipologie di strutture, dai centri di detenzione preventiva alle prigioni, dai riformatori alle colonie correttive (le più diffuse). Secondo il World Prison Brief, in Russia, che presenta il più alto tasso di incarcerazione in Europa (a livello internazionale si colloca dopo gli Stati Uniti), circa 600.000 persone attualmente si trovano in mille prigioni e strutture detentive. Un tasso di oltre quattrocento detenuti per centomila abitanti. Quali sono le difficoltà che Amnesty, altre associazioni e fondazioni come Public Verdict hanno dovuto affrontare per accedere ad alcune di queste strutture?
Reagendo al rifiuto delle autorità russe di consentire ad Amnesty International di visitare il regista ucraino Oleg Sentsov, in sciopero della fame dal 14 maggio 2018 (interrotto il 5 ottobre, secondo quanto riportato da Radio Free Europe Radio Liberty, ndr) in una colonia penale nell’Artico russo, Oksana Pokalchuk, direttrice di Amnesty International Ucraina, ha detto che

negare il diritto di visitare Oleg Sentsov è indifendibile… Siamo gravemente preoccupati per la sua salute. Noi stavamo pianificando di visitare Oleg accompagnati da un esperto medico indipendente che avrebbe valutato le sue condizioni di salute. Per togliere qualsiasi dubbio sulle condizioni di salute di Oleg e sull’adeguatezza dell’assistenza medica fornitagli, questa visita è assolutamente necessaria.

È stato segnalato che amministratori di colonie penali hanno arbitrariamente negato l’accesso alle colonie a osservatori indipendenti, tra cui membri delle commissioni di vigilanza pubblica e del consiglio presidenziale dei diritti umani.

I media generalisti internazionali, talvolta, si focalizzano sulla fase dell’arresto senza approfondire il percorso intrapreso dai detenuti dopo l’arresto. Un processo che Amnesty e altre ong monitorano attentamente in quanto la maggior parte delle violazioni dei diritti umani inizia proprio dopo questa prima fase. In un vostro dossier del 2017 Prisoner Transportation in Russia: travelling into the unknown avete illustrato chiaramente i momenti più critici per i detenuti: dall’assegnazione del carcere in cui scontare la pena al trasferimento nella struttura, dai pestaggi delle guardie all’impossibilità di accedere ai servizi igienici, fino ad arrivare all’effettiva reclusione in cui, oltre alla separazione forzata dalla famiglia e al difficile accesso ai farmaci, si aggiungono le violenze carcerarie. Vi sono casi specifici di detenuti che Amnesty ha seguito e che hanno subito quanto descritto nel dossier? E in quanti casi siete riusciti a supportare, malgrado gli ostacoli posti dalle autorità, questi detenuti?
Il prigioniero di coscienza Il’dar Dadin è stato vittima di sparizione forzata per un mese durante il trasferimento in un altro carcere. La sua ubicazione è stata resa nota a gennaio del 2017. A ottobre del 2016 aveva denunciato le torture nella colonia penale di Segeža e come conseguenza le autorità lo avevano trasferito in un’altra colonia penale. Durante il trasferimento, le autorità si sono rifiutate di fornire informazioni sulla sua ubicazione alla famiglia e agli avvocati, fino a che non è arrivato a destinazione. Il 26 febbraio 2017 Dadin è stato liberato. A maggio la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha emesso un verdetto sui casi di otto ricorrenti russi, stabilendo che le condizioni del loro trasferimento guidato dal servizio penitenziario si configurava come trattamento disumano e degradante. Tra questi, vi erano i casi di Anna Lozinskaja e Valerij Tokarev, che erano stati più volte trasportati in scompartimenti adatti a una sola persona, larghi 0,3 metri quadrati.

Tra i punti trattati nel vostro dossier uno in particolare merita attenzione: l’ubicazione della struttura carceraria. In base alla normativa russa, il detenuto deve scontare la pena entro i confini dell’unità territoriale in cui ha vissuto o è stato condannato. Tuttavia, le eccezioni previste dal codice sono moltissime e la scelta spesso è discrezionale. Quali sono gli strumenti giuridici in vostro possesso per contrastare le decisioni, se inique, del Federal Penitentiary Service (Fsin), che gestisce il sistema carcerario? Qual è il potere reale della Cedu nei confronti delle autorità russe?
Il 14 dicembre 2015 fu approvata una legge che diede alla corte costituzionale il potere di determinare, su richiesta del presidente o del governo federale, che, se una decisione di “un’organizzazione interstatale per la protezione dei diritti umani e delle libertà”, che comprende la Cedu, è in contrasto con la costituzione russa, essa è “non applicabile”. Il 19 aprile 2016 la Corte Costituzionale russa, invocando i nuovi poteri, annunciò che alla decisione della Cedu nel caso “Anchugov and Gladkov v. Russia” non poteva venir data attuazione. Per molti in Russia la Corte europea dei diritti dell’uomo è diventata l’ultima e sola speranza per ottenere giustizia, in assenza di efficaci rimedi legali nel paese. La Russia deve rispettare i suoi obblighi internazionali e non sfidare la Corte europea dei diritti dell’uomo. La decisione della corte costituzionale del 19 aprile 2016 è stato un affronto nei confronti dei diritti umani e dello stato di diritto. E ciò sebbene la costituzione russa (articolo 15.4) reciti che i trattati internazionali, di cui la Russia è stato parte, formano “una parte integrale del suo sistema legale” e, in caso di contrasto, hanno la precedenza sulla legge nazionale. 

Veniamo a uno dei temi più trattati dalla stampa internazionale: la tortura, ormai divenuta, secondo quanto confermato da Meduza, un metodo standard di trattamento dei detenuti (soprattutto nei centri di detenzione preventiva). Così frequente da non poter avere, sempre secondo Meduza, statistiche affidabili. Raccogliendo i dati di giornalisti e attivisti, nei primi otto mesi del 2018 sono state denunciate (la maggior parte non viene nemmeno segnalata) torture su più di cinquanta persone, che hanno portato alla morte di sei persone. Spesso gli aggressori sono poliziotti, guardie carcerarie e agenti dell’Fsb. Uno dei casi più eclatanti ripresi dai media riguarda Yevgeny Makarov detenuto nella colonia penale n. 1 di Yaroslav e brutalmente torturato nel 2017. A luglio la Novaya Gazeta ha rilasciato il video dell’aggressione, girato dalle guardie per il direttore della struttura convinto della necessità di applicare “misure educative”. In un’intervista rilasciata a settembre a Deutsche Welle, Irina Biryukova, membro di Public Verdict e avvocato di Makarov, ha dichiarato che la situazione attualmente è peggiorata. Anche in passato si verificavano episodi simili, ma questo fenomeno è decisamente aumentato negli ultimi cinque anni. Quali sono i casi, noti e meno noti, su cui Amnesty ha focalizzato il proprio impegno in questi ultimi dieci anni e, soprattutto, lei conferma questo trend?
A ottobre del 2005 Rasul Kudaev fu arrestato perché sospettato di aver partecipato a un attacco terroristico a Nalchik, la capitale della Repubblica di Kabardino-Balkaria nel Caucaso del nord. Rasul fu pesantemente torturato per costringerlo a confessare. Queste pratiche sono particolarmente gravi nel Caucaso del nord per l’impunità di cui godono le forze dell’ordine.

Un caso molto noto, anche per le ripercussioni internazionali, è stato quello dell’avvocato Sergej Magnitskij che nel 2008 denunciò alle autorità russe di avere scoperto una frode fiscale da 235 milioni di dollari. La magistratura lo arrestò per il medesimo reato di frode fiscale. Fu arrestato arbitrariamente, torturato, non gli vennero fornite le cure mediche di cui aveva bisogno. Fu colpito a manganellate. Di lì a poche ore morì.
Il regista ucraino Oleg Sentsov, in sciopero della fame dal 14 maggio 2018, ha denunciato di essere stato torturato, dopo che fu arrestato a maggio del 2014 dal Servizio di sicurezza federale russo (Fsb), come pure almeno uno dei testimoni dell’accusa.
Nel 2016 il prigioniero di opinione Il’dar Dadin, condannato a tre anni di carcere per aver preso parte a manifestazioni pacifiche non autorizzate, scomparve forzatamente per un mese, mentre veniva trasferito in un’altra prigione. Dichiarò di essere stato torturato.

Sono perdurate le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti nelle carceri e in centri di detenzione. Il rischio di tortura è particolarmente grave durante i primi giorni di detenzione. Le condizioni durante il trasporto dei prigionieri si sono configurate come tortura e altri maltrattamenti e, in molti casi, come sparizione forzata. Durante il suo recente esame della situazione in Russia, il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite ha denunciato il diffuso uso della tortura e altri maltrattamenti da parte di funzionari delle forze dell’ordine e funzionari di polizia.

Andrei Mironov

Parliamo di Andrej Mironov, giornalista, attivista per i diritti umani, prigioniero politico sovietico, assassinato a Sloviansk nel 2014 insieme al fotoreporter Andrea Rocchelli mentre documentavano gli scontri armati pre-elettorali nell’Ucraina orientale. Com’è nata la collaborazione con Amnesty? Come avete onorato il suo lascito?
Ho incontrato per la prima volta Andrej Mironov a Mosca, nel 2012, vicino alla piazza Majakovskij, nella sede di Memorial, la più importante organizzazione russa per i diritti umani. Volevamo visitare il Museo dei gulag, che si stava allestendo. Ci aveva accompagnato Andrej, abbiamo incontrato la direttrice Svetlana Fedotova. Mironov, che conosceva molto bene l’italiano, traduceva.

Andrej Mironov era giornalista, ex-dissidente e prigioniero politico sovietico, nato a Irkutsk (allora Urss) nel 1954. Alla fine del 2013, con gli amici di Amnesty International, lo avevamo invitato in Italia, perché tenesse delle conferenze. Durante gli incontri ci ricordò che, dopo un anno di pedinamenti, nel 1985 fu arrestato dalla polizia segreta Kgb con l’accusa, tra l’altro, di aver distribuito clandestinamente (samizdat) I racconti della Kolyma di Varlam Šalamov e criticato il governo, in particolare in merito all’invasione dell’Afghanistan e della Cecoslovacchia e alla mancanza di democrazia nell’Urss. Distribuì La fattoria degli animali1984 di George Orwell.
Durante il processo venne simulata un’impiccagione, che gli fece perdere i sensi. Il suo processo si concluse con una condanna a quattro anni di detenzione e tre di esilio interno per propaganda sovversiva antisovietica in base all’art. 70 del codice penale. La condanna portava la firma di Gorbaciov (ritrovata negli archivi del Kgb, dopo il fallito golpe di stato del 1991).
Spedito in un campo di lavoro (Glavnoe Upravlenie Ispravitelno-trudovykh Lagerej, “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”) destinato ad autori di reati contro lo stato considerati particolarmente pericolosi, lo Zh Kh 385/3-5 in Mordovia, a circa seicento chilometri a est di Mosca, fu rinchiuso in una cella di punizione per sei volte. Il cibo che riceveva era immangiabile e pieno di vermi e l’acqua era sporca. Gli altri detenuti gli impedivano di dormire, lo picchiavano prima delle udienze in tribunale, le autorità del carcere lo lasciavano al freddo insopportabile nelle celle di punizione. Ci disse: “Lʼufficiale del Kgb era impassibile, hanno tutti gli occhi uguali, senza espressione, proprio come Putin, senso dell’umorismo zero. Durante il processo non ho mostrato segni di pentimento, non ero contro il potere sovietico perché non esisteva, ma contro la dittatura del partito”.
Nel 1986 venne liberato quando, a seguito dell’incontro tra il presidente statunitense Reagan e quello sovietico Gorbaciov, si decise la scarcerazione di 140 detenuti, tra cui Mironov. Ci disse ancora:

In Italia il compagno Gorbaciov è amato per il suo liberalismo. Una volta mi ha telefonato la televisione danese. Volevano fare un servizio a dieci anni dall’incontro di Reykjavík intervistando un ex detenuto liberato da Gorbaciov… “Va bene, ma io sono stato anche imprigionato da Gorbaciov.” “Ah, un momento, chiedo al boss… Scusi, ma il boss dice che questo non va”. In Danimarca non c’è la censura, ma questo è stato un caso di pessimo giornalismo.

Dopo la liberazione continuò il suo lavoro in difesa dei diritti umani. Ci disse:

Non credo si possano difendere i diritti umani come un concetto astratto, ma solo come diritti di una persona concreta. Io mi concentro sui singoli casi, uno per uno.

Dal 1991 iniziò a lavorare come ricercatore specializzato in diritti umani per diversi media e dall’anno successivo lavorò in diverse zone di conflitto, come Nagorno Karabakh, Tagikistan, Cecenia e Afghanistan.
Durante la guerra in Cecenia Mironov organizzò incontri tra rappresentanti ceceni e deputati russi per una soluzione pacifica del conflitto. Le sue iniziative erano in contrasto con i piani governativi di reprimere con la forza l’insurrezione. Dopo i giorni trascorsi assieme nella mia città, Trieste (avevamo visitato la sala stampa del comune di Trieste intitolata alla giornalista russa Anna Politkovskaja, che ben conosceva), ci telefonavamo spesso e a lungo, mi aggiornava sulla situazione in Russia, sugli arresti illegali, sui processi iniqui (come quelli contro i manifestanti del 2012 di Piazza Bolotnaya), su Mikhail Kosenko, su Sergei Krivov, sulle Pussy Riot. Ma anche su storia e letteratura italiana e russa, sui futuristi.

Nei primi mesi del 2014 era stato in Crimea, a Kiev, brevemente in Italia e poi di nuovo in Ucraina, nella zona di Sloviansk, dove ha trovato la morte, il 24 maggio, con il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli. Era una persona mite, schiva, non si metteva mai in mostra.
Ricorderò la sua integrità, la profonda cultura, l’attivismo instancabile, lo stile di vita frugale. Era un uomo buono. 
La Sezione Italiana di Amnesty International gli ha intitolato l’archivio storico. Un concorso sui diritti umani rivolto agli studenti degli istituti scolastici superiori, giunto alla terza edizione, vuole ricordare Andrej Mironov e Andrea Rocchelli.

Un altro modello di resistenza e lotta contro il regime è sicuramente quello delle Pussy Riot, il collettivo punk-rock russo politicamente impegnato che nel 2012 si è esibito nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca. Una performance di denuncia sociale che è costata a tre attiviste del gruppo l’arresto (una delle componenti è stata poi rilasciata) e il trasferimento nei campi di lavoro. La lettera aperta di una delle Pussy Riot, Nadežhda Tolokonnikova, rinchiusa nel carcere della Mordovia (uno dei più temuti) e poi rilasciata insieme alla seconda dopo l’amnistia, è tra le denunce più importanti degli ultimi anni perché rappresenta una testimonianza accurata delle condizioni dei detenuti nell’era putiniana. Amnesty come ha supportato le ragazze da voi definite “prigioniere di coscienza” nel difficile percorso dall’arresto alla liberazione?
Amnesty International ha chiesto alle autorità russe il rilascio immediato e incondizionato delle tre ragazze che fanno parte del gruppo punk Pussy Riot, incriminate per “vandalismo”. Secondo Amnesty International, le tre ragazze non dovevano essere incriminate per l’espressione delle loro opinioni politiche, per quanto possano essere risultate offensive. Amnesty International ha considerato Maria Alekhina, Ekaterina Samusevich e Nadezhda Tolokonnikova prigioniere di coscienza, incarcerate solo per la pacifica espressione delle loro opinioni. Abbiamo organizzato: conferenze; una campagna per il loro rilascio e perché venissero fatte cadere le accuse contro di loro, per un’indagine immediata e imparziale sulle minacce ricevute da familiari e avvocati delle tre donne, con invio di petizioni alle autorità russe; una campagna per garantire la loro sicurezza durante la detenzione; l’invio di cartoline, messaggi di solidarietà in prigione.

Una rappresentante delle Pussy Riot, nel corso di un incontro avuto con i direttori e le direttrici delle sezioni europee di Amnesty International avvenuto il 28 maggio 2013 a Ittre, in Belgio, ha dichiarato:

Desideriamo ringraziare Amnesty International per aver dichiarato prigioniere di coscienza le nostre tre esponenti arrestate e condannate in Russia. Le azioni di Amnesty International e la pressione sulle autorità russe sono essenziali, le condizioni di prigionia sono estremamente dure. Tutto ciò che fate è importante, fa capire al governo, alla polizia e alla giustizia del nostro paese che non possono agire come gli pare.

Un altro caso importante che state seguendo è quello di Oyub Titiyev, responsabile della sezione cecena di Memorial arrestato a gennaio in Cecenia per possesso di droga. Accuse considerate false non solo dalle associazioni per i diritti umani, ma anche dalla comunità internazionale. Ad oggi Titiyev, vincitore del Premio per i diritti umani Václav Havel (sesta edizione), è ancora in carcere e le autorità hanno optato per un processo a porte chiuse. Come procede la situazione?
Se giudicato colpevole, Titiyev può essere condannato fino a dieci anni di detenzione. Amnesty International ha lanciato una campagna chiedendo al presidente Putin che Oyub Titiyev venga rilasciato immediatamente e incondizionatamente e che vengano fatte cadere tutte le accuse contro di lui. E, in attesa del suo rilascio, di assicurare che non subisca torture e maltrattamenti. Gli avvocati di Titiyev hanno fatto richiesta di spostare il processo dalla Cecenia in un’altra regione, ad esempio Mosca. Le autorità cecene hanno più volte dichiarato che Oyub Titiyev è colpevole, esercitando così una forte pressione sulla corte. In Cecenia l’indipendenza dell’organo giudiziario è semplicemente “inesistente” e i giudici sono molestati e intimiditi da uomini armati che ricevono ordini dal Capo della Repubblica, Ramzan Kadyrov.

In occasione del suo compleanno, il 24 agosto, una responsabile di Amnesty International l’ha incontrato in tribunale e gli ha consegnato gli auguri di buon compleanno da parte di tanti sostenitori, anche dall’Italia. Le foto e gli auguri l’hanno reso felice, ha sorriso. Ha inviato un sentito “grazie” e saluti a tutti e ha detto che spera di essere libero perché la verità è dalla sua parte.

Nadezhda Tolokonnikova (Pussy Riots)

Oleg Sentsov, Il’dar Dadin (poi rilasciato) e altri prigionieri noti all’opinione pubblica sono solo alcuni dei casi che Amnesty sta seguendo. Com’è organizzato il vostro network in Russia? A livello operativo quali sono le forze dispiegate in termini di volontari e impegno sul territorio? Dopo la scarcerazione inizia per alcuni ex detenuti un difficile percorso di reinserimento nella società. In base alla sua esperienza, in Russia quanti decidono di rimanere in patria, abbandonando eventualmente l’attivismo, e come li supportate nella gestione del disturbo post traumatico da stress?
In Russia Amnesty International ha un ufficio a Mosca e soci in diverse località. La mattina del 2 novembre 2016 il personale dell’ufficio ha trovato il locale sigillato e un avviso di divieto d’ingresso affisso, firmato dalle autorità locali. Le serrature e il sistema d’allarme erano stati rimossi e la luce elettrica risultava tagliata. Amnesty International non aveva ricevuto alcun preavviso. Successivamente i sigilli sono stati tolti. Con riferimento al caso Sentsov, il 30 luglio 2018 l’Ufficio di Amnesty International a Mosca ha ricevuto una lettera da Valery Balan, vice direttore del Servizio penitenziario federale che negava la richiesta di visitare Sentsov nella colonia penale di Labytnangi senza fornire alcuna spiegazione.

Un aneddoto che desidera condividere…
Alcuni anni fa ho incontrato a Londra A. K., un prigioniero politico russo, da poco liberato dopo una detenzione di quasi undici anni. Il suo caso era stato seguito da Amnesty International. Era venuto all’incontro con una grande busta. Gli ho chiesto: “Come erano le condizioni in prigione?”. La sua risposta è stata:

A Kaluga, centocinquanta km a sud ovest di Mosca, la mia prima cella, la n. 60, era di cinque metri quadrati, un metro quadrato era preso dalla toilette, vi erano tre letti per cinque detenuti, dormivamo a turno, senza vetri, e con 25-26 gradi sotto zero in inverno, non era molto confortevole, coprivamo le finestre con coperte. Sono stato mandato in un terzo delle 254 celle della prigione, è una pratica comune, ti spostano. Una di queste celle era di 16 metri quadrati, con otto letti, eravamo in trentadue. Dormivamo non solo a turno, ma due per letto. Io dividevo il letto con altri cinque detenuti. Sono rimasto a Kaluga due anni e mezzo e poi mi hanno spostato a Lefortovo, a Mosca, una prigione dell’Fsb dove sono rimasto due anni. Qui la pressione psicologica sui detenuti è molto forte. A parte il compagno di cella, si è completamente isolati e, se passa un altro detenuto nel corridoio, si viene nascosti.

“Che cosa l’ha sostenuta durante questi anni?”. “Il sapere che non ero solo. Le lettere che ho ricevuto da soci e simpatizzanti di Amnesty International hanno aiutato molto me e la mia famiglia. Sapevo che non ero stato dimenticato. Sembra una cosa molto semplice, ma mi è stata di grande aiuto. Là non succede niente e anche una lettera è un evento, ti solleva il morale. Ricevevo lettere due volte alla settimana, e non una sola, ma due, tre, quattro… Ho ricevuto lettere dall’Italia, molte (alcune me le fece vedere). In questi anni ho ricevuto migliaia di lettere. È stato importante anche per i compagni di cella, ha aiutato pure loro”. “Come potremmo esserle di aiuto ora?”. “Aiutando gli altri detenuti”.

Sorvegliare e punire nella Russia di Putin ultima modifica: 2018-10-10T11:17:21+00:00 da ANNALISA BOTTANI

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