Macaluso, Galli della Loggia, e una curiosa omissione

A proposito di un passaggio non irrilevante nella discussione sul Corriere tra lo storico e l'ex-dirigente comunista.
scritto da GUIDO MOLTEDO

Nell’interessante discussione sul Corriere della Sera tra Emanuele Macaluso e Ernesto Galli della Loggia – se il Pci non fosse un “partito popolare”, come sostiene lo storico, e come confuta l’ex-dirigente comunista – riaffiora lo snodo cruciale della “svolta” della Bolognina, che portò alla fine del Pci e alla nascita del Partito democratico della sinistra (e, quasi contemporaneamente alla nascita del Partito della rifondazione comunista).

Scrive Macaluso, citando un passo dell’articolo di EGdL che ha dato vita al botta e risposta tra i due:

Ernesto, tu scrivi che “dopo il 1989 il nome comunista è diventato impresentabile, il Pci ha preferito cambiarlo chiamandosi ‘di sinistra’ e poi ‘democratico’ ma dio ne scampi, giammai socialista o socialdemocratico”. Ma quale Pci? Il Pci, dopo il 1989-90 non c’è più e tu dimentichi che Pajetta, Natta, Ingrao, Tortorella, Cossutta, Garavini e molti altri non vollero chiamarsi “democratici di sinistra”, ma ancora comunisti. E Napolitano, Bufalini, Chiaromonte, Cervetti, Rubbi e il sottoscritto (anche con tanti giovani) aderirono alla “svolta” di Occhetto ma proposero la definizione di “Partito del socialismo europeo”. Cos’è il Pci di cui parli senza quelli che continuarono a chiamarsi comunisti e senza di noi riformisti.

Ribatte EGdL:

Quanto alla questione della scelta del nome dopo l’89, condivido la tua ricostruzione, caro Emanuele. Ma sta di fatto che la maggioranza di quello che era stato il Pci scelse il nome che sappiamo: dove la parola socialismo non c’era.

Piccolo dettaglio, che Macaluso può avere qualche “convenienza” politica a trascurare… ma uno storico come EGdL?

Quale dettaglio? Il socialismo di quegli anni, in Italia, era rappresentato da Craxi.

Era praticabile una via, a partire dal nuovo nome della forza erede del Pci, che andasse nella sua direzione, nella direzione di un incontro con lui e con il Psi? Era possibile chiamarsi in qualche modo socialisti, eludendo quello che allora era uno scoglio politico? E cosa fecero, davvero, Napolitano, Macaluso, Cervetti, Pellicani per mettere insieme la loro richiesta di essere forza del socialismo europeo e il rapporto con il Psi?

Per gran parte dei militanti e degli elettori del Pci, Craxi era rimasto quello dei fischi a Berlinguer. Quello dell’abolizione della scala mobile. Del tutti al mare. Poi entrano in scena i giudici di Mani pulite e la parte preponderante del mondo comunista lo vede come l’emblema della politica corrotta. Dimenticare quel contesto, è incredibile da parte di Macaluso e di EGdL.

Craxi aveva un buon rapporto con i miglioristi milanesi, non gli piaceva umanamente Napolitano, ma sapeva che lui e la sua “corrente” (ma allora guai a usare quella parola) guardavano a lui ma sapeva anche, e se ne lamentava, che non avevano la forza – e diciamo il coraggio – di venire davvero allo scoperto, mettendo sul tavolo la carta dell’unità socialista. Esplicitando fino in fondo, nelle sedi politiche proprie, le loro intenzioni. Né si ricordano prese di posizione garantiste, nei suoi confronti, nel momento della sua caduta in disgrazia. Con la cessazione contemporanea di ogni opzione di intesa con lui e con il suo partito.

Walter Veltroni, all’epoca membro del comitato centrale del Pci (a sinistra), e l’allora segretario del partito Achille Occhetto (a destra), durante una manifestazione del Pci.

In quello che fu definito dai media “il manifesto dei miglioristi”, si sostiene che

[…] tra i due maggiori partiti della sinistra permangono ancora serie divergenze. Il riconoscersi negli stessi principi e valori, come, ad esempio, quelli del socialismo democratico, non significa, per i miglioristi, identificarsi con le attuali posizioni e con la linea di condotta del Psi. Col partito di Craxi, avvertono i 57 [firmatari], occorre puntare a realizzare un confronto schietto e non strumentale, mettendo a fuoco competizione e collaborazione tra forze distinte e autonome per costruire e far vincere un’alternativa di governo.

E in quel documento non si entra nel merito della questione del nome.

La discussione sull’opportunità, sul tempismo, sul metodo, perfino sulla necessità stessa della scelta di Achille Occhetto, presenta ancora un suo interesse, purché da uno storico e da un protagonista dell’epoca ci sia più precisione nella ricostruzione dei fatti d’allora.

Caso mai stupisce che nessuno dei due abbia osservato che, dopo la formazione del Partito democratico, si sia traccheggiato per anni sull’adesione al Partito socialista europeo. E che il passo non è deciso né da Veltroni né da Bersani. Ma da Matteo Renzi nel febbraio del 2014.

Macaluso, Galli della Loggia, e una curiosa omissione ultima modifica: 2018-10-11T17:55:25+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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1 commento

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STEFANO RIZZO 11 Ottobre 2018 a 19:40

Osservazione giustissima. Anche se nei fatti i comunisti della generazione postbellica erano (e si consideravano) socialdemocratici, mai avrebbero potuto chiamarsi cosi. Il nome di socialismo era per loro inutilizzabile a causa del craxismo, così come quello di socialdemocrazia a causa delle non edificanti vicende di Tanassi e di Pietro Longo (oltre che dallalunghissima collaborazione del Psdi con la Democrazia cristiana).

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