Venezia, la bellezza, l’arte e la verità

Ristabilire il protagonismo della dimensione lagunare della città, questo sembra essere il percorso necessario per riconfermare il suo ruolo fondamentale
scritto da FRANCO AVICOLLI

Scrivendo di Roma, Tacito riferisce che la città non aveva un piano urbanistico, ma solo delle disposizioni sull’altezza degli edifici e sulla distanza fra essi. A cose fatte, lo stato capì che quelle indicazioni avevano consegnato una città bella. Lo storico romano propone così un dato della bellezza di Roma come un valore che si definisce con la città, che a sua volta partecipa alla formazione di una visione del mondo e alla costruzione di un sistema di relazioni dove la “bellezza” viene inverata dalla città stessa, fino a diventare un riferimento che definisce la qualità di Roma.

Nella nostra coscienza moderna, la bellezza evoca, attrae, suggerisce, agita e commuove, suscita desiderio di appartenenza e di possesso fino a diventare modello, cioè esistenza che ha la capacità di rasserenare o di cancellare i limiti e conduce lungo un cammino dove la vita è tempo e forma e senso e riferimento. Un sistema di categorie qualificative che certamente Venezia può vantare come dato storico che la configura nel segno della bellezza di cui è una rappresentazione.

Non credo alle gerarchie di bellezza, ma c’è un punto in cui questa si qualifica fino a prendere la forma dell’arte che è percorso e progetto, cioè artificio, costruzione, azione pensata, voluta e realizzata in una visione e concezione del vivere. Quel punto è l’incontro dove un cuore trova il corpo con cui scandire il ritmo dell’andare. Senza questo incontro vitale le morfologie appaiono nella freddezza della loro consistenza materica, sono celebrazione di concetti o mode, retorica, ma mai visione che spinge, unisce, scuote, inquieta, apre, afferma, impegna, colloca la vita in un presente che conferma, nel caso specifico della città, la sinergia tra i valori che operano e quelli che rappresentano il suo significato.

Secondo Joseph Rikwert (Idea di città) e Gideon Sjoberg (La città dei padri), la città è l’espressione e l’evidenza di un sistema mentale che si conferma e si riproduce nel progetto anche morfologico che realizza; la sua affermazione, il suo benessere e la sua forza, sono appunto effetto della corrispondenza fra condizioni territoriali e apparato ideologico. Ciò significa che c’è un rapporto specifico tra la città e i suoi abitanti e che l’una e gli altri operano in sinergia rispetto a un senso, un’identità qualificante di una città che attraverso il dialogo attualizza il proprio significato e costruisce una simbologia che a sua volta è un dato e una proposta.

La città, pertanto, dà e riceve identità, e Venezia ne è un grande esempio con la sua odonomastica che è la cartina di tornasole di una città che si riconosce nei mestieri che danno il nome a calli, campi, fondamenta e salizade, per esempio. Luoghi in cui coloro che quelle attività praticano si trovano ovviamente riconosciuti, e nessuno può sottovalutare l’importanza vitale di un tale dialogo fra la città e i suoi abitanti.

Il dialogo tra la dimensione sensitivo-temporale e l’atto narrativo, tra storia e metafora, traccia il percorso dell’arte. I greci chiamarono tale pratica poiesis, un procedimento che rende visibile o percettibile ciò che non è davanti agli occhi o ai sensi, che riconduce a ciò di cui si intende dire attraverso la “cosa” di cui è una verità. È quindi legittimo supporre un collegamento tra arte e bellezza. La quale, nella visione di Kant “è la forma della finalità di un oggetto”, ovvero, è il senso della “cosa”, la sua rivelazione, una verità che entra nella coscienza.

Se bellezza e verità coincidono senza elidersi – verum ipsum factum, scriveva Vico – può essere la bellezza accomunabile a un comportamento che non coincide con la vita, intendendo per vita ciò che sta accadendo? Come leggere una tale riflessione pensando alla bellezza di Venezia e all’arte in una sequenza “bellezza, arte, verità”?

Se la verità è nella cosa, come sostiene Vico e se la cosa è la condizione imprescindibile della bellezza, nella cosa/nome confluiscono il bello e il vero, come afferma Tacito per Roma.

Nel caso di Venezia, Simmel afferma che le architetture della città lagunare “seguono soltanto le leggi della propria bellezza”, e mi pare che in questo modo egli voglia riconoscere appunto una capacità di Venezia di costruire una propria verità avendo come riferimento qualificativo la bellezza.

Se la bellezza appartiene alla coscienza, essa è anche un dato della storia perché corrisponde a ciò che nel tempo si è affermato con quel nome.

Venezia è un dato storico della bellezza ed è un nome che la distingue fra altri. La bellezza, ricorda Bodei, “si richiama alle idee di misura e di ordine”. La Pietà di Michelangelo detta una serie di caratteristiche formali come l’equilibrio delle parti e atteggiamenti che rimandano a dati dell’esperienza soggettiva per essere un’intensa metafora del dolore e di quello materno specialmente. Tutte le possibili associazioni con questo senso esprimono la qualità dell’opera e la varietà delle percezioni appare come un fenomeno della coscienza.

Il dato storico è che l’arte tende a definire i canoni della bellezza e, nella misura in cui è nome, è anche capacità di dare forma ai significati più o meno visibili, ma comunque collegati al valore della cosa. La bellezza è dentro la cosa e l’arte la rende in un certo senso percettibile.

La dinamica contestuale di tale rapporto ha tracciato un percorso che ha progressivamente portato l’artista dalla “cosa” ai suoi significati specifici. Dall’Egitto dei faraoni all’arte contemporanea, il cammino si è andato caratterizzando con un trasferimento sempre più marcato del senso, dalla cosa al suo significato e fino alla sostituzione della cosa con il suo significato.

Può oggi il significato di Venezia andare oltre o anche sostituirsi alla città stessa?

La bellezza appartiene alla coscienza e l’arte ne permette il riconoscimento che, a sua volta, definisce una sequenza vero, vitale, bello o anche bello, vitale, vero.

Un’affermazione come “la natura è bella” per quanto possa sembrare oggettiva, è un atto che corrisponde alla coscienza delle percezione. Non è la natura a definirsi tale, ma è il giudizio che viene espresso sulla natura (cosa/nome). La bellezza è quindi un dato della coscienza che risponde a una volontà che attinge a un’esperienza che dà alla bellezza il valore di verità. E proprio in questo senso Hegel rilevava che “la bellezza naturale”, è un valore che si muove “troppo nell’indeterminato, senza criterio” dando perciò all’atto volontario che crea una capacità decisiva per la caratterizzazione della bellezza. E ciò significa che all’affermazione della bellezza come valore partecipa un criterio, una coscienza del valore.

Venezia non è tale in corrispondenza di un progetto di bellezza, ma per essere fenomeno di una visione, di una concezione di vita, è l’arte di quella concezione della vita, la sua verità. Il pericolo che essa corre è appunto la separazione in atto, la discrasia che si sta producendo tra città dell’arte e della bellezza e il suo progetto (o non progetto) di città.

Un paradigma in cui c’è una Biennale che si occupa dell’arte che è sostanzialmente un concetto della bellezza e l’istituzione politico-amministrativa impegnata a creare la semplice fruizione della bellezza/arte, tende a svilire il senso vitale della bellezza che caratterizza Venezia fino a renderla un fatto funzionale a un progetto che non appartiene alla città, ma ad altro. In tale contesto la sequenza bellezza/arte non riesce a essere più la verità della città che difatti non è più soggetto del progetto bellezza/arte, ma della sua fruizione. E ciò attenta al senso di Venezia e mette in dubbio la sua verità. Perché “altro” riguarda l’arte e la bellezza che si separano sempre più dall’idea di Venezia.

Ricostruire la verità di Venezia, cioè ristabilire il protagonismo della dimensione lagunare della città, questo sembra essere il percorso necessario per riconfermare il suo ruolo fondamentale di civiltà e di bellezza.

Gianugo Polesello sosteneva la necessità di sciogliere “la questione di una limitatio” per affermare una “città estuario, oltrepassando la logica della città gotica e della città rinascimentale” e che quindi

deve essere provata una presenza futura di Venezia-come-città dentro la unità lagunare come presenza architettonica che promuova la messa in funzione di una nuova grande macchina urbana.

Mi pare di leggere in queste riflessioni l’atteggiamento necessario per affrontare il problema dell’esistenza di Venezia come valore attivo che la corrispondenza di fenomeno e di ragione rendono eccezionale.

Il secolo XVI è l’epoca che rappresenta la grande opera di rinnovamento di Venezia ed è il più significativo esempio storico di rinnovamento urbano realizzato con successo sulla città che si racconta e si celebra ed è la risposta straordinaria della Serenissima alla crisi militare ed economica culminata con Agnadello. E forse un suggerimento.

Venezia, la bellezza, l’arte e la verità ultima modifica: 2018-10-11T20:53:43+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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