Tormento Netflix

Continua il braccio di ferro con gli esercenti per i film in doppia distribuzione: oggi “22 luglio”, il film sulla strage di Utoya, domani il Leone d’oro “Roma” di Alfonso Cuarón. A rimetterci sono come sempre gli spettatori.
scritto da ROBERTO ELLERO

La storia è nota, il finale ancora no. C’è una piattaforma on line, Netflix, che si afferma sul mercato della serialità in streaming. Acquista peso, autorevolezza e adesioni prestigiose. Ci prova gusto, insomma, e muove all’assalto del cinema cominciando a occuparne le storiche caselle: i film, quelli che solitamente si vedono nelle sale. Al cinema, per l’appunto. Il prologo di quella fruizione è nei festival e qui cominciano le prime crepe: Cannes disdegna, affermando una volta di più la centralità della sala come luogo primario di fruizione della forma film; Venezia apre “laicamente”, infischiandosene dei dogmi imposti dalla tradizione. A seguire, rigorosamente divisi, tutti gli altri.

Il bello è che poi quei film, prodotti e/o distribuiti da Netflix, vengono bene e piacciono così tanto da ritagliarsi spazi ben più ambiti della comparsata, cui è pur sempre condannata buona parte dei cosiddetti film da festival. Per vincere ci vogliono i leoni, sentenziava una canzoncina del ventennio. E il leone (d’oro, alato, made in Venice) arriva. Vuoi vedere che se lo mandiamo agli Oscar vince anche là? Facile, ma il regolamento degli Academy Awards prevede che i film candidabili siano usciti nelle sale. E gli esercenti, che di quelle sale sono custodi, insorgono: o noi o loro. In altre parole, nessuna simultaneità d’uscita fra piccolo e grande schermo e rispetto delle windows, che sta letteralmente per finestre, dal letterale al figurato: il tempo (da noi tre mesi) che deve passare dalla prima uscita in sala alla prima uscita televisiva. E poco importa che lo streaming on line non sia esattamente un’uscita televisiva. L’altro da sé è per l’appunto altro. E ciò le basti, caro signore, avrebbe aggiunto Totò.

Scherzi a parte. Il tormentone si va facendo sempre più buffo e imbarazzante. È di questi giorni la notizia che 22 luglio, il film di Paul Greengrass sulla strage di Utoya, all’ultima Mostra di Venezia sotto le insegne di Netflix, è uscito in appena cento sale nel mondo, giusto per la “bollinatura” degli Oscar. In gergo, uscite tecniche e in Italia solo due sale: il Quattro Fontane di Roma e il Lumière di Bologna. E noi? Nisba, direbbe il vicepremier che ha fatto il classico. E io, che pur appartenendo alla corporazione infida dei critici cinematografici non ho Netflix né intendo abbonarmi? Protesto per la mancanza di libertà. Voglio vedere 22 luglio al cinema, e non me ne frega niente (altro classicismo di moda) delle finestre. Mica dovrò farmi l’Attestato di Prestazione Energetica per vedere un film?

Dicono che l’esperienza sia maestra di vita. Una volta, forse. Dei pochi film del festival veneziano usciti in sala nelle settimane scorse l’unico a ben figurare al botteghino è stato Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, sul calvario del povero Stefano Cucchi, girato e uscito ben prima che crollasse (è successo in tribunale ieri) il muro di omertà sulla sua morte. Distribuito da Andrea Occhipinti della Lucky Red, che poi per questa sua scelta controcorrente ha pensato bene di dimettersi dalla carica di presidente della sezione distributori dell’Anica. Bene. Il film stava simultaneamente in streaming, nelle sale e nelle improvvisate arene “militanti” di mezza Italia, più o meno legalmente. Tanta varietà di fruizione non ha nuociuto, garantendogli una “reputazione” che manca e continua a mancare alla stragrande maggioranza dei film italiani in circolazione. Merito del tema, del film e del coraggio di affrontare una pagina scomoda della nostra storia recente. Altro che commediole scadenti o birignao d’autore scaduti, che manco al discount.

E Roma, il leone d’oro del messicano Alfonso Cuarón, campionissimo Netflix? La distribuzione è annunciata per dicembre. In quante e quali sale, qui da noi, ancora non si sa, fermi gli esercenti sul loro diniego alla simultanea in streaming, intenzionati a non mollare sul doppio binario quelli della Netflix. E nessuno a mediare. Neanche per un pateracchio all’italiana.

Si va al cinema per passare due ore, vedere un film, vedere quel determinato film. Delle tre opzioni, l’ultima è quella rimasta, praticata in massa ormai quasi soltanto dai ragazzini per il film d’animazione del momento (da agosto in qua Transylvania 3 – Una vacanza mostruosa e Gli incredibili 2, unici titoli degni di nota al box office). Esauriti i generi, sparite le star, declassati gli autori, la programmazione delle sale si va facendo di una noia mortale, ripetitiva e indistinta, anche sul versante delle proposte d’essai. Brividi e sussulti non sono più di casa. E ora ci permettiamo anche il lusso di boicottare quei pochi titoli che, trainati da ciò che rimane dell’effetto festival, potrebbero fare la differenza.

Questioni di principio, si dirà. E i princìpi hanno i loro sacrosanti diritti. Vero, ma intanto le sale si svuotano, incassi e presenze calano, gli spettatori – anche quelli affezionati – mugugnano. Vuoi mettere una volta? Eccola, la frase tombale che vorresti non sentire mai. Specie quando al mondo c’è ancora chi ci crede, al cinema, e realizza film degni di attenzione. Una volta non arrivavano nelle sale perché c’era la censura del mercato, oggi non arrivano perché si permettono di battere (anche) altre strade. A rimetterci sono gli spettatori. Tanto per cambiare.

Tormento Netflix ultima modifica: 2018-10-13T13:32:11+02:00 da ROBERTO ELLERO

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