Siria, quella “red line” violata centosei volte

È il risultato di una recente inchiesta della Bbc, che nota che la maggior parte degli attacchi chimici hanno colpito la provincia di Idlib. Altri potrebbero ancora realizzarsi.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Centosei. Un numero impressionante. Centosei violazioni di quella “red line” evocata da Barack Obama e ribadita dal suo successore alla Casa Bianca, Donald Trump. Almeno centosei attacchi chimici sarebbero stati sferrati in Siria contro i civili dal 2014 a oggi: lo rivela una inchiesta condotta dalla Bbc, che sottolinea sul suo sito come, dopo sette anni di devastante guerra civile con oltre trecentocinquantamila morti il presidente Bashar al-Assad

appare ormai vicino alla vittoria contro le forze che intendono spodestarlo.

Sul sito pubblicata una mappa dettagliata degli attacchi avvenuti dopo la firma da parte di Assad della Convenzione internazionale contro le armi chimiche.

Bombardamento siriano o russo nella città di Idlib (2017)

La Bbc rivela che:

L’uso di armi chimiche è stato molto diffuso. La Siria aveva ratificato la convenzione un mese dopo un attacco chimico su alcune zone periferiche di Damasco utilizzando il gas nervino sarin, uccidendo centinaia di persone. Le terribili immagini delle vittime in agonia scioccarono il mondo. Le potenze occidentali sostennero che l’attacco fosse attribuibile solo alle forze governative ma Assad accusava l’opposizione. Gli Stati Uniti sferrarono un’azione militare, ma desistettero quando la Russia, alleato chiave di Assad, disse di averlo persuaso a eliminare il suo arsenale chimico. Ma nonostante la distruzione di milletrecento tonnellate di armi chimiche dichiarate, avvenuto sotto lo sguardo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e delle Nazioni Unite, gli attacchi chimici nel paese sono continuati.

Assad ha negato all’inizio di quest’anno di avere ancora armi chimiche a disposizione, ma secondo l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw), tra il settembre 2013 e l’aprile 2018 vi sarebbero stati almeno trentasette episodi bellici con uso di prodotti chimici tossici a scopi ostili. La commissione di inchiesta indipendente del Consiglio per i diritti umani dell’Onu sulla Siria insieme ad altre organizzazioni internazionali ne avrebbe individuati altri diciotto.

L’inchiesta della Bbc ha esaminato centosessantaquattro segnalazioni di attacchi chimici che sarebbero avvenuti in Siria dalla firma della Convenzione a oggi. Oltre ai rapporti delle organizzazioni internazionali, la Bbc ha analizzato, con l’aiuto di vari analisti indipendenti i dati disponibili sulla rete, incluse testimonianze delle vittime, fotografie e video, tenendo conto solo di quelli con più di un riscontro. La maggior parte di questi attacchi sarebbe avvenuta nella provincia di Idlib. E altri potrebbero realizzarsi.

Quando sembrava ormai imminente l’offensiva assadista a Idlib, Washington aveva avvertito che valicare la linea rossa degli attacchi con armi chimiche avrebbe provocato rappresaglie contro l’esercito di Assad, stavolta con maggior durezza. Tutto questo prima delle rivelazioni della Bbc. Oltre che nell’area di Idlib, numerosi sono stati gli attacchi chimici vicino ad Hama e Aleppo, oltre che nella regione di Ghouta, vicino a Damasco. Il peggiore il 4 aprile 2017 a Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib, dove, secondo fonti mediche di opposizione, sarebbero morte oltre ottanta persone.

Secondo la Bbc, il gas sarin utilizzato a Idlib in quell’attacco è stato prodotto dal governo siriano, nonostante il governo avesse fatto distruggere tutte le sue scorte. Ma l’Opcw incaricata dello smantellamento dell’arsenale, è potuta intervenire solo sul materiale segnalato dal governo stesso. Uno degli ispettori spiegava che

tutto quello che possiamo fare è distruggere ciò che ci viene indicato si basa tutto sulla fiducia.

Mosca e Damasco hanno accusato più volte l’opposizione di possedere materiale proibito e di utilizzarlo contro la popolazione.

La provincia siriana di Idlib

Secondo l’Opcw non ci sono prove che altri gruppi abbiano utilizzato armi chimiche eccetto l’Isis, individuato come responsabile di almeno due incidenti.

La verità è che sotto il nostro mandato possiamo solo verificare che il materiale denunciato sia dove ci viene indicato e che venga distrutto. È possibile che quello utilizzato a Idlib, pur appartenendo allo stesso stock, non ci sia stato segnalato e sia stato nascosto altrove,

aggiunge un altro ispettore.

Nel settembre 2013, il presidente siriano firmò la Convenzione internazionale sulle armi chimiche e accettò di distruggere le scorte di armi chimiche a sua disposizione. La firma arrivò un mese dopo il terrificante attacco con il gas sarin in diversi sobborghi della capitale, Damasco: un attacco che fece centinaia di morti e che lasciò il mondo senza fiato; proprio sull’onda di quella indignazione, gli Usa (all’epoca era presidente Barack Obama) furono sul punto di bombardare Damasco, ma il presidente russo, Vladimir Putin, riuscì a convincere Assad a firmare la convenzione e consegnare i suoi arsenali di armi chimiche.

Sul campo, i riflettori sono puntati su Idlib. Il regime siriano ha minacciato da dare il via all’offensiva su Idlib nel caso che i termini dell’accordo sulla roccaforte ribelle “non saranno rispettati”. Un accordo tra Russia e Turchia ha fissato la data del 15 ottobre come scadenza per la partenza dei jihadisti dalla zona che dovrebbe essere smilitarizzata intorno alla loro ultima grande roccaforte nella provincia di Idlib.

Ma la scadenza è passata senza alcun segnale che dimostri che si sono ritirati, come ha annunciato l’Osdh, l’Osservatorio siriano dei diritti umani.

Le nostre forze armate sono pronte introno a Idlib per estirpare il terrorismo nel caso non venisse attuato l’accordo,

avverte il ministro degli esteri siriano Walid al Muallem in una conferenza stampa tenuta a Damasco con il suo omologo iracheno Ibrahim al Jaafari.

Idlib, come qualsiasi zona della Siria tornerà assolutamente alla sovranità dello stato siriano, e se l’accordo su Idlib non sarà applicato lo stato siriano avrà altre opzioni,

ha ammonito. Tuttavia, il capo della diplomazia di Damasco, ha voluto concedere tempo ai ribelli:

Dobbiamo dare tempo … per giudicare se l’accordo è stato rispettato o no,

ha detto il ministro prima di aggiungere:

Dobbiamo aspettare la reazione russa, la Russia sta monitorando e seguendo la situazione.

Il ministro degli esteri siriano Walid Muallem (foto del Foreign and Commonwealth Office)

La zona demilitarizzata inizia pochi chilometri a nordovest di Aleppo, prosegue a sud sul perimetro est della provincia di Idlib fino a lambire la zona nord della provincia di Hama e, risalendo verso nord, quella orientale della provincia di Latakia, fino a esaurirsi al confine tra quest’ultima e il territorio turco.

Disseminati attorno al perimetro della zona demilitarizzata ci sono i punti di osservazione turchi, russi e iraniani. Fonti della sicurezza turca hanno riferito a media internazionali che circa un terzo dei quindicimila combattenti del gruppo qaedista Hayat Tahrir al Sham (Hts) operavano fino a poco tempo fa nella zona demilitarizzata; di quei cinquemila solo un migliaio si sarebbero ritirati.

Secondo fonti locali in contatto con Middle East Eye (Mee), i miliziani di Hts avrebbero permesso il passaggio di truppe turche attraverso il valico di frontiera di Bab al Hawah (controllato dalla stessa Hts) in direzione dei punti di osservazione istituiti da Ankara, dai quali poter attaccare altri gruppi ribelli. Un comandante dell’Esercito siriano libero ha riferito sempre a Mee che l’esercito turco si sta ammassando nel distretto turco di Yayladagi, confinante con le postazioni ribelli nel nord della provincia di Latakia. Sempre secondo il comandante, le truppe turche da quelle postazioni possono condurre offensive contro le fazioni che non rispettino l’applicazione della “zona demilitarizzata”.

Per Damasco riprendere Idlib significa di fatto chiudere la guerra civile e riprendere il controllo dell’autostrada M5 che dalla Giordania arriva in Turchia, fondamentale per le rotte di rifornimento, e della M4, che collega Aleppo a Latakia, città costiera roccaforte degli al-Assad, oltre che sede della base aerea russa di Hmeimim. La provincia di Idlib è stata definita

il più esteso ammasso di campi profughi del mondo,

da Jan Egeland, a capo della task force umanitaria dell’Onu in Siria.

Siria, quella “red line” violata centosei volte ultima modifica: 2018-10-16T14:14:52+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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