Non reddito ma “lavoro di cittadinanza”

Renata Attolini (LeU) lancia una proposta per l'occupazione destinata a far discutere. E non solo nel suo Trentino, dove si vota domenica prossima
scritto da Matteo Angeli

[TRENTO]
Non è tutt’oro quel che luccica. “Trentino Alto Adige al voto con la disoccupazione più bassa”, titolava qualche giorno fa il Sole24Ore, che descrive le due province che andranno al voto questo fine settimana come “un’economia in salute”, che “s’avvicina ormai alla piena occupazione”.

Un’analisi che non trova d’accordo Renata Attolini, già candidata in aprile alla Camera nel collegio di Trento per Liberi e Uguali (LeU) e ora in corsa per un seggio in consiglio provinciale con la compagine l’Altro Trentino a Sinistra, coalizione che riunisce elementi di LeU, Rifondazione comunista, potere al popolo e della società civile e che ha avuto il merito di avanzare alcune delle proposte più coraggiose in una campagna fatta perlopiù di “programmi che stanno molto in superficie”, per usare le parole del rettore dell’Università di Trento, Paolo Collini.

Renata Attolini

Il quadro complessivo

Attolini, insegnante, sociologa, attivista, invita a guardare più da vicino il quadro complessivo dei dati sulla situazione degli occupati in Trentino, dal quale, a suo avviso

esce l’idea di un mondo del lavoro variegato e frammentato, nel quale il comune denominatore è costituito dal lavoro interinale e dalla precarietà, presente in modo consistente anche dentro gli enti pubblici.

La forza lavoro in provincia corrisponde a 248.000 unità, 229.000 delle quali risultano occupate e 19.000 disoccupate. Le percentuali di occupazione nei tre macro settori del primario, secondario e terziario si distribuiscono in questo modo: 3,6 per cento, corrispondente a 8.000 lavoratori, all’agricoltura; 23 per cento, ossia 52.500 lavoratori, all’industria; 73, per cento, uguale a 168.000 lavoratori, al settore terziario, tradizionale o avanzato, privato e pubblico.

A queste cifre vanno aggiunti circa 9.000 lavoratrici e lavoratori cosiddetti atipici, i co.co.co, ossia collaboratori coordinati continuativi, tra cui si annoverano i mini co.co.co (meno di 5.000 euro annui), i co.co.pro collaboratori a progetto e le finte partite Iva, rilevantissime nel terziario e marginali in industria e agricoltura; un numero non determinato di lavoratori occasionali in somministrazione, e lavoratori a contratto intermittente; 7.000/8.000 badanti, numero analogo a quello degli occupati in agricoltura.

Attolini nota che

il rapporto tra occupazione nell’industria e nel terziario è nettamente a favore del terziario e a scapito dell’industria, settore che comunque ha caratteristiche particolari, dal momento che il settanta per cento delle imprese trentine ha meno di tre dipendenti e il 23 per cento è costituito dalle cosiddette microimprese che occupano da tre a nove addetti, mentre solo il sette per cento rimanente delle imprese trentine è costituito da medie (da dieci a cinquanta dipendenti) e grandi imprese (sopra i cinquanta). Inoltre, molte grandi imprese (vedi Cooperazione-SAIT) sono frammentate in una miriade di luoghi di lavoro, ciascuno dei quali ha dipendenti in numero analogo a quello delle microimprese, mentre le grandi imprese, nelle quali tutti i dipendenti lavorano dentro un’unica unità produttiva, si contano sulle dita di due mani. Contemporaneamente, il lavoro è stato interessato dal fenomeno dei flussi migratori. Oggi in Trentino un cittadino su dieci è straniero e la percentuale si riflette parimenti nella forza lavoro.

La candidata dell’Altro Trentino a Sinistra sottolinea:

Bisogna innanzitutto considerare che un lavoratore occupato stabilmente per tutto l’anno vale ai fini statistici di quell’anno come quel lavoratore che è stato occupato una sola settimana o anche un solo mese, come anche un lavoratore occupato a tempo pieno vale come quel lavoratore a part-time magari a cinque ore la settimana, e che esistono soggetti non occupati che non si rivolgono all’agenzia del lavoro per sfiducia e che quindi non partecipano al dato complessivo.

Secondo Attolini

anche in Trentino il rapporto di lavoro stabile deve tornare a essere dominante rispetto a tutte le forme di lavoro concepite e presentate come flessibili, che invece si sono rivelate precarizzanti.

Di conseguenza,

a livello nazionale, si pone necessario il superamento del jobs act e il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori nella sua originaria funzione. Inoltre, al fine di aumentare l’occupazione stabile, potrebbero venire in aiuto alcune misure, come l’introduzione di quello che definisco come “lavoro di cittadinanza”, il ridimensionamento dell’orario medio di lavoro e la costruzione di un’organica struttura di garanzie minime di reddito.

Un reddito minimo garantito

Ma in Trentino un reddito minimo garantito non esiste già?

Da alcuni anni la Provincia di Trento detiene infatti la competenza primaria sugli ammortizzatori sociali. La delega sugli ammortizzatori sociali ha rafforzato una cultura orientata a elaborare politiche del lavoro innovative, con l’introduzione anche di un reddito di garanzia, divenuto ora assegno unico provinciale.

È una misura assistenziale e, come tale, non produce nulla, non crea lavoro, non permette di evolversi. Si limita a distribuire le risorse per far crescere il consenso e l’accondiscendenza tra le persone, invece che spingerle a credere in sé e sfruttare il proprio potenziale. E questo è il torto più grande che si possa fare ad una persona; trattarla da incapace e farla permanere in uno stato di passività. E il torto diventa collettivo quando svilisce il lavoro nella sua accezione di bene comune, da salvaguardare per rispettare la dignità delle persone,

lamenta Attolini.

La misura non è sbagliata, ma va ripensata.

Sarebbe interessante disporre di un sistema del welfare strutturato intorno a un reddito minimo, universale e incondizionato, quale diritto del singolo a poter contare su un livello minimo di sicurezza economica nel tempo o in situazioni di emergenza, un sistema di copertura di reddito e contributiva a favore di quelle lavoratrici e quei lavoratori che vengono privati di salario e stipendio a fronte della perdita del posto di lavoro, reddito che deve esser garantito in quei periodi tra un rapporto e l’altro,

dichiara la candidata dell’Altro Trentino a Sinistra.

E ancora:

Negli ultimi decenni la piena occupazione è stata considerata un’utopia irrealizzabile, ma, soprattutto, è stata respinta come eventualità economicamente controproducente, nella convinzione che avrebbe annientato il valore della nostra moneta attraverso l’inflazione e la svalutazione. Lasciamo così milioni di persone inattive, certi che questo sia necessario e abbia un senso politico, economico e sociale; nel frattempo, attraverso la logica della disoccupazione, indeboliamo il potere contrattuale del lavoro dipendente, generando precarietà diffusa e drastiche diminuzioni salariali.

Un lavoro di cittadinanza

Da queste considerazioni si sviluppa una proposta originale.

Al posto di dare loro delle elemosine, bisogna garantire a tutti i residenti che lo desiderino un lavoro di qualità con un salario minimo dignitoso, offerto dalla Provincia, in alternativa a tutte le altre forme di ammortizzatore sociale. Questo è quello che chiamo un efficiente “lavoro di cittadinanza”.

Spiega Attolini:

già durante la campagna per le elezioni politiche ebbi occasione di parlare dell’opportunità che le istituzioni predisponessero “piani del lavoro”. Se l’ente pubblico si pone come occupatore di ultima istanza, può svolgere le sue attività istituzionali in modo più completo ed efficiente e, nello stesso tempo, offrire una reale occupazione a chi è disposto alle condizioni stabilite, seppur “minime”, a partecipare alla realizzazione di obiettivi concreti e organizzati in modo responsabile. Spetta all’istituzione realizzare quella gamma di beni e servizi, volti a soddisfare bisogni sociali, creare infrastrutture comunitarie, garantire i beni comuni, che il mercato non prende in considerazione. Spetta all’istituzione attuare una politica economica capace di sostenere la domanda producendo quei beni che la legge del mercato non produce e non distribuisce, e che migliorano la qualità della vita di tutti.

Di quali beni stiamo parlando nel concreto?

Quali e quanti beni produrre, nonché la loro collocazione, andranno decisi dalle comunità locali attraverso adeguati strumenti di partecipazione. L’accezione di bene comune va intesa in modo largo e inclusivo. Cosa hanno in comune l’acqua potabile, una foresta, una piazza, con la salute dei cittadini o i flussi di conoscenza che scorrono nella rete? Sono tutti beni comuni e come tali vanno considerati.

Attolini pone l’accento su

un Nuovo Piano Verde, che apra la strada alla riconversione ecologica dell’economia, intervenendo prioritariamente sulla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, degli ospedali, degli edifici pubblici e delle abitazioni; su energie alternative, risorse idriche, istruzione, sanità, trasporto pubblico, cultura, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ricerca.

E ancora:

Nella nostra Provincia, significa puntare al recupero e alla ricomposizione di un ambiente sociale e lavorativo che sia garanzia di un reale presidio sul territorio: dal restauro di aree di valore naturalistico degradate all’incentivazione di attività di agricoltura e zootecnia, condotte con sistemi innovativi compatibili anche con il recupero di strategie tradizionali, funzionali alla protezione ambientale; all’investimento nel settore del turismo a conduzione locale, a favore dello sviluppo di strutture ricettive che sappiano coniugare accoglienza, qualità di servizi e costi contenuti per gli utenti; alla riqualificazione in case clima di tutti gli edifici della nostra provincia. Ma significa anche incentivare la gente a rimanere a vivere e lavorare in montagna, attraverso un nuovo corso dell’agricoltura e dell’allevamento tra tradizionale e moderno e servizi adeguati in loco, dal negozio alla sanità. E ancora significa rifondare il sistema cooperativistico, oramai piegato alle dinamiche di mercato, rivalutando la sua funzione originaria, quella di garantire occupazione in una prospettiva preminentemente solidaristica, rispettosa della libertà e dignità dei lavoratori.

Un incontro di LeU in Trentino

Lavorare meno per lavorare tutti

La riduzione dei tempi di lavoro è già in corso, ma è lasciata all’arbitrio di ogni singola impresa, che la gestisce come meglio crede: contrattini di poche ore per qualcuno e straordinari obbligatori per altri, lavori a chiamata, intermittenti, somministrati, “on demand” per i giovani; orari contrattuali in aumento, taglio delle pause e dei riposi, erosione dei permessi e dei congedi per i più anziani

afferma Renata Attolini.

In questo modo la riduzione dell’orario medio di lavoro non diventa ingrediente per espandere il numero di persone occupate, ma uno strumento per creare un esercito di riserva tenuto sotto ricatto e in competizione con i propri simili per lavorare di più e far crescere la produttività. Governare la politica degli orari significa introdurre forme di flessibilità contrattuale sostenute da un’imposizione fiscale e previdenziale accentuata sui contratti a tempo prolungato e alleggerita su quelli a tempo ridotto. Questo alleggerimento dovrebbe essere tale da garantire un salario individuale superiore a quello delle attuali condizioni precarie e, nel contempo, ridurre il costo del lavoro alle imprese. In questo modo la riduzione degli orari e la redistribuzione del lavoro permetterebbe una distribuzione sociale dei guadagni di produttività derivanti dall’innovazione tecnologica e organizzativa che consente che in un’ora di lavoro si produca sempre più valore, una quota supplementare che, ad oggi, è lasciata nelle mani delle imprese, invece di essere redistribuita con i lavoratori che la generano, aumentando i salari a parità di orario o riducendo gli orari a parità di salario o entrambe le cose.

Una piena e buona occupazione

La ricetta della candidata di LeU non può prescindere dalla combinazione delle tre proposte precedenti.

Un reddito di base che non esclude il lavoro ma libera il soggetto dal suo ricatto, il salario pubblico offerto dal datore di ultima istanza e il sussidio per l’orario ridotto potrebbero costituire le tre condizioni per una norma sociale che definisce il livello minimo garantito di sussistenza, dentro un sistema automatico che regola il normale funzionamento istituzionale, garantisce un lavoro a chiunque possa e voglia lavorare e, contemporaneamente, assicura la tutela economica e assistenziale per chi non può lavorare. Si verrebbe a creare uno stabilizzatore dell’economia a livello di piena occupazione, che manterrebbe la stabilità dei prezzi e rafforzerebbe la tutela e la sicurezza del reddito da lavoro dipendente, con ripercussioni positive sulla domanda interna al paese, quindi sul reddito di impresa. Il ruolo stabilizzatore dell’istituzione rivestirebbe un’ampiezza variabile nel tempo, aumentando l’offerta di lavoro di cittadinanza nei periodi di recessione, come rete di sicurezza, per diminuire non appena il settore privato si riprendesse e tornasse ad assumere,

conclude Attolini.

Non reddito ma “lavoro di cittadinanza” ultima modifica: 2018-10-17T11:25:21+02:00 da Matteo Angeli

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