Il ponte che divide gli ortodossi

È rottura tra il patriarca di Mosca e quello di Constantinopoli. Al centro della disputa il riconoscimento da parte di quest’ultimo dell’indipendenza della chiesa ortodossa ucraina, dal diciassettesimo secolo sotto la “protezione” del Cremlino.
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Che cosa ha a che fare la città di Kerč’, in Crimea, con lo scisma ortodosso? Proprio nulla, eppure proprio lì, dove sorge il ponte fatto costruire da Putin per collegare la Russia e la Crimea, annessa  da Mosca dopo l’esplosione del conflitto con l’Ucraina a cui apparteneva, ha avuto luogo la strage delle ore trascorse.

Il ponte di Kerč’, inaugurato l’estate scorsa da Putin, presto verrà completato dal settore ferroviario, rendendo molto difficile per la sua bassezza il transito delle navi ucraine dal Mar d’Azov verso il Mar Nero. Proprio a Kerč’ ha avuto luogo la strage di diciannove persone per mano di un giovane armato, poche ore dopo che il patriarcato di Mosca aveva respinto la decisione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli che riconosce il diritto di Kiev ad avere un proprio patriarcato autonomo, come bulgari, romeni, serbi. Il giovane stragista, che si sarebbe suicidato subito dopo il suo efferato crimine, risulta essere un fanatico delle politiche nazionaliste di Putin. Nei giorni scorsi, ha scritto Il Messaggero, avrebbe lamentato “una mancanza di comprensione delle sue idee”, cioè dell’urgenza di “creare una nuova Russia”, di “rafforzare la grandezza della Russia”, di “sostenere la politica di Putin”.

Vladislav Roslyakov

Dietro il suo atto c’era questa manifestazione estrema verso ambienti troppo “moderati”? Il luogo e soprattutto la tempistica potrebbero farlo temere. Può benissimo essere che, come spesso accade, dare troppo peso alle suggestioni porti fuori strada, ma che nella città simbolo della irriducibilità dello strappo russo-ucraino si compia una strage a poche ore dall’annuncio della crisi più profonda e grave della storia dell’ortodossia, derivato proprio dall’accettazione dell’istanza Ucraina, colpisce.

Come colpisce che questa terribile scia di sangue sia già lontana dai titoli di molti siti specializzati o attenti ai fatti russi, pur perdurando i tre giorni di lutto. 

Atto di uno squilibrato o meno, il tragico fatto di sangue può aiutare a soffermarsi sulla gravità di quanto accaduto sull’asse religioso tra Mosca e Kiev. Perché al fondo di questo scisma c’è una visione della religione e del suo rapporto con la politica. Kiev, si sa, è la città dove tutto comincia per la storia del cristianesimo russo, la città della conversione della Rus’, che comprendeva territori oggi sia ucraini sia russi. Per questo quella città per il patriarcato moscovita non è una città qualsiasi. Ma accetterebbero a Mosca, visto che la storia comincia lì, di chiamare il comune patriarcato con il nome di “patriarcato di Kiev”?

La domanda credo non sia mai stata posta, anche perché buona parte dell’ortodossia russa ha sempre considerato Mosca, e non Kiev, la Terza Roma, cioè quella sede imperiale che a differenza delle altre due, la Roma che ben conosciamo e la seconda Roma, Costantinopoli, non cadrà mai. Così nel corso del tempo si è sedimentata dietro questa mitologia l’idea che Mosca incarni la nuova “cristianità”. Cioè la capitale del mondo cristiano che si regola e governa come tale.

Vista così, la questione interpreta in termini religiosi la scelta “imperiale” del patriarcato moscovita, che rivendica il controllo canonico di tutto il territorio dell’ex-Unione Sovietica, al quale si aggiungono quello cinese e quello giapponese. La sola eccezione è quella del patriarcato georgiano, che esiste da molto tempo prima di quello moscovita, essendo quella una Chiesa tra le più antiche al mondo. 

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo

Quando il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha rotto gli indugi e ha deciso di affrontare con i suoi colleghi del Santo Sinodo la questione posta dagli ucraini, aprendo la strada al riconoscimento del loro diritto, era ovvio che incappasse in un rifiuto russo.

Non era altrettanto scontata la durezza del no moscovita, che è arrivato a proibire anche la concelebrazione liturgica: ora agli stessi turisti russi è proibito partecipare alla liturgia e alla mensa eucaristica nelle chiese di Istanbul, di Creta, di Antalya, del Monte Athos, del Dodecaneso e di Rodi.

Tutto questo non deve sorprendere: alla base dello scisma tra cattolici e ortodossi, più che la questione dottrinale relativa allo Spirito Santo, c’era la pretesa di Roma di veder riconosciuta la propria primazia, come sede dell’apostolo Pietro, rispetto alle altre Chiese, quella di Costantinopoli, di Antiochia, di Gerusalemme e di Alessandria.

Ma un altro scisma, quello protestante, ha messo in crisi il pensiero cattolico che vedeva in quello papale un potere superiore a quello di re e imperatori, riconoscendo l’autorità dei nuovi stati nazionali. Senza questa storia Paolo VI difficilmente sarebbe arrivato a rinunciare alla tiara del triregno, quello che simboleggiava il triplice potere papale: padre dei re, rettore del mondo, Vicario di Cristo.

Il patriarca di Mosca Cirillo

Quel fatto epocale ha portato all’addio dell’idea di “cristianità”, un addio che a Mosca non è ancora arrivato. Questo è certamente il grande passo che il patriarca ecumenico Bartolomeo ha avviato anche nel mondo ortodosso, aprendo le porte a un nuovo rapporto tra fede e potere temporale: il potente patriarcato moscovita non la pensa così, la durezza del passato – soprattutto di tempo sovietico – può aiutare a capire perché.

Ma se il futuro è certamente dalla parte di Bartolomeo, la durezza del conflitto è oggi tremenda, sia che quella di Kerč’ sia una storia connessa almeno in termini di “drammatica suggestione”, sia che non c’entri proprio per niente.

Il ponte che divide gli ortodossi ultima modifica: 2018-10-18T18:18:00+01:00 da RICCARDO CRISTIANO

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