Rosso un fiore in petto c’è rimasto

Al Centro Culturale Nardi della Giudecca la mostra Gli anni del '68, in una Venezia che non ha rinunciato a certe buone pratiche
scritto da ROBERTO ELLERO

Non sarà più “rossa” come un tempo ma a certe buone pratiche la Giudecca non ha ancora rinunciato. Né intende facilmente rinunciare. Qui, nell’isola-quartiere di Venezia dove un tempo c’erano le fabbriche e le sinistre collezionavano percentuali bulgare alle elezioni, il fermento culturale non manca, a cominciare dal Festival delle Arti, in scena ogni prima settimana di settembre, rigorosamente autogestito: centinaia di appuntamenti sparsi in ogni dove, con mostre e laboratori, spettacoli e incontri. Ovvio che qui continuino a muoversi anche comitati e associazioni. Vi mantiene il suo nocciolo duro “Poveglia per tutti”, sorta in difesa di un luogo della laguna divenuto persino simbolico in materia di beni comuni. E ancora qui si susseguono gli appuntamenti culturali di Emergency sui temi dei diritti e dell’accoglienza. Poteva mancare un “ricordo” del Sessantotto? Le cose succedono quando c’è chi le fa succedere. 

E capita che mentre le istituzioni blasonate perseverano nell’ignorare bellamente quanto accaduto cinquant’anni fa (particolarmente ingeneroso il disinteresse della Biennale, che proprio alle contestazioni di quell’anno deve il definitivo tramonto dello statuto fascista e l’affermazione della propria “autonomia culturale”, anch’esso bene prezioso ma pur sempre “precario”, come ogni altro diritto del resto), a occuparsi delle memorie di allora siano altri – meno ingessati o più sensibili – soggetti. Per esempio l’Archivio Luigi Nono, che ai rapporti particolarmente stretti del compositore con i movimenti di lotta e di contestazione ha voluto dedicare qualche settimana fa buona parte della seconda edizione del Festival Luigi Nono alla Giudecca. E ora il Centro Culturale Renato Nardi, storico baluardo socialista dell’isola, mai tentato dalle sterzate a destra e diretto dall’infaticabile Luigi Giordani. Ogni anno, in autunno, nei locali dell’associazione di calle dei Spini, a due passi dalla Palanca, tiene banco una settimana culturale degna di nota mentre ora – e sino alla prossima primavera –  è proposta la mostra Gli anni del ’68, accompagnata da testimonianze filmate e, prossimamente, da incontri con i protagonisti della Venezia ribelle di mezzo secolo fa.

Avete letto bene, Gli anni del ’68, al plurale. Perché la data è certamente eponima, a compendio di almeno un paio di decenni, gli anni Sessanta e buona parte dei Settanta. Soprattutto in Italia, dove movimento studentesco e operaio raggiungono, almeno a tratti e assai più che altrove, massima intensità e unità di intenti. Presentando il Festival Nono, Massimo Cacciari faceva risalire alle manifestazioni contro il governo Tambroni del 1960, i ragazzi con le magliette a strisce in piazza contro le aperture democristiane al neofascismo, i primi prodromi dell’insubordinazione generale prossima ventura. E subito dopo il pensiero correva al 1962, la  rivolta di Piazza Statuto a Torino, prima esplosione di “autonomia operaia”, ben oltre i recinti di una lotta sindacale peraltro sino a quel momento imbrigliata e resa inoffensiva da “stato e padroni”, per dirla con il linguaggio dell’epoca. Attenendosi a una periodizzazione stretta, Cacciari chiudeva sul ’69, la strage del 12 dicembre a piazza Fontana, di Stato secondo la vulgata e l’evidente utilizzo repressivo che andò a innescare, inaugurando la stagione dello stragismo fascista e il conseguente radicalizzarsi dell’antagonismo extraparlamentare a sinistra, fughe insurrezionaliste e lotta armata comprese. 

Vietato vietare

Un’altra storia? Forse, in parte, specie dando per buona, per il decennio successivo, quella definizione – anni di piombo – che veicola un Sessantotto in fondo “sanguinario” ab origine, sino al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e oltre. Noi preferiamo anni sospesi, come si titolava un apposito convegno al Candiani di Mestre (2007), riferendoci da un lato all’oggettiva “sospensione” dei giudizi storiografici (che continua sino ai giorni nostri, in verità) e dall’altro alle diverse possibili letture di quel decennio: non furono forse frutto dell’onda lunga della contestazione le conquiste operaie (a cominciare dallo Statuto dei lavoratori, 1970) e il riconoscimento dei diritti civili (divorzio, interruzione di gravidanza, obiezione di coscienza alla leva militare, chiusura dei manicomi), la potente avanzata elettorale del Partito comunista alle politiche di metà decennio e il coevo affermarsi delle giunte di sinistra nelle principali città italiane, foriere di nuove e più incisive politiche specie in campo culturale e sociale? Un Sessantotto, dunque, capace di andare, qui da noi, ben oltre la soglia del decennio di appartenenza persino negli effetti immediati. E più in generale, su scala planetaria, di lasciare il segno sulle generazioni a venire, anche se quel segno è andato col tempo svanendo, sino a provocare oggi, in chi c’era, più disagio che nostalgia: ma davvero siamo riusciti a dilapidare così in fretta quel patrimonio di passione e di impegno, quella voglia di cambiare il mondo iniziando da noi stessi? Mezzo secolo non è uno scherzo, davvero è cambiato il mondo nel frattempo. E tuttavia…

Non ti fidare di nessuno sopra i trenta (anni) [Jack Weinberg, leader del movement]

Facevo questi pensieri mentre giravo per la salette old style della mostra sugli anni del ’68 alla Giudecca, fra gente della mia età e forse qualche anno di più, rigorosamente intenta a sfidarsi a madrasso. Ah!, le case del popolo, signora mia, per dirla con l’Arbasino. Per quanto spartana e fatta in casa, con immagini e testi ricavati da libri e riviste ma impreziosita anche da materiale d’archivio, con spettacolari gigantografie d’ambientazione veneziana, la mostra ha il pregio di indicare un percorso di memoria meritevole di ben altra accoglienza in questo presente che va desertificando il passato, un certo passato almeno, fors’anche per l’incapacità di disegnare un futuro: valori e diritti, in luogo di riproposizioni becere del peggio che proprio i movimenti del Sessantotto s’erano ripromessi di spazzare via.

Sotto ogni cielo e a qualunque latitudine, come ricordano gli estratti in mostra che spaziano dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam ai propositi guerriglieri del Che, dai sogni praghesi di un socialismo dal volto umano ai sussulti del mondo cattolico, giovani e studenti in lotta praticamente ovunque, anche nei riti più minuti e banali della vita quotidiana. E tanta Venezia, non solo per via delle contestazioni alla Biennale d’arte e poi alla Mostra, ma anche per le sue università, che fanno da polo al movimento studentesco, destinato presto a estendersi a licei e istituti superiori, e per quella sua “classe operaia” di Marghera che esce precocemente dalle fabbriche per reclamare 5.000 lire per tutti, occupando piazze e stazioni ben prima dell’autunno caldo, che verrà l’anno dopo. “Primo d’agosto Mestre sessantotto” canterà Gualtiero Bertelli: 

A casa senza voce, e con le mani, 

sporche dei sassi raccolti sui binari,

per una volta ancora, dopo tanto,

mi son sentito armato e non inerme

contro i nemici nostri di sempre.

(…) Primo d’agosto, Mestre, sessantotto:

cinquemila di noi alla stazione,

trecento celerini lì davanti

pronti come sempre a sparare

per difendere il mio padrone.

(…) E mentre vi aspettiamo

servi di chi ci sfrutta,

vi siete finalmente ritirati

in preda anche voi, per una volta,

alla paura d’esser picchiati.

Colpo su colpo, senza illusioni,

giorno per giorno, senza più paura,

uomo per uomo, nasce la lotta:

di tanti primi d’agosto sarà fatta

la nostra liberazione;

di tanti primi d’agosto sarà fatta

la nostra rivoluzione.

Forse non profetico ma decisamente realistico, il nostro caro Gualtiero: mica già allora poteva bastare un solo primo d’agosto.

Rosso un fiore in petto c’è rimasto ultima modifica: 2018-10-19T12:47:02+01:00 da ROBERTO ELLERO

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