La criminale guerra al brigantaggio

“La grande mattanza” di Enzo Ciconte fa luce sulla repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento ai primi decenni postunitari. Tre secoli di violenze senza limiti, un lungo conflitto civile.
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

In una pagina de Il Gattopardo il nipote minore del Principe si dilunga nel raccontare al piemontese Chevalley le sevizie alle quali i briganti erano soliti sottoporre i loro rapiti – di preferenza continentali, come l’inviato dei Savoia – se appena i parenti provavano a tardare nel pagamento del riscatto. Se ora invertiamo le parti tra “briganti” e “continentali”, ma restiamo nello stesso decennio, tra il 1860 e il 1870, c’è tutto in un libro straordinario di Enzo Ciconte, studioso e docente di storia della criminalità organizzata: “La grande mattanza”, pubblicato da Laterza, che è la storia della guerra al brigantaggio dal ’600 all’Unità d’Italia.

Quel che più intriga (e soprattutto sconvolge) in questo saggio è la repressione messa in atto nel primo decennio dell’Italia unita, con la lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto. Ma per briganti s’intendevano soprattutto quanti, ed erano tanti, per un motivo o per l’altro non accettavano la piemontesizzazione del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, e vi si ribellavano duramente. Certo, questa impresa violenta non è che l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si erano via via avvicendati non furono in grado di trovare altra risposta ai sommovimenti sociali (al cui centro sono quasi sempre questioni legate alla proprietà o alla gestione delle terre) che non fosse il sangue.

Se non che, di quel decennio e in uno stato che si definisce liberale, quel che soprattutto colpisce è la delega assoluta concessa ai militari che governano, quasi sempre alla faccia di prefetti e procuratori del re, con leggi (e soprattutto non leggi) eccezionali, con stati d’assedio, con decimazioni, con tribunali militari sorti da null’altro che dalla feroce mentalità extralegale di chi li aveva istituiti e gestiti. Certo, c’è qualche isolato generale consapevole delle cause del malessere così profondo e così diffuso: nella Sila ad esempio, dove operava il generale Carlo Augusto Brunetta d’Usseaux, conte spedito da Cuneo, che descrive

la eccessiva ingordigia dei proprietari [delle terre, ndr], e se non vuolsi adottar alcuna misura di repressione sui proprietari che mercanteggiano crudelmente sul povero, che il governo almeno vi provveda altrimenti

E Brunetta d’Usseaux coglie con precisione un altro e parallelo aspetto di questa situazione, e cioè che le repressioni nelle Calabrie, in Puglia, in tutto il Sud non possono essere attribuite alla responsabilità dei soli piemontesi: le truppe venute dal Nord sono state spesso aiutate dai padroni meridionali, espressione di una borghesia in ascesa che mette a fianco dell’esercito la sua propria Guardia nazionale, braccio altrettanto armato e feroce. Un po’ come, nell’immediato secondo dopoguerra, la mafia si fece braccio armato di governo e magistratura, polizia e carabinieri, per eliminare il banditismo di Salvatore Giuliano. Ecco come il generale descrive a posteriori, in un rapporto, gli esiti devastanti di un’occupazione delle terre e il perché il “nuovo regime” e i galantuomini non comprendono

le condizioni di miseria in cui vivono i ceti subalterni, le delusioni seguite all’illusione che il nuovo regime avrebbe tolto finalmente le terre agli usurpatori e la ferocia con cui sono state represse le prime manifestazioni contadine. Convinti di poter dominare la situazione con la forza dell’esercito piemontese, i galantuomini meridionali non intendono cedere alle richieste dei paria…

Ma se un generale è allarmato e consapevole, c’è un esercito di generali e colonnelli che la pensano in modo opposto, che vanno contro ogni norma di legge e contro ogni ordine di carattere civile e morale. Dall’impressionante documentazione che fornisce Enzo Ciconte, traggo solo un paio di esempi, forse i più illuminanti. La nomea della “grande mattanza” s’attaglia ad esempio alle gesta del colonnello Pietro Fumel da Ivrea che adotta metodi ben più sbrigativi. Il maggiore barone Daviso ha deciso la fucilazione di due spie a Longobucco? Gliene chiedono conto, e lui risponde sostenendo che Brunetta d’Usseaux lo ha autorizzato a cooperare con il già famigerato Fumel alla “distruzione” del brigantaggio. Niente affatto, replica indignato il generale: nessuna autorizzazione a sposare i metodi di Fumel e soprattutto a “ricorrere a dette determinazioni non consentite né dalle di lui attribuzioni né dalle leggi”. Ma Fumel va avanti per la sua strada: a Corigliano una donna ha dato ricovero ai briganti? Fucilata sul posto. E daccapo Brunetta d’Usseaux si dice estraneo e condanna:

la fucilazione è soltanto applicabile ai briganti presi armata mano, dovendo invece i fautori dei medesimi [la donna, ndr] esser consegnati al potere giudiziario.

Il generale Pietro Fumel

Ma ora Brunetta d’Usseaux sta all’altro capo della Calabria e Fumel può agire indisturbato. Un’informativa dei Reali Carabinieri al commissario straordinario per le province napoletane segnala che il colonnello ha ordinato quattro fucilazioni a San Fili, altre quindici a Fagnano, una a Fuicaldo, una a San Marco. È spietato. Va a caccia di otto briganti di Bisignano. Uno rimane ucciso, uno è ferito, gli altri sei si consegnano per liberare i parenti arrestati come ricatto. Secondo quanto riferisce un rapporto prefettizio (ed è descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà i partigiani vittime dei criminali nazifascisti) il colonnello Fumel

li faceva quindi fucilare sul luogo e attaccare poscia alle antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicante i delitti che avevano commessi e ad esempio dei tristi.

È descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà la tragica fine dei partigiani vittime dei criminali nazifascisti. L’eco di queste carneficine (a Fagnano Castello aveva ordinato la fucilazione di cento contadini inermi), delle orrende scenografie (spesso le vittime erano decapitate e le loro teste impalate) e dei bandi truculenti arrivò anche a Londra dove lord Baillie-Cochrane denunciò quei crimini come e più disonorevoli “dei giorni peggiori del regno del terrore in Francia”. E alla Camera il deputato calabrese della Sinistra Luigi Miceli, uno dei Mille, si disse inorridito del fatto

che un soldato qualunque, sia che si chiami Fumel o abbia un altro nome, assalti le case, giudichi i suoi arrestati e poi li fucili, questa è tale enormità che è in assoluta contraddizione colla civiltà che vantiamo e in contraddizione colla libertà che crediamo di possedere.

Malgrado le reazioni a Londra e nel parlamento, di Torino prima e di Firenze poi, nulla e nessuno lo ferma. Una volta, avendo saputo che un vescovo se la intendeva coi briganti dà ordine di arrestarlo. Nessuno ne ha il coraggio. Allora Fumel entra in chiesa una mattina che il vescovo solennemente pontificava, si avvia all’altare e lo arresta sotto gli occhi della folla. Poi lo fa fucilare. E non risparmia i cadaveri dei “banditi”: spesso, tagliate le teste, le fa mettere sotto vetro e le offre come orrendi regali.

Il colonnello Fumel tornerà presto in Piemonte, non per esser processato ma – il clientelismo ha origini lontane – a gestire un pool di tabaccherie. E tuttavia scenderà in Calabria un generale dal pedigree assai peggiore, il marchese Emilio Pallavicini da Genova, futuro senatore del regno. Il suo biglietto da visita che gli varrà la spedizione nel Meridione? Aver guidato la colonna che all’Aspromonte fermò la spedizione che Garibaldi aveva intrapreso dalla Sicilia per la conquista di Roma. Fu lui a ordinare l’attacco durante il quale lo stesso Garibaldi fu ferito a una gamba. In Calabria vanta poteri amplissimi: è “autorizzato a oltrepassare i limiti [cioè le leggi, ndr] quando le circostanze lo esigano”. Lui ha idee ben diverse da quelle del collega Brunetta d’Usseaux di cui abbiamo già parlato. Lui sostiene che

la malvivenza […] rappresenta la guerra fatta dal povero al ricco. Questo carattere dice chiaramente quale classe debba a preferenza sospettarsi di manutengolismo: è agli abitanti delle campagne che i briganti debbono domandare appoggio, e debbono essere ancora come naturali alleati de’ manutengoli i parenti di essi [e quindi] detti parenti saranno tutti sollecitamente arrestati senza distinzione di sesso per essere poi mantenuti in carcere a mia disposizione [perché] il pensiero di sacrificare la propria famiglia contiene anche gli uomini i più perversi.

La colpa dei parenti è la solita, già individuata da francesi e borbonici nella prima metà dell’Ottocento e ancora prima negli Stati d’antico regime: avere un familiare alla macchia. Pallavicini è mosso da una logica persecutoria che provoca terrore, pericolo, insicurezza. E infatti scrive al direttore del carcere di Cosenza per confermare in modo perentorio che i detenuti “sono posti in libertà direttamente da questo comando quando sarò in città”. Con il procuratore generale del re di Cosenza, Enrico Guicciardi, sono scintille. Il magistrato reagisce duramente:

costui si crea una legge molto più arbitraria delle legge Pica, e della quale si fa solo arbitro […] La troppo vistosa contravvenzione della legge non permette una così completa tolleranza da parte del pubblico ministero

Guicciardi chiede aiuto. Il ministro dell’Interno (il piemontese Giovanni Lanza) si limita a “disapprovare” l’atteggiamento di Pallavicini; mentre quello della Guerra (il conte torinese Petitti Bagliani) prega il comandante generale del VI dipartimento militare di “inculcargli confidenzialmente la massima prudenza nell’uscire dalle vie della legalità” perché le istruzioni e norme diffuse nei manifesti terroristici dal generale

potrebbero suscitare imbarazzi al governo […] e dunque è bene usare in ciò molta riservatezza astenendosi da pubblicità e atti stampati che potrebbero anch’essere interpretati con esagerazioni all’estero e dalla diplomazia a noi avversa.

Il marchese Emilio Pallavicini

Il generale è costretto a fare retromarcia, ma per poco momento. Nella “relazione sulle Calabrie” Pallavicini non demorde e infatti scrive:

il giorno 15 settembre ultimo scorso [1865] in via riservata io ordinai ai comandanti di Zona e Sottozona di procedere novellamente all’arresto dei parenti dei briganti con l’avvertenza di doversi tale provvedimento applicare soltanto ai parenti prossimi, cioè al padre, alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie e ai figli […] Tale misura eccezionale non va considerata come una trasgressione alle superiori determinazioni avuto riguardo della tacita autorizzazione del provvedimento eccezionale che il Ministro stesso [Petitti Bagliani] mi concedeva.

Sottolinea Ciconte:

Tacita autorizzazione […] e con queste parole illumina uno scenario inquietante dove regna un doppio registro: quello ufficiale lastricato di buone intenzioni e quello privato dove ci sono autorizzazioni verbali che non devono mai apparire in atti ufficiali”.

E a conferma: “meglio che ritiri” il rapporto, raccomanda il ministro. Se crede può dare “il via confidenziale quelle altre, manoscritte, che gli parranno più convenienti”. Ma

la guerra clandestina mossami dalla maggioranza delle Autorità politiche e Giudiziarie di Cosenza, a capo delle quali si è sempre distinto il Guicciardi […] mi spogliano oggi di quel prestigio che solo dava veramente forza alla mia azione.

La colpa di Pallavicini? Appunto, solo quella di pubblicare i suoi editti “invece di restringersi – lo incoraggia il ministro – a più opportune istruzioni verbali”. D’altra parte, e a conferma dell’assoluta illegalità del suo atteggiamento, Pallavicini si scontra anche con due altri procuratore generale del re, quelli dell’Aquila e di Potenza. Al primo, il generale che aveva fatto sparare a Garibaldi spedisce un dispaccio per fargli sapere che il ministro in persona gli ha concesso la facoltà di trattenere tutti i carcerati che ritiene opportuno (sessanta!) per poter catturare Pace e Fuoco, i due briganti più importanti della zona. Il magistrato non ci sta e gli dimostra seccamente che il pretore di Avezzano è riuscito a liquidare un’intera banda senza ricorrere a misure eccezionali.

E se Giuliano Amato, quand’era presidente del comitato dei garanti della celebrazione dei 150 anni dell’Unità, chiese scusa a nome del capo dello Stato Giorgio Napolitano per “il comportamento nel Mezzogiorno delle truppe sabaude e dello stesso neonato Stato italiano, che fu quello di truppe occupanti in un paese straniero”, lo stesso autore de “La grande mattanza” conclude il suo drammatico saggio sottolineando che

nel decennio che ha visto inaugurare la storia dell’Italia unita ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile, che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud; e una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.

Quanta storia si sta finalmente riscrivendo. E quante storie.

La criminale guerra al brigantaggio ultima modifica: 2018-10-22T22:26:04+02:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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