Khashoggi. La crisi saudita è un sisma epocale

La macabra vicenda del giornalista massacrato a Istanbul non può essere circoscritta. I suoi sviluppi stanno anzi configurando un terremoto politico nella regione paragonabile a quello che investì l'Occidente nell'89
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Una verità posticcia per evitare l’inizio della fine. Sacrificare qualche testa “eccellente” per salvare l’uomo che rischia di essere travolto dall’affaire Khashoggi: l’erede al trono del Regno Saud, il principe Mohammed bin Salman, MbS per i media internazionali. A diciotto giorni dalla scomparsa, l’Arabia Saudita ammette per la prima volta che il giornalista dissidente Jamal Khashoggi è morto nel consolato del Regno a Istanbul, in Turchia. L’annuncio è arrivato tramite la tv di Riyāḍ. Sarebbe stato ucciso durante una lite, “in una colluttazione”. Per Donald Trump si tratta di “una spiegazione credibile” e le dichiarazioni dei sauditi sulle circostanze della morte “rappresentano un buon primo passo”. Ma questa è solo l’ultima – e altre seguiranno – di una serie di contraddittorie prese di posizione dell’erratico presidente, in continua oscillazione tra la necessità di tenere bene stretti i rapporti con i sauditi, grandi clienti di commesse militari e fornitori di greggio, e l’evidente rischio di essere associata, la sua amministrazione, a una vicenda truculenta destinata a restare impressa per sempre nell’immaginario collettivo. 

Diciotto cittadini dell’Arabia Saudita sono stati arrestati mentre sono stati rimossi dall’incarico il generale Ahmed al Asiri, vice capo dell’intelligence di Riyāḍ, e Saud al-Qahtani, fedelissimo di Mbs e potentissimo regista della repressione contro i dissidenti. La purga è stata letta come il tentativo di salvaguardare la posizione del principe ereditario, accusato da Ankara di essere il mandante dell’omicidio.

Abbiamo prove e informazioni e condivideremo con il mondo intero i risultati dell’inchiesta,

aveva ammonito il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, mettendo alle strette Riyāḍ che negava ogni coinvolgimento.

Ma a guidare l’indagine saudita è proprio il principe coronato al quale il re Salman ha anche affidato il compito di riformare i servizi segreti. Il colloquio tra Khashoggi e gli agenti sauditi “non è andato come previsto ed è degenerato in una colluttazione che ha portato alla sua morte”, ha precisato in una nota il ministero degli esteri di Riyāḍ, dopo l’annuncio della tv di stato. “Quello che è successo è inaccettabile”, ha sentenziato Trump, esortando tuttavia ad escludere da eventuali sanzioni Usa contro l’Arabia Saudita le commesse miliardarie nel settore della difesa.

Secondo le autorità turche, Riyāḍ ha inviato una squadra di quindici uomini a Istanbul il 2 ottobre, in vista della visita di Khashoggi nel consolato, compresi un anatomopatologo con una segaossa e uomini della sicurezza del principe coronato MbS. Khashoggi “ha tentato di fuggire dal consolato, lo hanno fermato, preso a pugni. Lui ha iniziato a urlare, allora uno dei presenti lo ha preso per il collo, strangolandolo fino alla morte”: lo scrive il New York Times citando un “alto funzionario saudita”, il primo a confermare l’assassinio al quotidiano. Aggiunge la fonte:

C’è un ordine generale del Regno di far rientrare i dissidenti che vivono all’estero. Quando Khashoggi ha contattato il consolato, il generale Assiri ha inviato il team di quindici uomini.

“Voglio parlare con il principe ereditario saudita prima di intraprendere i prossimi passi”, afferma Trump parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One. Il presidente Usa ha quindi spiegato che per l’omicidio Khashoggi preferirebbe “un certo tipo di sanzioni” contro l’Arabia Saudita, salvando però gli accordi per la vendita di armi che se messi in discussione metterebbero in difficoltà società e posti lavoro americani.

Ma la “verità” posticcia non può portare indietro le lancette del tempo.

L’arrivo di Mike Pompeo a Riyadh, 15 ottobre 2018

L’omicidio Khashoggi  può rappresentare, non nell’immediato forse ma in un futuro non lontano, l’89 dell’Arabia Saudita. Con ricadute strategiche sullo scenario mediorientale. Annota in proposito, in un articolo su Haaretz, Daniel B. Shapiro, visiting fellow presso l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv (Shapiro è stato anche ambasciatore degli Usa in Israele e senior director per il Medio Oriente e il Nord Africa nell’amministrazione Obama):

Per Israele, questo sordido episodio solleva le prospettive che l’ancora delle nuove realtà del Medio Oriente che ha cercato di promuovere – una coalizione araba sunnita-israeliana, sotto l’egida degli Stati Uniti, per controllare i jihadisti iraniani e sunniti – non può essere presa in considerazione. Il prezzo potrebbe includere restrizioni significative sulle vendite di armi che erano state previste. Sta già portando importanti investitori statunitensi a prendere le distanze dai principali progetti di sviluppo promossi da MbS. Come minimo, non ci sarà nessuna replica della visita intensa e piena di riconoscimenti da parte di MbS a più città statunitensi lo scorso marzo, non più il sostegno della stampa americana che lo aveva raccontato come riformatore che rimodellerà il Medio Oriente.

Prosegue Shapiro:

Israele, che ha un chiaro interesse a mantenere l’Arabia Saudita nell’alveo degli alleati degli Stati Uniti per massimizzare l’allineamento strategico sull’Iran, dovrà evitare di diventare lobbista di MbS a Washington. Il coordinamento di Israele con i suoi partner nella regione è ancora necessario e auspicabile. La semplice realpolitik lo richiede. Ma c’è un nuovo rischio di danno alla propria reputazione da una stretta associazione con l’Arabia Saudita. Per Israele non sarà facile navigare in queste acque, poiché l’establishment della politica estera di Washington si è rapidamente frammentato in campi anti-Iran e anti-sauditi. L’idea che gli Stati Uniti debbano opporsi ugualmente alla brutalità iraniana e saudita nei confronti dei loro popoli, e non lasciare che i crimini di MbS portino a una diminuzione della pressione sull’Iran per le sue maligne attività regionali, rischia di essere persa. Per gli israeliani, quello potrebbe essere il più grande colpo nel fallout dell’omicidio di Khashoggi. MbS, nella sua ossessione di mettere a tacere i suoi critici, ha in realtà minato il tentativo di costruire un consenso internazionale per esercitare pressioni sull’Iran… Questa è la più grande evidenza della cecità strategica di MbS, e il danno probabilmente persisterà fino a quando governerà il Regno.

Una cosa appare ormai chiara: lo scandalo Khashoggi sta facendo tremare il trono di Riyāḍ. Il sovrano saudita Salman bin Abdulaziz starebbe pensando a ridimensionare i poteri concessi a suo figlio e erede al trono.

È ancora una volta la tv panaraba al Jazeera a rivelarlo, citando fonti della famiglia reale saudita. La decisione che starebbe per prendere il re sarebbe legata alle accuse di un diretto coinvolgimento di MbS, nel presunto assassinio del giornalista dissidente.

Il re ha iniziato a valutare le prerogative concesse a suo figlio e erede al trono Mohammed,

ha detto la fonte citata dall’emittente qatariota. Secondo questa fonte

l’intervento del sovrano riflette le crescenti preoccupazioni espresse dai membri del Consiglio dello Shura (organo che nomina il re) circa l’adeguatezza di MbS a gestire il potere.

Due giorni fa il quotidiano francese Le Figaro, citando una fonte diplomatica a Parigi e una a Riyāḍ, ha rivelato che sempre in relazione al caso Khashoggi,

il Consiglio della Shura, un comitato di saggi della famiglia reale si sta riunendo da giorni nella massima discrezione per designare un secondo erede al trono

senza precisare tuttavia se la nomina del secondo erede sarebbe per sostituire MbS immediatamente o semplicemente tenere il secondo erede come riserva nel caso in cui MbS venisse esautorato dal suo ruolo attuale.

Mohammed bin Salman incontra l’inviato speciale di Putin in Siria Alexander Lavrentiev, 15 ottobre 2018

Trump prova a salvare gli affari miliardari (oltre cento e quindici miliardi di dollari) in armamenti contratti con Riyāḍ. Ma non può riempire quelle sedie vuote, destinate a restare tali nella “Davos del deserto”, il mega appuntamento programmato dal 23 al 25 prossimo dal principe ereditario.

L’ultima defezione, la più pesante, arriva proprio da Washington: anche il segretario al tesoro americano Steven Mnuchin ha scelto di fare un passo indietro, scuotendo immediatamente i mercati, timorosi che la situazione sfugga di mano all’amministrazione di Donald Trump e spinga il Regno a reagire con un calo della produzione di greggio, facendone rialzare il prezzo. Il forfait americano arriva poco dopo quello dei ministri economici di Gran Bretagna, Francia e Olanda.

Defezioni eccellenti, e a catena: il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha cancellato la sua visita in Arabia Saudita che era in calendario la prossima settimana per partecipare alla conferenza Future Investiment Initiative (Fii). “Il programmato viaggio del direttore generale in Medio Oriente è stato posticipato”, ha fatto sapere l’Fmi in una nota.

Nei giorni scorsi, due giganti americani, Black Rock, il più grande fondo di investimenti mondiale, e JP Morgan, la più grande banca d’affari americani, hanno dato forfait. Prima di Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, avevano tra agli altri reso nota la loro “diserzione” Bill Ford, presidente della Ford Motor, Bob Bakish, ceo di Viacom, Herman Narual, ceo della Startup Improbable Words e altri ancora. La società di trasporti Uber, con il suo amministratore delegato Dara Khosrowshahi, ha annunciato che non parteciperà più all’evento a meno che “non emerga una serie di fatti sostanzialmente diversi”, spiegando che è “molto turbato dalle notizie” sul caso. L’assenza di Uber sarà enormemente simbolica poiché il gigantesco fondo sovrano saudita, il Public Investment Fund (PIF), ha investito 3,5 miliardi di dollari in Uber nel 2016. Il miliardario Richard Branson, il fondatore del gruppo Virgin, ha invece annunciato che interromperà i progetti che aveva intenzione di sviluppare con la monarchia saudita. Tra i quali ambiziosi progetti in ambito turistico e spaziale. Altre defezioni che pesano sono quelle di Blackstone, HSBC Holdings, Credit Suisse, Standard Chartered, BNP Paribas.

L’inizio del Riyadh Summit lo scorso anno alla presenza del re saudita

Sul fronte opposto, il miliardario degli Emirati Arabi Uniti, Khalaf Ahmad al-Habtoor, ha invitato alcuni paesi arabi a boicottare le società americane che hanno deciso di non partecipare al summit Future Investment Initiative.

Lo riporta Arab News. La ritirata in massa di speaker, sponsor e media partner come il Financial Times, il New York Times e Bloomberg rappresenta un colpo duro per l’immagine del principe bin Salman e il suo piano riformista che, fino a ieri, tanto piaceva agli alleati occidentali. Ma che la brutale eliminazione di Jamal Khashoggi ha cancellato del tutto. Per dirla con l’ex ambasciatore Usa a Tel Aviv:

L’omicidio di Khashoggi, oltre a cancellare le linee rosse dell’immoralità, indica anche l’inaffidabilità fondamentale dell’Arabia Saudita sotto MbS come partner strategico. Quello che è successo nel consolato saudita a Istanbul riecheggia le parole usate una volta per descrivere l’eliminazione di un avversario da parte di Napoleone: ‘È peggio di un crimine, è un errore’. Si potrebbe aggiungere, un errore strategico.

E intanto il domenicale del NYT dedica l’intera prima pagina alla guerra sporca dei sauditi in Yemen e ai tentativi di insabbiare il caso Khashoggi

Khashoggi. La crisi saudita è un sisma epocale ultima modifica: 2018-10-22T12:19:53+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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