Il fascino del Bardo

Il museo più ricco del mondo per quel che riguarda i mosaici che ornavano le ricche domus in epoca repubblicana e imperiale dell’Africa Nova romana
scritto da Barbara Marengo

Oltre duemila (2.115) metri quadrati di pavimenti di mosaico policromo e quasi altrettanti su pareti e soffitti, assieme a gioielli, statue e manufatti esposti nei tre piani di un palazzo immerso in un grande giardino: il Bardo – “pardo” potrebbe derivare dallo  spagnolo a significare “giardino” – è il museo più ricco del mondo per quel che riguarda il materiale musivo che ornava le ricche domus in epoca repubblicana e imperiale dell’Africa Nova romana.

Periferia ovest di Tunisi, ex residenza della dinastia beilicale degli Hafsidi e Husaynidi, il Museo Nazionale del Bardo, fondato nel maggio 1888, è il più antico museo del mondo arabo e di tutta l’Africa. Primo attore la Francia, che con il Trattato del Bardo (1881) riuscì a fare dell’antica Numidia romana un protettorato (durato fino al 1956, anno dell’indipendenza) esautorando una decadente dinastia che aveva contratto un debito pubblico enorme e non più in grado di far funzionare lo Stato, nel generale disfacimento dell’Impero Ottomano del quale nominalmente la Tunisia era satellite. Accollandosi il debito, la Francia lasciò esercitare pro forma l’autorità sul Paese ai Bey e si appropriò di un’importante base strategica ed economica nella sponda sud del Mediterraneo.

In quei ruggenti anni di fine XIX secolo il residente generale Paul Cambon si trovò ad amministrare un territorio cosparso di antiche e monumentali città romane, a cominciare dalle imponenti rovine di Cartagine. Campagne di scavo furono avviate in varie province e il materiale confluì nella capitale Tunisi: i mosaici che affioravano nelle città della costa e dell’interno, perfettamente conservati grazie al clima secco e alle sabbie che per secoli li avevano ricoperti, vennero staccati dalle antiche domus e ricomposti nelle grandi sale del palazzo. 

La fertile e ricca provincia romana che dal 46 a.C. Giulio Cesare organizzò con il nome di Africa Nova, terra dove nel 146 a.C. Cartagine era stata annientata dalle implacabili legioni di Publio Cornelio Scipione, rappresentava un formidabile snodo economico, militare e terra di rifornimento alimentare per l’esteso Impero di Roma. Cereali, olive, olio, vigneti, oltre al mercato proveniente dall’Africa nera con un capitale in avorio, fiere e schiavi, oro e pietre, marmi e legname: durante i cinque secoli di dominio romano in Numidia, una società civile organizzata in grandi e piccoli agglomerati prosperò nei commerci vivendo in dimore agricole grandi e sontuose, accanto ai latifondi o vicino ai porti sul Mediterraneo. Un’aristocrazia e una borghesia che soprattutto tra il II e il IV secolo d.C. svilupparono, assieme alla ricchezza, un modo di vita raffinato sull’esempio di Roma e Bisanzio, in città strutturate secondo gli schemi classici, con templi, foro, anfiteatri, teatri, terme, strade, scali marittimi.

In queste città, assieme ai cittadini romani e ai discendenti dei Fenici, numerosi erano gli “uomini liberi”, Imazyen, i berberi autoctoni del Nord Africa insediati fin dal Paleolitico nell’odierno Maghreb. I re Numidi  Massinissa e Giugurta, Sant’Agostino e la madre Santa Monica, il poeta Terenzio, Apuleio, il filosofo Tertulliano, Papa Vittore I, l’Imperatore Settimio Severo, in epoche diverse sono solo alcuni rappresentanti dei berberi Imazyen.

Dopo le invasioni del Vandali del V secolo d.C., che posero fine al dominio romano sulla riva sud del Mediterraneo, e dopo la sporadica dominazione bizantina, l’arrivo degli arabi nel VII secolo e la conseguente islamizzazione del Nord Africa cambiò completamente l’assetto geografico e politico dell’ex colonia romana.  

L’avanzata e la conquista di Tariq el Ziyad nella penisola iberica (Gebel el Tariq è la montagna di Tariq, Gibilterra) avveniva nel 711 e partiva dalle basi dell’antica Africa Nova.

Cartagine, Byrsa, El Jem, Bulla Regia, Utica, Dougga, Zagouan, Hadrumetum, Sbeitla, Sicea Venaria, Simitthus, Thabraca vennero abbandonate, come le coltivazioni e i traffici marittimi, così come le terre della famiglia Barca, di Annibale per intenderci, che ancora oggi costeggiano la strada che si insinua verso Capo Bon tra ulivi, vigne e aranceti, con una continuità paesaggistica tanto simile alla Sicilia.

Da questa rete di città romane alla fine del XIX secolo le varie spedizioni archeologiche prelevarono i preziosi materiali esposti al Bardo, che conserva nei magazzini oltre centomila reperti non esposti. Le missioni di scavo nazionali o di cooperazione non hanno avuto continuità dopo l’interesse manifestato nei primi decenni del secolo scorso: numerosi siti oggi sono poco visitati e valorizzati per non dire abbandonati, come Utica, mentre altri, come El Jem, che rientrano in circuiti turistici più frequentati, sono oggetto di una tutela discontinua.

Camminando nelle sale luminose del Bardo non può non venire in mente l’attentato terroristico del marzo 2015 per mano dell’Isis, che causò la morte di venticinque turisti. Purtroppo, il tragico avvenimento ha interrotto in gran parte il flusso turistico europeo che aiutava la Tunisia a uscire da contingenze politiche ed economiche difficili. Ma il Museo è testimone di secoli di civiltà, i ritmi antichi del Mediterraneo si dipanano sotto gli occhi del visitatore come un enorme libro illustrato da figure mitologiche, scene agresti, interni di giardini e dimore, il circo, gli dei, simboli dei primi anni del cristianesimo, ritratti, caccia, fiere, pesca, riferimenti classici.

Bulla Regia (ovest della Tunisia) assieme a Dugga – chiamata “la città dorata” per il colore della pietra con la quale è stata costruita –  s’innalzano nella piana fertile, smistamento delle grandi coltivazioni di cereali: sono esposti al Bardo pavimenti museali policromi provenienti dalle domus di Bulla Regia berbera e punica poste su due livelli, quello ipogeo dove si viveva durante le torride estati e quello a livello del terreno. Un grande pavimento di una sala di ricevimento illustra il mito di Perseo che libera Andromeda dal mostro marino. Da Thuburbo Majus arriva il mosaico di Venere allo specchio, da una domus di Gafsa la corsa dei cavalli nel circo, con il personale intento a organizzare le squadre delle fazioni tradizionali, Alba, Prassina (i verdi), Russata (i rossi), Veneta (gli azzurri).

Oltre ai personaggi del mito, gli artisti del mosaico e i ricchi committenti riallacciavano la storia ai racconti della Bibbia, come la rappresentazione di Daniele nella fossa dei leoni, o di influenza cristiana come i pavimenti della Ecclesia Mater di Thabraca, l’odierna Tabarka. Oppure illustravano le varie fasi della costruzione di una chiesa, con i capomastri intenti al lavoro e l’impasto della malta con le pietre, nei mosaici provenienti dal sito di Kelibia.

Come nella lettura di un moderno fumetto, le vaste superfici musive policrome raccontano episodi di vita legati all’agricoltura, con il grano e la ricca produzione della fertile terra, gli agrumi, la pesca, con la vivacità delle diverse specie di pesce e crostacei, oltre ai volti e alle forme delle persone che vivevano nelle domus, servi e proprietari, come in un’istantanea raffigurati a presiedere campi e dimora.

La bellezza del mosaici del Bardo è anche racchiusa in questa vita quotidiana che ci riporta indietro di tanti secoli: i più abili maestri del mosaico e scalpellini lavoravano per questa arte preziosa che derivava dalla tradizione greca e trovava nella provincia dell’Africa Nova la materia prima nelle numerose cave di marmo colorato. In particolare il marmo estratto dalle cave di Simitthus, oggi Chemtou, a nord-ovest verso il confine algerino: marmo giallo e arancio con sfumature verdi, apprezzato soprattutto dal II secolo a.C. in poi, quando sotto l’egida del Senatus Populusque Romanus gli edifici di Roma e dell’Impero iniziarono a essere rivestiti e costruiti in marmo.


Un marmo che giungeva a Roma sulle naves lapidariae capaci di trasportare da ogni latitudine dalle cento alle trecento tonnellate di prezioso materiale che veniva smistato a Ostia e risaliva il Tevere fino ai magazzini dell’Aventino, dove oggi c’è via Marmorata. Rosso porfido dall’Egitto, verde serpentino e pavonazzetto violaceo dall’Anatolia, giallo antico dalla Numidia, bianco dalle colline di Atene (pantelico, quello del Partenone), porfido verde della Tessaglia, bianco dalle cave di Lumi (Carrara) o nero di Tolfa, alabastro africano e onice, rosso di Verona e di Frigia… I marmi colorati erano lavorati a cubetti di un centimetro di lato con la tecnica del tassellatum o di un millimetro con la tecnica del vermiculatum e fatti poi combaciare fino a formare disegni in stile geometrico, fiorito, naturalistico, mitologico. Veri e propri artisti del mosaico viaggiavano tra le opulente domus romane della riva sud del Mediterraneo, in una sorta di competizione tra gli aristocratici per chi possedesse il manufatto più spettacolare. Assieme alle tessere di marmo anche pasta di vetro, oro e argento venivano impiegati per impreziosire le scene. Alcune tra le antiche cave romane, abbandonate assieme agli insediamenti e ai campi dopo l’arrivo di vandali e arabi nomadi, sono state date in concessione a privati qualche decina di anni fa: non più sfruttate per decine di secoli, conservano ancora i segni di strumenti di scavo e scalpellini antichi.

Cartagine (oltre quattro ettari di zona archeologica) e Byrsa nascondono ancora mosaici e capitelli tra le alte colonne (trenta metri) delle terme affacciate sul mare o lungo i fianchi della collina dalla quale si spazia sui porti punici antichi. A El Jem, la Thysdrus famosa per la produzione dell’olio d’oliva, un tappeto di mosaici circonda il magnifico anfiteatro costruito in calcare su tre ordini di arcate che raggiungono i trentasei metri di altezza, capace di ospitare trentamila spettatori: dopo il Colosseo e l’anfiteatro di Capua, con la sua ellisse di 148 metri per 122 è il terzo monumento di questo tipo per grandezza al mondo. Perfettamente conservato, ancora oggi vi si svolgono rappresentazioni di teatro, di musica e di luci e suoni. 

Da qui una donna berbera, La Kahina, nel 700 d.C. oppose una strenua resistenza alle schiere degli arabi che arrivavano dall’est: oggi una serie di negozietti nati sui mosaici delle grandi dimore vendono frammenti di mosaico e riproduzioni classiche. 

Il Museo del Bardo, da pochi anni ristrutturato, raccoglie un’eredità importante, testimonianze di un Mediterraneo mare comune troppo spesso incompreso e sconosciuto in un’Europa distratta verso le sue origini e orientata principalmente verso nord. Ma questo è un altro, lungo capitolo.

Il fascino del Bardo ultima modifica: 2018-10-23T23:40:03+02:00 da Barbara Marengo

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