Khashoggi, Iran e Turchia contro i sauditi

Dietro l’omicidio del giornalista saudita si sta combattendo una battaglia geopolitica che sta riposizionando e rivoluzionando le alleanze mediorientali. E Iran e Turchia cercano di approfittarne per modificare i rapporti di forza in campo.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

E se fosse una sorta di “Bashar due”? L’affaire Khashoggi irrompe alla Casa Bianca e incrina certezze che sembravano inattaccabili e pone inquietanti interrogativi che investono la figura stessa dell’uomo su cui Donald Trump e i suoi più stretti consiglieri in politica estera avevano puntato per delineare nuovi equilibri di potenza in Medio Oriente: il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS).

Così come avvenne all’inizio dell’avvento al potere in Siria del giovane Bashar al-Assad, quando l’Occidente, cancellerie e media, avevano messo in luce gli afflati riformatori del successore del “Leone di Damasco” (il padre Hafiz Assad), lo stesso è avvenuto per MbS, che ha goduto di buona stampa e ottime entrature, alla Casa Bianca in particolare, per lungo tempo, anche quando le bombe saudite facevano strage di civili in Yemen.

Ma questa luna di miele è finita con l’eliminazione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi. E oggi è lo stesso Donald Trump a vacillare nel sostegno all’erede al trono del Regno Saud.

Il presidente americano ha espresso i primi dubbi sul principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mentre il dipartimento di stato ha ritirato i visti a ventuno persone coinvolte nell’assassinio di Jamal Khashoggi. Sono i primi segnali che incrinano il rapporto degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita. 

Il principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud sulla portaerei Theodore Roosevelt nel 2015 (foto U.S. Navy Mass Communication Specialist 3rd Class Anna Van Nuys/Released)

Trump ha definito la gestione del caso da parte dei sauditi “il peggior depistaggio nella storia dei depistaggi”, un “fiasco totale” in un’operazione “concepita male fin dall’inizio”. In un’intervista al Wall Street Journal l’inquilino della Casa Bianca si è poi detto sicuro che “Re Salman non fosse al corrente dell’operazione” ma ha espresso dubbi sul figlio ed erede al trono. A una domanda su un eventuale ruolo del principe nella vicenda, Trump ha risposto:

Be’, il principe gestisce le cose laggiù, soprattutto a questo stadio, e quindi se dovesse essere qualcuno, sarebbe lui.

Ma l’affaire Khashoggi riposiziona e rivoluziona alleanze nel Grande Medio Oriente. E coloro che sembravano in difesa, ora vanno all’attacco: Iran e Turchia, anzitutto. 

L’odioso omicidio “del giornalista saudita Jamal Khashoggi è impensabile senza il sostegno degli Stati Uniti”, ha affermato il presidente iraniano Hassan Rouhani oggi al consiglio dei ministri.

Non credo che un paese osi fare una cosa del genere senza il sostegno degli Stati Uniti

ha rimarcato Rouhani in un discorso trasmesso dalla televisione di stato iraniana. Prima della scomparsa di Khashoggi, ha detto il presidente Rouhani,

era impensabile che potessimo assistere a un simile crimine organizzato. Che un crimine o un omicidio sia commesso nell’ombra, è una possibilità, ma pianificare un’azione del genere, in un paese straniero da parte di un altro paese, questo è cosa ancor più grande […] questo è un problema molto importante.

E ancora:

Il gruppo tribale che gestisce questa nazione (l’Arabia Saudita, ndr) ha un margine di sicurezza nel fare affidamento sugli Stati Uniti. È questa superpotenza che li sostiene

accusa Rouhani.

Per il presidente iraniano, la vicenda sarà “un importante test” per tutti i paesi occidentali. Ha affermato infatti che:

Senza dubbio le posizioni che gli Usa, l’Europa e gli altri paesi adotteranno sulla questione rivelerà il grado della loro sensibilità sui diritti umani e per preservare la dignità umana.

Rouhani non ha pronunciato il nome di Jamal Khashoggi, ma lo ha definito un “giornalista critico”.

Annota in proposito Pierre Haskianalista di politica estera del settimanale francese Obs in un articolo su Internazionale

Tra le vittime collaterali della vicenda Khashoggi c’è l’offensiva dell’amministrazione Trump contro l’Iran. Tra pochi giorni, il 4 novembre, il presidente degli Stati Uniti dovrebbe inaugurare la seconda fase delle sanzioni contro Teheran decise sulla scia del ritiro dall’accordo sul nucleare, a maggio. Washington vorrebbe ‘ridurre a zero’ le esportazioni di petrolio dell’Iran, accelerando in questo modo la caduta dei mullah. Una simile strategia richiederebbe l’impegno e la partecipazione attiva dell’Arabia Saudita, vicino e rivale dell’Iran, difficilmente compatibile con la tempesta scatenata dall’eliminazione in circostanze particolarmente cruente del giornalista saudita Jamal Khashoggi.

Attacca Rouhani, e ancor più, e con maggiore sapienza e abilità, Recep Tayyip Erdoğan. Perché, dietro le quinte, si sta giocando la vera partita che non riguarda solo Ankara e Riyāḍ ma coinvolge direttamente Washington.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani

L’affaire Khashoggi rappresenta uno spartiacque, nei rapporti di forza in campo sunnita e nelle relazioni con l’Occidente, tra il “prima” e il “dopo”. Oggi è Erdoğan ad avere le carte migliori per condurre il gioco. E alzare la posta.

Su Washington, anzitutto. Non è un caso che, su mandato di Trump, e pressione del segretario di stato Mike Pompeo, in questi giorni caldissimi dell’affaire Khashoggi, a Istanbul sia presente Gina Haspel, la direttrice della Cia, un passato, anche contestato, di operazioni sul campo. Ankara sa che oggi può chiedere agli Usa molto più di quanto avrebbe potuto fare, e in parte ha fatto, prima di quel fatidico due ottobre.

Erdoğan, concordano analisti e fonti diplomatiche ad Ankara e nelle più influenti capitali arabe, vuole approfittare di questa crisi di immagine, e non solo, di MbS e della monarchia saudita per rilanciare la centralità della Turchia (che può contare sul massiccio sostegno finanziario del Qatar) nel mondo sunnita e nella determinazione dei nuovi equilibri di potenza nel Grande Medio Oriente.

Da qui la scelta politica di rubare la scena a MbS nel giorno di apertura della “Davos del deserto”, raccontando la “nuda e cruda verità” sull’assassinio di Khashoggi parlando ai parlamentari del suo partito, l’Akp. Affari e geopolitica. A The Donald, Erdoğan chiede di sostenere, direttamente o indirettamente, l’economia turca e, soprattutto, che non si metta di traverso, anche solo con prese di posizione pubbliche, alla legge che Erdoğan invierà a giorni al parlamento che consentirà il trasferimento al Tesoro delle principali quote detenute dal partito di opposizione Chp della banca Isbank, il più grande istituto quotato della Turchia. Il Chp, il partito socialdemocratico e laico del paese, detiene il 28 per cento delle azioni di Isbank, banca creata da Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna.

Il conto non si ferma a questa “portata”. Per sostenere la malridotta lira turca e non far precipitare la borsa, Erdoğan fa affidamento sui petromiliardi del Qatar. E contro il Qatar è da tempo schierata l’Arabia Saudita, con i suoi alleati-satelliti sunniti del Golfo – Bahrain, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti – che accusa Doha di essere troppo aperta, e in affari, col nemico iraniano. E a volere la linea dura contro il Qatar è proprio il principe ereditario, MbS.

All’inquilino della Casa Bianca, Erdoğan chiede di premere su Riyāḍ perché questo ostracismo abbia fine. Lo scorso agosto, in piena bufera monetaria, l’emiro del Qatar, sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, ha approvato un pacchetto di progetti economici, investimenti e depositi del valore di quindici miliardi di dollari per sostenere l’economia e la lira turca. La valuta quest’anno ha perso quasi il 40 per cento del suo valore rispetto al dollaro.

E poi c’è la Siria. Ankara punta alla creazione di una “zona cuscinetto”, una sorta di protettorato gestito attraverso l’Esercito libero siriano, dipendente dalla Turchia, nella zona di confine siro-turca. Una richiesta che Erdoğan ha riproposto più volte ai suoi partner nella guerra in Siria, Russia e Iran, ma che acquisterebbe ancora più forza e possibilità di realizzazione se fosse sostenuta dagli Stati Uniti.

Last but non least, Erdoğan mette sul tavolo una richiesta non negoziabile: la fine del sostegno militare da parte degli Usa alle milizie curde siriane, l’Ypg (Unità di protezione popolare) in primis, che Ankara considera, alla stregua del Pkk, gruppi terroristici.

Per la premio Nobel yemenita Tawakul Karman le condanne intorno all’assassinio di Khashoggi rappresentano una nuova occasione per fare luce sulla tragedia yemenita:

Credo che il sangue di Jamal Khashoggi porterà la pace nella regione se sarà effettivamente punito,

ha dichiarato Karman al Guardian. Il giorno stesso della conferma dell’uccisione, l’editoriale del Washington Post era intitolato “È tempo di mettere un freno alla guerra saudita in Yemen” e chiedeva chiaramente una nuova posizione americana davanti all’alleato saudita.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Uno scenario in movimento che investe gli stessi rapporti, tornati a fiorire in funzione anti-iraniana, tra Gerusalemme e Riyāḍ, con il primo ministro Benjamin Netanyahu in crescente difficoltà nel dipingere l’Iran come il paese del male retto da una teocrazia sanguinaria e restare silente quando una pratica “sanguinaria” contro oppositori scomodi viene attuata dall’alleato saudita.

E gli sviluppi del caso Khashoggi interrogano anche l’Europa. E i suoi affari con Riyāḍ. Anche il Regno Unito, dopo gli Usa, ha annunciato la revoca dei visti a tutte le persone che ne fossero in possesso fra i funzionari sauditi sospettati di coinvolgimento nella morte di Jamal Khashoggi. Lo ha affermato la premier Theresa May al question time alla Camera dei Comuni, rispondendo alle opposizioni. La premier però non ha preso alcun impegno sullo stop alla vendita di armi a Riyāḍ, non seguendo su questa linea la cancelliera tedesca Angela Merkel: anzi, l’ha difesa sostenendo che rispetta i criteri di garanzia introdotti nel Regno.

L’indignazione in politica estera non è un buon metro di giudizio. Lo è molto di più la fredda analisi dei rapporti di forza e la scelta dei leader su cui investire. Quello su Mbs sembra rivelarsi un investimento sbagliato.

Khashoggi, Iran e Turchia contro i sauditi ultima modifica: 2018-10-25T13:28:05+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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