La scriteriata relazione con la Cina di Xi

La nuova via della seta suscita ormai dappertutto sempre meno consensi, anzi critiche e riserve. Ma non presso i nostri governanti. Il vicepremier Di Maio parteciperà all’apertura della prima edizione della China International Import Expo, firmando in quell’occasione il documento che sancirà la partecipazione dell’Italia all’iniziativa cinese.
scritto da BENIAMINO NATALE

L’Europa critica la Belt and Road Initiative (BRI) della Cina affermando che “va contro l’agenda di liberalizzazione del commercio dell’Unione Europea e spinge gli equilibri di potere in favore delle aziende cinesi che godono di sussidi”. In Asia, il premier malese Mahatir Mohammad ha vinto le elezioni criticando i cedimenti alla Cina del suo predecessore e i dubbi si sono diffusi anche in altri Paesi della regione come lo Sri Lanka, le Maldive e addirittura il Pakistan, “alleato di ferro” di Pechino, sommerso dai debiti verso gli “amici cinesi”. In due Paesi dotati di solidi sistemi democratici, come l’Australia e la Nuova Zelanda, l’opinione pubblica e il mondo politico sono scossi dalle rivelazioni sull’influenza esercitata – attraverso la corruzione e un crescente ruolo economico – dagli agenti cinesi legati al tristemente famoso Dipartimento del Lavoro del Fronte unito, lo strumento della penetrazione all’estero del Partito comunista cinese.

I nostri governanti, invece, sono pronti a tornare in forze nel Regno di Mezzo per firmare il Memorandum of Understanding che sancirà la partecipazione dell’Italia alla BRI, un’iniziativa che nel resto del mondo riscuote sempre meno consensi. Il ministro del lavoro, dello sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio ha infatti manifestato l’intenzione di partecipare all’apertura della prima edizione della China International Import Expo (5-10 novembre prossimi) e di firmare in quell’occasione il documento che sancirà la partecipazione del nostro Paese all’iniziativa cinese.

Tramontata la speranza che le traballanti finanze dell’Italia gialloverde vengano salvate da Vladimir Putin, i nostri eroi corrono alla corte di un altro autocrate, il nuovo imperatore cinese Xi Jinping.  

Diciamo la verità: Di Maio & Co. non sono i primi governanti italiani a innamorarsi in modo scriteriato e incomprensibile dei mandarini rossi che governano Pechino col pugno di ferro. Tutti i governi che hanno preceduto l’attuale negli ultimi due decenni, sia di centrodestra che di centrosinistra, si sono incamminati su quella disgraziata strada. Difficile dire quando sia cominciato questo innamoramento acritico verso la Cina, che ha coinvolto in prima persona personaggi diversi tra loro come Silvio Berlusconi e Romano Prodi, Massimo d’ Alema e Giulio Tremonti, Francesco Rutelli e Cesare Romiti. In sintesi, possiamo dire che il mondo politico e imprenditoriale italiano ha perso il vero treno dello sviluppo cinese, quello sul quale sono prontamente saltati alla fine degli anni Settanta del secolo scorso gli americani, i giapponesi e gli europei più accorti come i tedeschi e i francesi. Questi Paesi hanno trasferito in Cina buona parte della loro produzione industriale contribuendo in modo decisivo alla crescita dell’economia del Regno di Mezzo e ai profitti delle loro imprese.

A quei tempi, i nostri dirigenti dormivano profondamente. Accortisi con un paio di decenni di ritardo che la Cina era un mercato che prometteva bene, sono corsi ai ripari nel modo peggiore possibile: dando ragione a Pechino su tutti i fronti e tacendo sulle terribili violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale compiute regolarmente dai mandarini, mentre sul piano dell’economia le nostre imprese – soprattutto piccole e medie – si sono rivelate incapaci di competere con i giganti americani, giapponesi, sudcoreani e tedeschi. Risultato: “ottime” relazioni politiche (come i nostri diplomatici non si stancano di ripetere) ma quanto al “business”, zero carbonella. 

La Germania ha fatto l’esatto contrario: ha dato un importante contributo alla crescita cinese quando era il momento, ha creato delle forti basi per i suoi imprenditori che vogliono lavorare in Cina e ha continuato a tenere duro sui principi di libertà e democrazia, che vengono apertamente disprezzati dai cinesi e, indirettamente, dai loro numerosi “amici” italiani. Non per niente Angela Merkel ha ottenuto pochi mesi fa la fine della feroce ed extragiudiziale persecuzione di Liu Xia, la moglie del premio Nobel Liu Xiabo, morto in carcere dove stava scontando una scandalosa condanna per reati di opinione. Quello di Liu Xia è uno dei tanti casi sui quali i Nostri Eroi si sono ben guardati dall’aprire la bocca.

Visto che centrodestri, centrosinistri e cialtroni assortiti hanno combinato pochino, coi gialloverdi siamo passati a una nuova fase: mendicare investimenti che nel migliore dei casi ci spingeranno fuori dall’Europa più di quanto già non siamo, e nel peggiore ci vedranno sommersi da debiti che ci metteranno alla merce’ dei dittatori di Pechino. Saremo in una compagnia pessima ma che ai “verdi” della Lega, e a quanto pare anche ai “gialli” dei Cinque Stelle, non dispiace: quella dell’Ungheria del fascista Viktor Orbán, il cui ambasciatore a Pechino è stato l’unico a non firmare un documento critico verso la BRI siglato da tutti quelli degli altri 27 paesi dell’Unione (compreso quello italiano! Strano, ma comunque congratulazioni). Ricordiamo che la Grecia, paese dove la cinese COSCO ha comprato il 51 per cento del porto del Pireo, ha recentemente bloccato un documento dell’Unione Europea critico sulla situazione dei diritti umani in Cina, che avrebbe dovuto essere presentato all’Onu: i soldi cinesi, sia chiaro fin da subito, vengono a un prezzo.

Come abbiamo accennato, i paesi asiatici che hanno entusiasticamente aderito all’iniziativa cinese – anche il Pakistan – si sono accorti di essere finiti in una trappola e di essere indebitati fino al collo con lo Stato cinese, le sue banche e le sue imprese. Il nuovo primo ministro pakistano Imran Khan si è poi deciso a chiedere aiuto all’odiato Fondo monetario internazionale che, su richiesta degli Usa, ha messo come condizione a un nuovo prestito la conoscenza degli accordi tra Islamabad e Pechino: in due parole, l’Fmi vuole essere sicuro che i suoi finanziamenti non finiranno a pagare i crediti maturati dai cinesi. Lo Sri Lanka, a sua volta, ha dovuto cedere per 99 anni alla Cina la gestione del porto di Hambabtota, costruito da imprese cinesi e finanziato da capitali cinesi, dopo che il governo in carica si è reso conto di non avere soldi per pagare i debiti contratti da quelli che lo avevano preceduto.

Di Maio inaugura il Padiglione Italia alla Fiera di Chengdu, 20 settembre 2018

C’è di più e di peggio: la Cina sta raccogliendo critiche e condanne in tutto il mondo dopo la scoperta dei campi di rieducazione nei quali sono richiusi migliaia di uiguri, la popolazione che abita nel nordovest del paese, turcofona e di religione musulmana. Secondo i gruppi per i diritti umani sarebbero un milione (su una popolazione totale di 9/10 milioni) gli uiguri detenuti in questi campi, dove si può finire per “reati” come aver manifestato la propria fede religiosa o per essersi recati all’estero. Di Maio, il ministro Giovanni Tria e gli altri membri del governo non sanno o fanno finta di non sapere che il professore uiguro Ilham Tohti sta scontando una condanna all’ergastolo per “separatismo” basata sui suoi scritti che parlano delle relazioni tra l’etnia maggioritaria in Cina, quella degli han, e gli uiguri. E che poche settimane fa l’imprenditore e filantropo uiguro Nurtay Haijim è stato condannato a diciotto anni di prigione per aver fondato un orfanatrofio. 

E che dire del caso di Gui Minhai? Si tratta di uno scrittore ed editore di nazionalità svedese ma di origine cinese critico verso il regime; nel 2015 è stato letteralmente rapito da poliziotti cinesi in Thailandia e da allora i mandarini si rifiutano di rispondere al governo svedese che chiede di avere accesso al suo cittadino e di essere informato della sua sorte. 

Insomma, il governo di Xi Jinping si ritiene in diritto di rapire in uno stato straniero un cittadino di un altro stato straniero e di detenerlo in incommunicado per tutto il tempo che ritiene necessario. Si ritiene in diritto di perseguitare mogli (come Liu Xia) e parenti (come i figli della dissidente uigura Rebiya Kadeer e la figlia dell’avvocato cristiano Gao Zhisheng) dei suoi critici. Di infliggere condanne all’ergastolo per reati di opinione. Per non parlare di quello che ogni giorno succede in Tibet e delle pretese che Pechino accampa su tutto il mar della Cina meridionale, o delle continue intimidazioni verso Taiwan, o delle condanne a morte, che continuano a fioccare dopo processi sommari e nei quali il diritto alla difesa non esiste… Il governo Salvini-Di Maio-Conte è a un passo dal renderci dipendenti da un regime di questo tipo. 

Se le suppliche a Xi Jinping non frutteranno gli investimenti attesi, suggerisco ai gialloverdi di seguire la strada del pakistano Imran Khan, che ha ottenuto dall’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman (MbS per gli amici) un prestito di sei miliardi di dollari in cambio del silenzio sul barbaro assassinio del dissidente Jamil Khashoggi: i soldi non puzzano, anche se sono stati bagnati nel petrolio, o nel sangue.

La scriteriata relazione con la Cina di Xi ultima modifica: 2018-10-28T23:30:17+01:00 da BENIAMINO NATALE

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