La Rosa di Gigibeo

Il ricordo di Gigi Bello, dal Centro Luxemburg ad Avanguardia operaia, è il ricordo di un'epoca di militanza rivoluzionaria, generosa e disinteressata, di cui compagni come lui sono emblema
scritto da ALBERTO MADRICARDO

Ho conosciuto Luigi (per tutti “Gigi Bello”, anzi più precisamente “Gigibeo”), se non ricordo male, nel 1967. Ero studente a Padova allora, dove si riunivano le prime assemblee studentesche che avrebbero dato vita al ’68. Gigi stava creando il Centro di documentazione Rosa Luxemburg, cui io stesso avrei preso parte. 

Il Centro avrebbe avuto nell’arco della sua esistenza che – se non sbaglio – è durata circa tre anni, soprattutto per l’impegno di Gigi che ne era l’anima, un’attività imponente. Come diceva il suo nome, il Centro aveva come sua vocazione l’impegno a documentare. Che cosa volesse documentare veniva lasciato intendere dal personaggio eponimo del Centro stesso: Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria che aveva teorizzato un marxismo non dogmatico e libertario, assassinata a Berlino nell’insurrezione del gennaio del 1919. 

Ciò che il Centro diffondeva era la conoscenza delle lotte operaie e studentesche, dei movimenti di liberazione di tutto il mondo, le loro esperienze, proposte, testimonianze, la loro produzione teorica, documenti, volantini, saggi, testimonianze, ecc. La scelta dei materiali era compiuta senza alcuna pregiudiziale settaria. Dal ciclostile del Centro, nel corso della sua esistenza, vennero stampati e fatti circolare più di un milione di fogli.   

Il Centro cercava di raccogliere e smistare quanto esprimesse o avesse a che fare con lo spirito di rivolta che allora viveva un suo momento aurorale quasi in ogni parte del mondo. La scelta di Gigi, da cui il Centro nasceva, di mettersi umilmente al servizio di questo spirito, di sondarne lo spessore, di offrirlo come spettacolo panoramico nelle sue variegate manifestazioni, non era per niente banale. 

Mirava a proporre, per quanto possibile, a ogni individuo, una visione delle esperienze di lotta che gli rendesse più semplice e intuitiva la decisione di prendere il mondo nelle proprie mani. 

Che bisognasse prendere il mondo in mano per rimetterlo su dalla parte giusta, Gigi non aveva alcun dubbio. Aveva compreso d’istinto, prima che con la ragione, che l’essere umano è fatto per oltrepassare se stesso. Se non lo fa verso il meglio – aggiungerei alla luce delle esperienze di oggi – lo fa verso il peggio.

Gigi non usava la politica per promuovere se stesso perché, come solo gli spiriti profondi sanno fare, vedeva chiaramente che, a prescindere dai risultati contingenti, il fine dell’uomo – il pensiero che può tenerlo ritto – è di non scaricare sugli altri il peso della propria esistenza, ma di emanciparsi dalle proprie sopraffazioni di qualsiasi tipo su di loro.   

Alla domanda implicita che la situazione poneva, se sia possibile ricostruire il mondo a partire dallo spirito di rivolta, la risposta di Gigi – e nostra, altrettanto implicita – era sì. E infatti, perché no? Perché non dovrebbe essere possibile rifondare il mondo umano in senso umano? Se ci sono ostacoli, non sono nelle cose, nella natura. Non più. Marx ci diceva che la tirannia della natura, la penuria, l’abbiamo vinta, che viviamo in un’epoca in cui i problemi non vengono dalla mancanza di cose, ma dalla loro sovrabbondanza, che l’ostacolo a umanizzare la nostra vita sta dunque in noi. Il che però non è poco.  

La vita è davanti a noi un infinito cangiare. Nobile, generosa, ma anche modesta, noiosa, meschina o miserabile. Concentrata in se stessa, ma anche distratta, persa, sversata fuori. Reattiva, ma anche refrattaria. Rivoluzionaria, ma anche abitudinaria, tenacemente, infrangibilmente conservatrice. Dissacratoria ma anche conformista. Tutto e il contrario di tutto. 

Si può far passare questo incredibile guazzabuglio attraverso la cruna dell’ago della rivoluzione?

Sarebbe da rispondere di no, se non fosse per un quid, una sorta di “parte degli angeli” che il rivolgimento sociale spontaneamente libera da sé. La vita oppressa, una volta che comincia a risvegliarsi, cioè quando si rende conto di essere oppressa – per poco, fino a che resta innocente, cioè fino a che non conosce la monotonia maliziosa della ripetizione – è dotata di una potenza superiore.  Questa le consente di non farsi sviare dal gioco di specchi con cui la vita confonde anche le menti più sottili, ma di arrivare a cogliere le basi inadeguate su cui il mondo naturalmente poggia, di sollevarlo, per deporlo su altre più adeguate. Ma questa potenza dello spirito di rivolta in un certo momento c’è, ma non ha parole. E fino a che non ha parole non ha incarnazione, non ha storia.   

Il panorama dei discorsi che si proponevano di interpretarlo si presentava molto vario e frastagliato. Era il momento in cui i diversi filoni culturali e politici della sinistra preesistente, soprattutto quelli “eretici” e minoritari nel panorama pre ’68, filtravano nel movimento. L’operaismo, il terzomondismo, il trotzkismo, lo spontaneismo, il maoismo ecc., penetrandolo, lo “verbalizzavano”, ma anche – per ciò stesso – lo portavano alla frammentazione. 

Era necessario un inventario, far circolare le idee, le esperienze, i pensieri e le parole. Gigi lo avvertiva e s’impegnò senza risparmiarsi in questo senso.  

Ma il lavoro di documentazione era chiaramente preliminare. Ben presto si fece strada l’esigenza di unificare le forze ormai in campo. Sul territorio nascevano come funghi gruppi e associazioni politiche. Gigi era stato iscritto al Pci e aveva già – a differenza di molti di noi – una formazione politica. 

Avvertiva l’esigenza della mediazione politica. Perciò tra tutti i gruppi e gruppuscoli si avvicinò a quelli che ponevano con forza l’esigenza di non disperdere l’energia sociale allora sprigionata e si proponevano, in modo non settario, di costruire il partito. 

Sembrava che il Pci, così come si era andato assestando nel corso degli anni ’50 con la gestione togliattiana e negli anni ’60, avesse abbandonato l’idea della rottura rivoluzionaria per tradurla in una sorta di “infinita transizione”. Questa linea, maturata nella fase del fascismo in Italia e della degenerazione stalinista in Urss, non comprendeva la radicalità del ’68 e, per quanto nella sua moderatezza apparisse realistica, non lo era affatto. 

Lo spirito di rivolta (o se vogliamo, in termini più filosofici, la potenza del negativo) è la ragione che non accetta che le cose debbano stare così solo perché stanno così. Lo spirito di rivolta viene nel mondo nudo – senza parole – e cerca un abito di parole da indossare nella storia. Se non ne trova uno adatto entro un certo tempo, se ne va via, fuori del mondo, in attesa di un nuovo giro, di una nuova epoca più favorevole. Non è impaziente, ma non rinuncia a porre il mondo su altre basi, alla radicalità del rivolgimento.

 

La sua pazienza può essere immensa. Fino a che si tende nel tempo, cresce la sua forza: il tempo dell’attiva pazienza allarga e irrobustisce la base della leva con cui ci si appresta a sollevare il mondo. Ma c’è un punto oltre il quale la pazienza diventa rassegnazione, la forza si trasforma in debolezza. Non c’è nulla da sperare dal tempo: ci dà l’opportunità di agire, ma non possiamo immaginare che agisca mai in vece nostra. Quando s’immagina che le cose si risolvano all’infinito è implicitamente così: ci si affida al divenire che si perde nella nebbia. Allora lo spirito di rivolta rompe silenziosamente e lascia questo mondo. L’intelligenza e la ragione, che sono i suoi alfieri, perdono la loro radicalità, si trasformano nel loro surrogato: l’intelligenza si fa astuzia, la ragione, ragionevolezza. Entrambi si sottomettono, accettano che “è così perché è così sia il loro estremo orizzonte e argumentum ultimum. Dello spirito di rivolta allora resta solo il guscio, l’abito storico senza anima. Questo è stato lo stalinismo.  

Segnato dallo “stalinismo profondo” dell’astuzia togliattiana, il Pci era portato a diffidare delle masse giovanili libertarie in rivolta, a cercare al massimo di utilizzarle entro il suo schema già consolidato senza avvertire il bisogno di una nuova profonda elaborazione strategica che riconoscesse la rottura epocale da esse apportata. Eppure era evidente che il ’68 stava cambiando il quadro strategico entro cui, nell’Italia degli anni  ’30-’50, era avvenuta la lettura togliattiana del pensiero di Gramsci.  

Gigi si accostò a chi riproponeva la teoria rivoluzionaria dell’Ottobre senza le fumose ambiguità togliattiane, cioè il marxismo leninismo, non nelle sue caricature settarie, ma nella sua concezione più originale, non dogmatica, che – secondo lo schema classico – poneva come questione centrale la formazione del partito e la conquista del potere. 

Ci fondemmo così con il Circolo Lenin di Mestre e con Avanguardia operaia di Milano. Comincia la terza tappa dell’esperienza politica di Gigi (dopo quella del Pci e quella del centro Rosa Luxemburg) che diventa dirigente locale e della nuova organizzazione e membro del comitato centrale di AO. Nell’organizzazione è sempre presente e attivo, sempre circondato da grande affetto. In quegli anni, oltre che essere compagni di partito, facemmo parte della stessa cerchia di amici.  Avevamo una familiarità quasi quotidiana. 

Andavamo spesso a cena insieme e anche in montagna, in gruppo, specie durante le feste di fine anno. Gigi fuori della sede politica era un po’ goffo. Non era un uomo di mondo, non aveva attrezzatura da montagna, non sciava. Il suo impaccio non era di tipo fantozziano, aveva qualcosa – se mi è lecito fare un paragone tanto impegnativo – dell’albatros di Baudelaire. 

Lo ricordo nella grande cucina della casa che avevamo affittato in tanti a Padola per le feste di fine anno, durante una discussione che durava dalla notte, infagottato in una giacca da città e sciarpa, mentre getta continuamente ceppi di legna nella stufa arroventata, e dice “bisogna sentire anche l’altra campana”, e nel silenzio ancora notturno una campana suona davvero. Era quella che annunciava la prima messa nella chiesa del paese. La coincidenza produsse un singolare effetto comico. 

Le persone si sentono anche prima e senza parlarsi. Gigi aveva in sé una carica umana, nella sua timida ruvidezza, che lo rendeva simpatico a tutti anche se, quando parlava, i suoi ragionamenti erano spesso difficili da seguire. Talvolta tortuosi ma, come ha detto Alfredo Ferro nella sua commemorazione ai funerali, la tortuosità nasceva da uno scrupolo: dalla preoccupazione di Gigi di non trascurare nessun versante delle questioni. Questo lo portava spesso a prendere le mosse dai lati e aspetti più esterni e anche marginali dei problemi che trattava. 

La spinta del ’68 giungeva al suo culmine nel ’76. Arrivammo a Democrazia proletaria, all’ingresso in parlamento. Per quanto la nostra pratica fosse dinamica e aperta, i nostri pensieri non lo erano altrettanto. Noi stessi, espressione sociale del nuovo, non avevamo strumenti concettuali adeguati a comprenderne ed elaborarne politicamente la portata. Non riuscimmo a trovare un baricentro nuovo e più profondo per la politica.  

La nostra elaborazione della realtà dell’Italia degli anni ’70 rimase non in grado di sostituire il Pci quando, giunto alle soglie del governo, le sue ambiguità esplosero ed ebbe inizio la sua crisi finale. La sua linea di (cattivo) compromesso non riusciva più a mascherare con le furbizie togliattiane la propria subalternità, culturale prima che politica, allo stato di cose esistente. Ciò apparve evidente quando il partito, per portare avanti la sua linea, fu costretto a entrare in rotta di collisione con la spinta dal basso dei movimenti. Fu come segare il ramo su cui era seduto. 

Con il ’78 il ciclo della rivolta, senza aver dato luogo al rivolgimento, era esaurito. Il suo spirito si ritirava dal mondo, in attesa di nuove, più propizie circostanze. 

Per noi, che avevamo vissuto l’onda sociale montante, fu duro ritrovarci ora spiaggiati. Il mondo ci sfuggiva dalle mani. Ciascuno affrontò la crisi a suo modo. Chi rimase in politica, ma in un quadro completamente diverso e con diverse motivazioni, e chi si ritirò. Chi s’integrò e chi s’isolò, vivendo dure, spesso drammatiche crisi personali. 

I miei rapporti con Gigi si diradarono. Prima la centralità dell’impegno politico faceva da perno e plasmava anche, in larga parte, le relazioni interpersonali. Ora ognuno doveva reinventare se stesso, la propria vita, le sue motivazioni, le sue relazioni. Qui inizia la quarta fase della vita di Gigi. Quella animalista. 

Questa svolta può a prima vista apparire incoerente con la vita e gli interessi precedenti di Gigi, in realtà non lo è. Qui, anzi, si mostra – secondo me – in modo più chiaro che mai lo spessore, la profondità di un impegno, il suo, che toccava e coinvolgeva gli strati vitali più profondi della sua anima. 

La sconfitta politica lo fa arretrare, ma allo stesso tempo allarga la sua visione. Se posso dire, in una parola: l’impegno di Gigi, da storico-politico, sprofonda e si allarga in cosmico.  

Chiusa davanti a lui la prospettiva del riscatto dell’uomo attraverso il rivolgimento dell’umano, per Gigi si apre quella del soccorso al dolore dell’universo.  

La rivoluzione è il culmine del mondo umano, i suoi limiti sono definiti dal linguaggio. La rivoluzione è un fatto, anzi il fatto linguistico per eccellenza (cambiare tutto è dire tutto, non lascare nulla al non detto, anche se si può avere fiducia che, detto l’essenziale, qualcosa – un resto d’indicibile – ci sarà abbonato). 

Il mondo umano, il mondo della parola e della storia, nasce traendosi dal sottostante silenzio cosmico. Il dolore di questo è rivestito e sublimato dalla parola che lo dice: può essere comunicato, ricordato. Nel mondo naturale questo non è possibile. Il dolore dell’animale è immediatamente dolore del mondo: non ha parola, non ha storia. È nudo, silenzioso, insocializzabile. Assolutamente indifeso. Perciò da esso non ci si può difendere: s’insinua struggente nell’anima, come il canto misterioso delle sirene. 

Si può solo voltarsi, dimenticarlo: l’umano nasce da questa crudele, pietosa e impietosa dimenticanza. Ma quando esso – la sua refrattarietà a essere conseguente e a diventare davvero umano – lacera l’anima, dalla ferita, come da una falla, l’innominabile e irredimibile dolore cosmico sgorga in lei. 

Ecco, pensavo che Gigi avesse fatto questa esperienza, quando lo incontravo a volte per strada, con le sue gabbiette. 

Recentemente, qualche anno fa, siamo andati anche a pranzo insieme, in incontri organizzati da Pierluigi Olivi, cui era presente anche Corrado Bevilacqua, anche lui, come Gigi, malato di Parkinson, anche lui scomparso da poco. Parlavamo di tutto. Gigi dava sulla situazione attuale giudizi molto lucidi. Non aveva smesso di amare gli uomini, e quest’amore traspariva talvolta dalle sue parole. Ma si sentiva anche che il mondo umano non era più tutto per lui, che il momento più suo era quando, accarezzando i suoi gatti, con la sua ruvida dolcezza cercava di portare un po’ di conforto all’universo.    

La Rosa di Gigibeo ultima modifica: 2018-11-01T20:36:27+02:00 da ALBERTO MADRICARDO

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