La Grande Guerra raccontata dai protagonisti

In trincea, al gelo, giorni e notti al confine perenne con la morte. La "porca guerra" nelle testimonianze scritte dei giovani mandati al massacro raccolte da Paolo Giacomel, professore per una vita in un liceo di Cortina, profondo conoscitore della storia locale. ytali l'ha intervistato
scritto da ENZO BON

[CORTINA D’AMPEZZO]

È una Grande Guerra diversa quella raccontata nei diari dei soldati al fronte, in prima linea sulle nostre montagne. Una guerra, sia da parte italiana che austro-ungarica, combattuta da eroi per caso, da eroi loro malgrado, che avevano quali unici desideri la pace e il poter tornare a casa dalle loro famiglie. A raccontarla, questa storia differente, è Paolo Giacomel, professore per una vita in un liceo di Cortina d’Ampezzo, profondo conoscitore della storia locale, da anni cacciatore di diari inediti dei soldati al fronte.

Paolo Giacomel (a destra)

Lo incontro al Rifugio Scoiattoli, sulle Cinque Torri, zona che fu, durante la Grande Guerra, teatro di drammatici scontri e di immani sofferenze. Oggi c’è una rievocazione storica dove soldati in divisa, di ambo le parti, si contendono il terreno tra salve di cannone e crepitare di mitraglie finte. A darmi contezza che tutto sia una sceneggiata sono le grida dei bambini stupiti, il vociare garrulo delle comitive e i mille colori alla moda degli abbigliamenti da montagna indossati dai tanti turisti presenti. Eppure, a chiudere per un attimo gli occhi quando il cannone spara l’innocua salve, senti le viscere che tremano, e il rombo incupirsi quale tuono, e l’eco rimbalzare al di là della strada che porta al Falzarego, infrangersi sulla Tofana di Rozes, per poi spandersi sul Piccolo Lagazuoi e quindi trovare sfogo e finalmente disperdersi lungo l’aspra valle di Travenanzes.

Se qualcuno volesse mai fare i fuochi d’artificio su questi monti [spiega il professor Giacomel] questo sarebbe il terribile effetto acustico. Pensa cosa sarà stato quando a sparare non erano cannoni finti, come quelli usati ora, ma veri obici, dal calibro estremo, capaci di distruggere uomini e natura a chilometri di distanza.

Perché è proprio qui, tra queste vette, che per ben 29 mesi, tra il 1915 e il ’17, due eserciti si sono fronteggiati per qualche metro di terra, lasciando sul campo migliaia di uomini. Eroi per caso, appunto, che neppure conoscevano il motivo del contendere perché, ad esempio, venivano dalla Sardegna, dove facevano i pastori e non capivano neppure la lingua parlata dagli ufficiali; oppure erano contadini serbi o ungheresi, che poco o nulla sapevano dei motivi della guerra.

Uomini che si sono combattuti in condizioni drammatiche, con dieci metri di neve sotto i piedi, come ricorda Giacomel: perché, ad aumentare la iattura, quello tra ottobre del ’16 e aprile del ’17 fu il più terribile inverno che, a memoria d’uomo, sia stato registrato su queste vette.

Rievocazione storica (immagine da https://www.dolomiti.org/it/)

Chi sapeva scrivere, scriveva molto: lettere, cartoline, diari. Tutto serviva per essere, almeno per un attimo, almeno con i pensieri, fuori da questi luoghi maledetti e vicino alle persone amate. E chi non sapeva leggere e scrivere veniva aiutato dai compagni più studiati, da qualche ufficiale un po’ più umano, dal cappellano militare. Ed era così tanta la voglia di intimità nel leggere una lettera che arrivava al fronte scritta dalla moglie, che un fante analfabeta – si racconta in un diario – andò da un suo commilitone e lo pregò di leggergli la missiva, ma avendo cura di tapparsi le orecchie per non sentire le parole d’amore che la moglie gli inviava…

C’è tra i tanti [spiega Giacomel] un diario che più di altri riesce a far capire cosa doveva provare un uomo che viveva in quelle condizioni. Il soldato si chiamava Oreste Anelli Zampa, ed era un romano. Aveva la fedina penale sporca, chissà, forse per qualche reato minore. Gli promettono che se andrà al fronte a combattere, quando tornerà, saranno cancellati tutti i suoi debiti con la giustizia. E lui accetta, e si trova in prima linea, sulle Dolomiti, a fare bene il suo dovere di militare. Ma gli manca tanto Rosa, la sua amata.

Leggo alcuni passi delle ultime pagine del diario di Oreste, ritrovato dieci anni orsono in un fienile di un paesino sotto la Marmolada e giunto nelle mani di Giacomel: “Io dico alla mia Rosa che andrò a Roma, e la guarderò, e la farò contenta”; e qualche giorno dopo: “…se qualche volta scrivo qualche cosa, lo faccio dalla rabbia, altrimenti mai nulla farei sapere, ma mi ci tirano proprio per i capelli, specialmente te, cara Rosa, con i tuoi scritti a doppio senso sapendo che io li comprendo bene…”.

Il 31 luglio è l’ultima volta che Oreste scriverà sul suo diario: “Riprendiamo il lavoro, oggi è buon tempo ricevo lettera di Rosa arrabbiata perché la rimproverai. Rispondo e spero non si rinnovi tal fatto. Qui si sta sempre sotto il fuoco delle granate e degli shrapnel, ma ho scritto che sto al sicuro almeno non staranno tanto in pensiero per la mia vita”.

Ma la vita di Oreste si fermerà proprio quel 31 luglio, e quelle pagine, vergate su un quadernetto a quadretti con una matita copiativa, resteranno testimoni di una personale tragedia nell’immensa tragedia della guerra.

Le parole che più ricorrono nei diari di ambedue le parti [continua Paolo Giacomel] sono pace, famiglia, bambini, mamma, papà, invocazioni religiose e imprecazioni contro la “porca guerra”, quella “guerra da imbecilli” che non capivano e che speravano finisse presto.

Pagina di un diario (gentile concessione di Paolo Giacomel)

Dovevano pure fare attenzione a non scrivere frasi troppo critiche, perché la censura militare, molto attiva, avrebbe potuto sequestrare tutto, anche quell’unica, piccola parte di privato che poteva restare a chi combatteva in trincea. Sono parole, però, che raramente trasudano odio o desiderio di vendetta, ma solo voglia di pace, di tranquillità, di ritorno alla normalità e alla vita di tutti i giorni; parole e pensieri rivolte ai propri cari, alla moglie tanto sola e alla paura che la lontananza porti a un tradimento. 

Spesso [sottolinea Giacomel] le lettere dei soldati terminano con i saluti da parte del “tuo marito innamorato e fedele”, mentre quelle delle mogli con “la tua fedelissima”, proprio per il bisogno di rassicurare, almeno a parole, che il rapporto matrimoniale è ancora saldo, ben sapendo, purtroppo, che episodi di infedeltà potevano certamente avvenire.

È infatti questa paura che spinge Bartolo Barbaria, guida alpina austro-ungarica che abita a Cortina, ad abbandonare la prima linea, che si trovava a qualche chilometro da casa sua, proprio su queste montagne, per andare dalla moglie e stare con lei per ben tre giorni. I suoi superiori se ne accorgono, e quando ritorna rischia la fucilazione. Lui si giustificherà dichiarando che doveva portare il cibo che risparmiava dal suo rancio ai suoi bambini; se la caverà grazie alla comprensione dei suoi ufficiali e racconterà questa avventura nel suo diario.

Ma non sempre andrà così: molti gli episodi di fucilazioni anche per futili motivi, soprattutto nei primi anni di guerra. Bastava davvero poco: una mala risposta a un ufficiale, una lieve disobbedienza o la paura di affrontare il nemico per finire davanti al plotone d’esecuzione. Una foto, ritrovata da Giacomel, racconta questi tragici epiloghi: vi si vede un cimitero di guerra dove, in uno spazio relegato e lontano dalle altre sepolture, vi sono molte croci con al posto del nome la scritta “Fucilato”. Un dramma nel dramma, spesso raccontato da persone estenuate dai lunghi servizi di diciotto ore al giorno, dal freddo e – soprattutto da parte austro-ungarica – dalla fame, da assalti che, già si sapeva, avrebbero decimato interi battaglioni. Perché la mitraglia, che da poco era stata inventata, non appariva nei libri di testo delle scuole di guerra degli ufficiali dell’epoca, abituati ancora a dare battaglia con cariche di cavalleria e assalti all’arma bianca: strategie medioevali, che non facevano i conti con la potenza di fuoco della nuova arma. E così capitava che migliaia di uomini fossero falciati, e che altre migliaia seguissero la stessa sorte: così per giorni e giorni, per conquistare un fazzoletto di terra, una cengia, una vetta.

L’ultima pagina del diario di Oreste Anelli Zampa (gentile concessione di Paolo Giacomel)

In preda a un comprensibile sconforto, il soldato Massimiliano Menardi scrive alla moglie: “Lo so purtroppo che tutti sono più fortunati di me e dei compagni, e il mio fido amico non ha avuto il permesso. Ma giungerà per noi il giorno nel quale potremo rimpatriare e abbracciare i nostri cari. Pertanto ora ci siamo allontanati alquanto e portati in montagna dove non si vede che il cielo, monti boschi e qualche rara baracca nella vicina valle. La temperatura è mite e stiamo abbastanza bene. L’altezza è 1200 metri dunque pressapoco come voi. Le immagini che mi spedisti le ho ricevute e le terrò care. Ti ringrazio tanto e ne sono convintissimo del vostro grande desiderio di rivedermi. Non è meno il mio! Con tutto ciò, temo assai che neppure il mese di febbraio mi venga concesso il permesso, e bisognerà pazientare sino a marzo. Basta che Dio e la Beata Vergine della Difesa ci conservi tutti in salute. Poi un mese non durerà più tanto”.

E ancora, in un altro diario, la grande delusione per una guerra che doveva essere l’ultima del Risorgimento, che doveva durare poco e che invece durerà lunghi anni: “Che ne facciamo di queste rocce e di questi sassi ? E perché andiamo a combattere quelli che ci dicono essere barbari ma che però parlano in italiano, come noi ?”

Una guerra che pone domande, scritte con un linguaggio semplice; vergate col lapis. Domande che non sono riportate nei libri di storia. Domande che, ancora adesso, ci interrogano e ci fanno riflettere davanti a una convivenza europea sempre più difficile per molti, ma sempre più terribilmente necessaria per tutti.

 

 

La foto in apertura è di Gian Augusto Fincato. Riprende un particolare della mostra sugli oggetti della quotidianità della Grande Guerra allestita a Enego da Michele Cerato nell’estate 2017

Qui di seguito, un articolo su come la Germania ha rievocato la Grande Guerra:
La Grande Guerra cent’anni dopo. La Germania ricorda pensando a oggi

La Grande Guerra raccontata dai protagonisti ultima modifica: 2018-11-03T13:33:22+00:00 da ENZO BON

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