Nouvelle Calédonie. Divorzio da Parigi?

Domani, domenica, un referendum deciderà se l'arcipelago distante oltre sedicimila chilometri dalla Francia diventerà indipendente o se resterà francese. All’ombra del crescente espansionismo cinese nell’area del Pacifico.
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

È il 24 settembre del 1853 quando il contrammiraglio Febvrier-Despointes prende ufficialmente possesso della Nuova Caledonia, un territorio che, scrive ai suoi superiori, “permetterà alla Francia di assicurarsi quella posizione nel Pacifico reclamata dagli interessi della marina militare e commerciale”. Un arcipelago che è stato terra di “evangelizzazione“, colonia penale, miniera di nichel, “riserva” per i Kanak, la popolazione indigena delle isole.

Tuttavia domenica 4 novembre, centosessantacinque anni dopo l’arrivo di Febvrier-Despointes, un referendum potrebbe portare una delle ultime colonie francesi a diventare indipendente. O forse no. Perché per ora i sondaggi non sembrano dare molta speranza agli indipendentisti: secondo una recente inchiesta di Harris Interactive il vantaggio del “no” all’indipendenza sarebbe netto (66 per cento).

Una storia travagliata quella della Nuova Caledonia. Non inconsueta tuttavia per i paesi che hanno vissuto il dramma del colonialismo. I primi a metterci piede furono gli inglesi, quando nel 1744 James Cook vi sbarcò durante il suo secondo viaggio alla scoperta del Pacifico. Sarà Cook a chiamarla Nuova Caledonia poiché le coste di questa nuova terra gli ricordavano quelle scozzesi (Caledonia è il nome latino della Scozia). Più tardi vi arrivarono gli esploratori francesi, che si lanciarono in una competizione con la missione protestante britannica, che voleva evangelizzare la Melanesia.

Fino, appunto, al 1853, quando la Francia prende ufficialmente possesso dell’isola. E la trasforma in una colonia penale: prima il governo francese vi spedisce i detenuti politici, come i Comunardi, poi i responsabili di crimini più gravi, come l’omicidio o le violenze sessuali. La popolazione autoctona, i Kanak, fu sempre più relegata ai margini e sfruttata per quella che era e rimane la ricchezza dell’isola, il nichel: circa un quarto delle riserve mondiali di nichel si trova infatti nella Nouvelle Calédonie. Ricchezza che ha permesso alla Francia di essere il quinto produttore mondiale di questo materiale indispensabile per la fabbricazione dell’acciaio.

È con la Seconda guerra mondiale che muta la percezione dei colonizzatori nei confronti dei Kanak che partecipano al conflitto, distinguendosi per il valore sul fronte del Pacifico. E nel 1946 la Francia “ricompensa” la Nouvelle Calédonie con lo statuto di Territoire d’outre-mer (Territorio d’oltremare): i suoi abitanti, ormai cittadini francesi, sono rappresentati al parlamento da un deputato e un senatore (anche se il suffragio universale completo arriverà solo nel 1957). L’arcipelago godrà quindi durante gli anni successivi degli effetti del boom economico e di un contesto di prosperità che inizia ad attirare immigrazione dalle altre isole dell’Oceania e dalla Francia stessa.

La popolazione di un villaggio Kanak agli inizi del Novecento

Nel frattempo molti Kanak hanno la possibilità di studiare in Francia e, quando ritornano nella Nouvelle-Calédonie, portano con loro molte delle idee del Maggio francese sulla decolonizzazione e sull’autodeterminazione dei popoli colonizzati. E qui fondano i primi movimenti che chiedono l’indipendenza dalla Francia. La loro azione politica diventa sempre più intensa e si trasforma negli anni Ottanta in una vera e propria rivolta contro i “lealisti”, fatta di omicidi, attentati, imboscate, scontri a fuoco ed espulsioni.

Una lotta che culmina con la tragedia d’Ouvéa , quando dei militanti indipendentisti uccidono quattro gendarmi, ne tengono in ostaggio altri in una grotta e poi loro stessi muoiono in seguito ad un intervento della polizia che uccide ventun indipendentisti e due dei poliziotti sotto sequestro. Sarà la reazione a questa carneficina che porterà il presidente François Mitterrand a cambiare strategia: nel 1988 gli accordi di Matignon previdero un percorso di trasferimento progressivo e irreversibile di competenze alle autorità dell’arcipelago. E, dieci anni dopo, per evitare un referendum sull’indipendenza, il primo ministro socialista Lionel Jospin firmava gli accordi di Noumea che definivano il percorso per il trasferimento ulteriore di competenze e la possibilità dell’indipendenza. L’accordo del 1998 prevedeva infatti la possibilità per la Nouvelle-Calédonie di organizzare un referendum sul tema tra il 2014 e il 2018. Ed eccoci a oggi.

I governanti francesi hanno avuto un atteggiamento molto discreto sul tema. Durante il suo mandato François Hollande aveva cercato di dimostrare riservatezza sulla questione. All’epoca delle elezioni presidenziali del 2017, tuttavia, il “candidato” Emmanuel Macron si era invece espresso per una Nuova Caledonia all’interno delle Repubblica francese. Oggi invece, in nome della neutralità dello stato, la posizione è più sfumata, per evitare che gli indipendentisti possano mettere in discussione il risultato del referendum. E quindi, in un recente viaggio nell’arcipelago, il presidente Macron dichiarava che:

La Nouvelle-Calédonie serba il ricordo delle rivolte soffocate nel sangue e di quelle divisioni tra tribù organizzate dal colonizzatore per schiavizzare meglio tutti […] La decisione oggi spetta agli abitanti della Caledonia […]. Non mi esprimo sul soggetto non per sottrarmi a una responsabilità ma perché davvero non è una mia responsabilità […] la Francia tuttavia non sarebbe la stessa senza la Nouvelle-Calédonie.

Chi si è ufficialmente schierato per il “no” sono Laurent Wauquiez, il leader de Les Républicains, e Marine Le Pen (Rassemblement Nationale). Wauquiez ha anche criticato apertamente il presidente della repubblica reo di non aver preso una posizione chiara sul referendum:

Se ci fosse stato un referendum sull’appartenenza della Corsica, della Bretagna, dei Paesi Baschi o di un’altra regione francese, pensiamo davvero che un capo dello stato e un primo ministro non si sarebbero pronunciati?.

Stessa linea per Marine Le Pen che nella principale città della Nouvelle-Calédonie ha sconfitto Macron al ballottaggio:

La Francia fornisce alla Nouvelle Calédonie servizi e protezione, mentre l’arcipelago, questo gioiello all’altro capo del mondo, è una risorsa per il nostro paese, poiché mette in risalto la presenza francese nei cinque continenti […] noi combattiamo da tempo la logica della decostruzione delle nazioni […] Temo che in caso d’indipendenza non sarà la popolazione locale che prenderà il potere ma le grandi imprese multinazionali che verranno a saccheggiare il ricco suolo caledone.

Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) dal canto suo ha deciso di rimettersi alla decisione dei cittadini, senza esprimere una posizione particolare. Anche se ha dichiarato:

Se facessi parlare il mio cuore, direi ‘restiamo assieme’. Ma sono anni che milito a fianco degli indipendentisti e conosco la forza e le motivazioni dei loro argomenti. Mi rimetto alla decisione dei caledoni.

Se si esclude la polemica tutta politica, il dibattito sul referendum di un arcipelago a sedicimila e cinquecento chilometri di distanza non suscita grande interesse tra i cittadini francesi.

Rock Wamytan, leader degli indipendentisti

Secondo un sondaggio YouGov per l’Huffington Post France soltanto il 39 per cento degli intervistati aveva sentito parlare del referendum e soltanto il venti per cento aveva una conoscenza esatta dell’oggetto del referendum. Anche se pochi conoscono l’esistenza di questo referendum, la maggior parte degli intervistati ritiene che Macron avrebbe dovuto essere maggiormente coinvolto nel referendum, esprimendo una posizione sul tema (per il quaranta per cento degli intervistati). Anche se poi il 35 per cento dei francesi intervistati si è dichiarato favorevole all’indipendenza della Nuova Caledonia (solo l’undici per cento è contrario, mentre il resto non ha un’opinione o non conosce abbastanza la questione per esprimerla).

La campagna elettorale nell’arcipelago invece è stata molto accesa. Calma ma con divisioni molto nette. Gli indipendentisti sono raggruppati nel Front de libération nationale kanak et socialiste, una coalizione di diversi partiti che propone la nascita di un nuovo stato: la Kanaky-Nouvelle-Calédonie. I sostenitori del “no” voglio restare legati alla Francia, anche se marciano in ordine sparso e per ragioni politiche “francesi”: il principale partito caledone è Calédonie ensemble, che è parte del movimento di Emmanuel Macron e che guida il governo locale dell’arcipelago e la ricca provincia del sud. Gli altri partiti favorevoli al “no” sono Les Républicains calédoniens et Le Rassemblement National caledone. Quest’ultimo punta alla revisione degli stessi accordi di Noumea, troppo favorevoli agli indipendentisti.

I Kanak sono in maggioranza indipendentisti ma sono ormai minoritari nell’isola. E più il tempo passa e più la vittoria dell’indipendenza nel referendum per l’autodeterminazione sembra improbabile. Nonostante una legislazione elettorale che ostacola la procedura di voto e che avrebbe dovuto favorirli. Domenica infatti potranno votare soltanto 175.000 persone dei 210.000 elettori registrati. Anche se 35.000 caledoni sono iscritti alla lista elettorale generale, per partecipare a quest’elezione bisogna soddisfare otto criteri particolari, tra i quali l’aver partecipato alla ratifica degli accordi di Noumea del 1998 e di risiedere in Nouvelle-Calédonie almeno dal 1994.

Non sarà comunque la pietra tombale sull’indipendenza. Perché gli stessi accordi di Noumea prevedono la possibilità di almeno tre referendum. E questa possibilità di reiterazione del referendum preoccupa i vicini “occidentali”. Australia e Nuova Zelanda non hanno mai smesso di ripetere che l’area del Pacifico ha bisogno della Francia, poiché rappresenta un contributo alla stabilità e allo sviluppo della regione.

E recentemente i due paesi hanno offerto il loro aiuto alla Francia per bloccare la richiesta della Polinesia francese di essere inserita nella lista Onu dei paesi non ancora decolonizzati (come la Nouvelle Calédonie). Francia e Australia hanno inoltre firmato nel 2012 una partnership strategica di cooperazione nell’area, anche nell’ambito della sicurezza.

Che l’indipendenza della Nouvelle-Calédonie non sia ben vista nemmeno a Washington poi non è mistero. Secondo Erik Larsen, research assistant al Center for Strategic and International Studies (Csis), l’indipendenza:

[…] potrebbe alterare la mappa del potere nel Pacifico meridionale e influenzare gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi partner.

Perché una Nouvelle-Calédonie indipendente potrebbe indebolire la presenza occidentale in un’area dove la Cina esercita sempre più pressioni economiche e politiche (aiuti in cambio di influenza) e l’Oceania fa parte dello sbarramento all’espansionismo cinese che tra il 2006 e il 2014 ha investito quasi due miliardi di dollari nelle isolette del Pacifico, il terzo paese per aiuti allo sviluppo dopo Australia e Nuova Zelanda nell’area.

Credo che il posto occupato da questa regione faccia parte di una strategia più grande che dovremmo avere sull’area […] ora che gli Stati Uniti  sembrano aver voltato le spalle a questa regione e che la Cina sta costruendo la propria egemonia passo dopo passo.

aveva dichiarato Emmanuel Macron nel suo viaggio in Nouvelle-Calédonie.

Una preoccupazione, però, che i cittadini della France métropolitaine non sembrano avere. Almeno per ora.

Nouvelle Calédonie. Divorzio da Parigi? ultima modifica: 2018-11-03T11:21:23+02:00 da MARCO MICHIELI

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