Tristezza per favore vai via. Da Venezia

Con tutti gli indicatori turistici in crescita la città unica al mondo si candida a finir male. Eppure, non sarebbe così triste...
scritto da ROBERTO ELLERO

Ancora un libro su Venezia? Con buona pace del compianto Aznavour, il giornalista Francesco Erbani titola perentoriamente Non è triste Venezia (pubblicato da Manni) il suo recente “reportage narrativo da una città che deve ricominciare”, oggetto in questi giorni di incontri e dibattiti in città. Titolo a effetto, destinato a incuriosire. E forse a promettere più di quel che poi leggendo trova conferma: il malessere di una città divorata dall’unica industria oggi esistente, quella turistica.

Intendiamoci: il lavoro è sul pezzo, atto a restituirci in istantanea l’immagine autentica, e dunque necessariamente complessa e sfaccettata, di una città al contempo travolta dal turismo di massa e animata da propositi di rinascita, ammorbata da grandezze incompatibili o inconcludenti (le navi della crocieristica king size; il Mose, fonte di non pochi guai e – allo stato – di nessuna utilità) eppure ancora capace di indignarsi (la moltitudine di associazioni e comitati che affolla la scena pubblica), rosa sino al midollo da quella malattia altamente contagiosa e onnivora che si chiama rendita di posizione ma, stranamente, ancora disposta a sperare.

In premessa, giusto per far capire il taglio del titolo, le ragioni dell’ottimismo:

A Venezia ci sono le condizioni per prefigurare un organismo urbano del futuro: perché non cresce e non consuma suolo, perché non spreca risorse; perché riusa tutto (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è ospitale, multiculturale e multietnica, perché si circola senza macchine, perché coltiva gli spazi pubblici, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una dimensione pubblica, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale relazione fra il costruito e il suo ambiente, cioè la Laguna.

Tutto vero, per carità, non fosse per quel maledetto esistente che continua a parlare un’altra lingua e a esercitare altre pratiche, caparbiamente riassunto nei capitoli che cadenzano il libro. E dunque un pessimismo della ragione che inchioda l’esistente all’essere odierno di Venezia, non al suo ipotetico e soltanto potenziale poter essere, tornare a essere o divenire. Numeri, tanti numeri, per oggettivare e rendere tangibile il crescente disagio: dai volumi turistici in continua espansione allo spopolamento cittadino, dai cambi d’uso residenziali ai palazzi venduti e più spesso svenduti, per ospitare il più delle volte alberghi. Alberghi, sempre alberghi e, nelle isole, resort, la specialità della casa, l’unica su piazza persino nella dirimpettaia Mestre, che orfana di fabbriche e di classe operaia si sta votando al dormitorio di riserva. Con il plauso di chi governa: schei, schei, schei…

L’autore si documenta, incontra chi ne sa e resiste, non usa perifrasi o guanti di velluto nel rintracciare responsabilità che vengono da lontano, chiamando in causa anche le scelte (o non scelte) di chi magari oggi sta all’opposizione (ammesso e non concesso che di vera opposizione si possa parlare) ma che pur stava al governo della città quando quelle decisioni venivano assunte o accettate. Ne ha per tutti, Erbani, e la sua narrazione non fa sconti.

Illuminante il capitolo sul Mose dove, persino al netto delle note malversazioni e dello strapotere assunto a un certo punto in città dal Consorzio Venezia Nuova, assumono carattere di sinistra paradigmaticità i farraginosi presupposti scientifici di una macchina destinata forse in partenza a restare “celibe”. Oggi, dopo le ripetute alte maree dei giorni scorsi, se ne reclama il completamento ma chi andasse a rileggersi la storia di quel progetto finirebbe per nutrire più di un dubbio sulla tenuta della “macchina”. E siccome a pensar male spesso s’indovina, sta forse esattamente in questa inconcludenza programmata la ragione dell’attuale impasse, ben al di là della volontà di chi gli si è opposto sin dal primo momento o dei soldi che cominciano a mancare.

A impressionare positivamente l’autore, dicevamo, la vivacità dei movimenti cittadini, che prendono parola e forma nel libro con la forza delle loro esperienze. Dal Forum per l’Arsenale a Poveglia per tutti, dalla Vida Nova alle passeggiate di massa di Ocio ae gambe e Mi no vado, promosse dall’Associazione XXV aprile, senza naturalmente dimenticare le possenti e spettacolari manifestazioni alle Zattere del Comitato No Grandi Navi e tante altre iniziative di ispirazione schiettamente ambientalista. C’è una Venezia che resiste e che non manca di inventiva, reclamando la salvaguardia di pietre, acque e persone, i tre elementi parimenti imprescindibili che denotano quell’unico urbano che è Venezia, tutti per una ragione o per l’altra a rischio. Basta per ovviare ai limiti o alle miopie della politica? Basta per aver ragione della tristezza?

Qui e là, tra le pieghe del libro, che si chiude con la testimonianza “alta” dell’irriducibile Edoardo Salzano, dalle schermate del sito eddyburg le sue battaglie di oggi per la città (urbs, civitas, polis: non una di meno), escono idee e proposte, spesso ruotanti sull’internazionalità di Venezia come carta da giocare per un nuovo ruolo attivo della città: funzioni di rappresentanza, di studio e di ricerca, di produzione e non solo di vetrina culturale (capito Biennale?), capaci di attrarre nuova residenza e di produrre nuovo lavoro, possibilmente qualificato, e di restituire vitalità a un tessuto socio-economico non più al servizio del solo turismo.

Se ne parla da tempo, forse troppo, e a essere sin qui mancata è stata la capacità di farne progetto politico autonomo del governo cittadino. Autonomo dalla politica che non vuole o che non può. E dai poteri – di varia intensità, non necessariamente soltanto forti – che campano di ciò che la città già rende in abbondanza. Ecco, il tema è noto. Arduo ma non impossibile lo svolgimento, che si tratti di liste o coalizioni civiche capaci comunque di portare a sintesi le istanze dei vari movimenti. Allora sì che, forse, sarebbe meno triste Venezia. Da qui a un anno?

Venerdì 9 novembre – ore 20
Libreria MarcoPolo – Santa Margherita – Venezia

Francesco Erbani

Non è triste Venezia

Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare
con Lidia Fersuoch
Alle 17.30 vi sarà una passeggiata con l’autore dalla Vida alla libreria

 

Tristezza per favore vai via. Da Venezia ultima modifica: 2018-11-08T13:14:42+00:00 da ROBERTO ELLERO

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