Arabi d’Israele. Il “popolo invisibile”

Dopo la recente legge approvata dalla Knesset, sempre più cittadini di serie B ma tutt'altro che rassegnati a esserlo
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

È riuscito in un’impresa politica di portata storica: unire i vari partiti arabi, in un’unica lista, che alle ultime elezioni legislative ha conquistato quattordici seggi alla Knesset, il parlamento israeliano. E ora, Ayman Odeh, 45 anni, avvocato, nato ad Haifa, leader del Partito comunista d’Israele e oggi presidente della Joint List (in termini di seggi, terza forza parlamentare), è il leader riconosciuto della protesta degli arabi israeliani, che secondo il recentissimo aggiornamento dell’ufficio centrale di statistica sono il 20,9 per cento su una popolazione di quasi nove milioni (gli ebrei sono il 74 per cento).

Odeh era intervenuto nel dibattito alla Knesset sventolando una bandiera nera:

Questa è una legge crudele. Oggi dovrò dire ai miei figli, e a tutti i figli delle città arabo-palestinesi del paese, che lo stato d’Israele ha dichiarato che non ci vuole più qui, che d’ora in avanti diventiamo cittadini di seconda classe.

Odeh ci spiega così il senso di una rivolta che continua:

A colpi di maggioranza, Israele ha perso la sua anima originaria. Quella legge che segna un punto di non ritorno, sancisce la realizzazione di una idea di stato, di popolo, di comunità, che si fonda sull’appartenenza etnica, sull’affermazione di una diversità che crea gerarchia, che al massimo può contemplare la tolleranza ma mai una piena inclusione.

Resta il fatto, ribattiamo, che i sostenitori della legge affermano che l’identità ebraica era a fondamento dello stato d’Israele sin dalla sua nascita. Se è così, perché la rivolta? Risponde senza esitazioni Odeh:

Se fosse un fatto logico, consequenziale, non si capirebbero le critiche e l’opposizione a questa legge che sono venute non solo da settori importanti, non solo intellettuali, della società ebraica israeliana, ma anche dalle componenti più liberali della diaspora ebraica. Quella legge è uno strappo ideologico voluto dalla destra oltranzista che oggi governa Israele. Ogni norma di quella legge risponde a una visione messianica d’Israele, del suo popolo eletto, di uno stato che viene ridefinito a partire da questa visione fondamentalista.

Prosegue Odeh:

Un “pregio”, però, questa legge ce l’ha: quello della chiarezza. I sostenitori di questa legge rifondativa dello stato d’Israele hanno dato una legittimazione istituzionale alla politica degli insediamenti, considerando la colonizzazione come parte fondante dell’identità nazionale d’Israele. Fino ad oggi, la destra delle ruspe, aveva giustificato il muro in Cisgiordania, l’annessione di fatto di parte dei territori della West Bank, territori che due risoluzioni delle Nazioni Unite definiscono e considerano “occupati”, come un problema di sicurezza, di lotta al terrorismo palestinese. Insomma, provavano a dare al mondo, di questa politica di occupazione, una versione difensiva.

E infine conclude:

Ora non è più così. La legge voluta dalle destre altro non è che la “costituzionalizzazione” del disegno di Eretz Israel, e nella Sacra Terra d’Israele chi non è ebreo può essere al massimo tollerato, ma se scegliesse di andarsene nessuno si strapperebbe le vesti. Di una cosa sono assolutamente convinto: una democrazia compiuta, solida, è quella che include e non emargina o addirittura cancella l’identità di un venti per cento della popolazione. Democrazia non è dittatura della maggioranza ma garanzia dei diritti delle minoranze. Minoranze che vanno riconosciute per ciò che sono, vale a dire comunità, e non come sommatoria di singoli cittadini.

Ayman Odeh, 45 anni, avvocato, presidente della Joint List

Nell’operare questa distinzione – insistiamo – lei tocca un nervo scoperto, che riguarda l’atteggiamento di quella parte dell’Israele sionista che, pur criticando fortemente la legge in questione, sostiene che in discussione non è l’identità ebraica dello stato ma la torsione fondamentalista data dalle destre. Odeh risponde:

Conosco queste posizioni, posso comprenderne le motivazioni politiche e anche i presupposti culturali, ma non posso giustificarle. Perché l’orizzonte evocato da queste forze è quello della tolleranza. Certo, qualcuno potrebbe dire: meglio essere tollerati che venire considerati quinta colonna interna dei palestinesi, collusi con i ‘terroristi’. Ma noi arabi israeliani non vogliamo essere tollerati, ma considerati cittadini d’Israele a tutti gli effetti, né più né meno degli ebrei israeliani. È questa la sfida che lanciamo. Ma che fino ad oggi si è scontrata contro un muro di ostilità o d’incomprensione che, con l’esclusione del Meretz (sinistra laica e pacifista, ndr), ha visto tutte le forze d’ispirazione sionista, nelle diverse declinazioni, alla Knesset fare quadrato contro una proposta di legge che come parlamentari della Joint List avevamo presentato qualche settimana prima l’approvazione della legge su Israele, stato-nazione ebraica.

E continua:

La proposta di legge che avevamo presentato in parlamento era centrata su un principio, su un articolo fondamentale: lo stato d’Israele è lo stato degli israeliani! Ebbene, con un voto a larga maggioranza, trasversale, che ha riguardato anche le forze di centro e i laburisti, non solo non si è messa ai voti quella proposta ma addirittura si è impedita la discussione. Non c’era niente di estremista nella nostra proposta, nessun intento provocatorio. Non si parlava degli insediamenti né si faceva riferimento, anche indiretto, alla pace con i palestinesi. Si affermava un principio che dovrebbe essere basilare in uno stato democratico: una comune appartenenza di ogni suoi cittadino, indipendentemente dalla sua appartenenza etnica o religiosa.

Di tutto ciò, Odeh ha parlato, martedì 4 settembre, a Bruxelles con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini. Un incontro che ha fortemente irritato il governo israeliano che aveva fatto pressioni perché non si svolgesse. Rimarca con Limes il leader di Joint List:

Evidentemente chi ha imposto questa legge fondamentalista ha paura delle reazioni internazionali. Legiferare una discriminazione tra cittadini dello stesso stato in base all’appartenenza etnica o religiosa non aiuta a sostenere che Israele sia l’unica democrazia in Medio Oriente.

Per Federica Mogherini:

Il rispetto dei diritti umani e dei principi che li ispirano sono e resteranno parte centrale delle relazioni Ue-Israele. Noi continueremo a monitorare le implicazioni pratiche di questa legge.

E per i falchi al governo in Israele queste considerazioni sono sufficienti per confermare la loro totale avversione verso colei che verrà ricordata come “l’amica dei palestinesi e dell’Iran”.

Quanto all’infuocato dibattito parlamentare israeliano, in quel frangente, il consulente legale della Knesset Eyal Yinon aveva chiarito in un comunicato che

sia sul piano teorico che su quello specifico è difficile non vedere una simile proposta di legge come un tentativo di negare l’esistenza di Israele come stato del popolo ebraico, e quindi, in base all’articolo 75(e) del regolamento, la commissione di controllo della Knesset ha la potestà di impedirne la presentazione.

Yinon ha sottolineato che la legge

comprende una serie di articoli che intendono modificare il carattere di Israele da stato-nazione del popolo ebraico a stato in cui c’è uno status per ebrei ed arabi riguardo alla nazionalità.

Il consigliere giuridico ha anche detto che la legge sembra intesa per modificare principi basilari, cancellando per esempio essenzialmente la “legge del ritorno” (che sancisce il diritto di ogni ebreo di immigrare in Israele), e stabilendo invece che l’ottenimento della cittadinanza israeliana sia basato sull’appartenenza personale a una famiglia di un altro cittadino dello stato. Inoltre, scrive Yinon, la legge nega il principio secondo cui i simboli dello stato riflettono la rinascita nazionale del popolo ebraico, oltre al rifiuto dell’ebraico come lingua principale dello Stato.

Attivisti della Joint List durante le elezioni del 2015. Fonte: Wikipedia.

Raccontando la manifestazione dei cinquantamila, Chemi Shalev, firma di Haaretz, annota:

Per gli arabi le emozioni sono più cariche. Le loro ferite sono più gravi e le loro cicatrici più profonde: non sono il prodotto di questa o quella legge e non guariranno rapidamente o facilmente. La situazione degli arabi israeliani è migliorata immensamente rispetto ai primi diciassette anni dello Stato, quando molti di loro vivevano sotto stretta legge marziale, ma nonostante la loro costante ascesa, sono ancora gli ultimi in fila e la cima della montagna sembra lontana come sempre. A differenza dei Drusi, gli ebrei israeliani non considerano gli arabi come “fratelli di sangue’”. Nonostante la notevole moderazione mostrata rispetto alla loro situazione, per molti, per la maggior parte degli ebrei israeliani, la minoranza araba rimane una quinta colonna in attesa.

Della comunità arabo-israeliana, Ahmed Tibi è una delle figure storiche, nel mirino della destra oltranzista israeliana per le sue posizioni radicali. Per colui che fu anche consigliere personale di Yasser Arafat, la legge dello stato-nazione indica la via dell’apartheid.

Ha un elemento di “supremazia ebraica’” e la creazione di due classi separate di cittadini, una che gode di pieni diritti e una che ne è esclusa – e anche nel secondo gruppo vi è uno sforzo per creare diverse categorie. 

Preoccupazione condivisa anche da Amir Fuchs, ricercatore all’Israeli Democracy Institute:

Il problema è che questa legge cambia l’equilibrio tra Israele come democrazia e Israele come stato ebraico ed è molto chiaro che il legislatore non ha incluso il principio di uguaglianza tra i fondamentali come era scritto nella Dichiarazione di Indipendenza.

Tibi rifiuta la differenziazione fatta dai sostenitori della legge sulla nazionalità tra diritti collettivi, di cui godono gli ebrei, e diritti individuali, che sono dati a tutti gli altri. I diritti individuali, compresi quelli culturali e politici, derivano dall’appartenenza a una collettività, come la grande minoranza araba in Israele, sostiene deciso. 

Una considerazione, quest’ultima, che trova il consenso di uno dei più autorevoli scienziati della politica israeliani, il professor Shlomo Avineri, che in un editoriale su Haaretz ha espresso la stessa posizione:

Non si possono separare i diritti dei singoli cittadini dalla loro coscienza sulla loro identità, cultura, tradizione, lingua, religione e memoria storica.

Gli arabi stanno protestando contro i tentativi per ridimensionare il loro status, dice ancora Ahmed Tibi, in uno scenario di settant’anni di discriminazione ufficiale. Un disegno in continuità mirato a quanti Tibi definisce “cittadini indigeni”. Il messaggio è netto, chiaro, brutale: sei tollerato e dovresti accontentarti delle nuove strade e delle cliniche che creiamo per te di volta in volta. Tibi nota, tuttavia, che la nuova legge ha reso molto più facile per i politici arabi israeliani convincere gli stranieri della loro difficile situazione. “Forse dovremmo ringraziare Netanyahu”, aggiunge secco.

L’incomunicabilità è totale:

Se c’è una cosa che dispiace nella vostra proposta, è che crea attrito tra lo Stato d’Israele e i suoi cittadini arabi, che nel giorno del 15 maggio 1948 hanno vinto alla lotteria. Si, hanno vinto la lotteria.

Così la ministra della Cultura Miri Revev (Likud) aveva risposto allo stesso Tibi e a Osama Sa’adi, altro parlamentare della Joint List, firmatari della proposta di legge per trasformare la giornata della Nakba (catastrofe) in una “giornata della memoria nazionale” (proposta bocciata dalla Knesset il 30 maggio 2017).

Tibi, tu, specialmente tu, avresti dovuto presentare una proposta di legge per la giornata della Baraka (Giornata della Benedizione). Quanta benedizione avete avuto, nel vivere nello stato degli ebrei, che sono compassionevoli, che non si sono vendicati dei loro nemici, che hanno teso una mano per vivere nella pace, una vita di dignità ed eguaglianza con una minoranza araba, nello stato della nazione ebraica. Ogni arabo onesto, che non si fa condizionare dalle bugie palestinesi, sa che Israele è la terra del popolo ebraico, da sempre. È scritto nel Tanach (La Bibbia – Il Vecchio Testamento), ed è scritto nel Corano. Va bene che tu non conosca il Tanach, ma il Corano lo conosci.

Per poi concludere:

Come ben sapete, amici miei arabi, voi vivete in un paradiso. Non è così Ahmed? Non è così Osama? Dove vorreste vivere? Dite la verità, senza menzogne, senza propaganda, dove vi piacerebbe essere dei parlamentari? A Gaza? A Damasco? A Baghdad? Voi agite contro gli interessi dei cittadini arabi in Israele, con lo scopo di delegittimare lo stato ebraico e mettere fine al progetto sionista. Mi dispiace deludervi, Ahmed Tibi e Osama Sa’adi, non è successo allora è non succederà oggi… Il popolo d’Israele è tornato nella sua terra, il popolo d’Israele è vivo (Am Israel Hay!).

Miri Regev

La minoranza araba che vive e lavora in Israele si è sempre sentita discriminata e trattata come “cittadini di serie B”. Adesso, concordano analisti indipendenti a Tel Aviv, si sentiranno cittadini neanche di serie C o D o S o Z, semplicemente non si sentiranno più dei cittadini. E quindi il rischio delle tensioni è un rischio moltiplicato.

Sullo sfondo, un tema scottante, un nervo che rimane scoperto: quello di chi sostiene, anche tra i leader sionisti più critici verso questa legge, che se non impossibile è certamente molto difficile partecipare a manifestazioni comuni contro la legge in questione. Se, come in quella degli oltre cinquantamila arabi israeliani riunitisi in Piazza Rabin a Tel Aviv, a sventolare sono bandiere palestinesi più che quelle con la stella di David. Odeh non sottovaluta la questione. Tutt’altro. E la risposta data a Limes è in qualche misura spiazzante:

Noi siamo, noi ci sentiamo arabi israeliani. E per questo continuiamo a batterci perché Israele sia lo stato degli israeliani. Ma nessuno può chiederci di chiudere gli occhi di fronte a ciò che avviene nei Territori occupati, ad una repressione che si fa sempre più brutale, all’istaurazione di fatto di un regime di apartheid. Le nostre critiche non sono diverse, e neanche più dure, di quelle che si leggono su Haaretz o che sono contenute in appelli di intellettuali israeliani, ebrei, o in documenti dell’Onu o delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali. Solo che se queste critiche le facciamo noi, noi arabi israeliani, scatta in automatico l’accusa di sempre: ‘ecco, vedete, di costoro non possiamo fidarci, sono il cavallo di Troia dei palestinesi in Israele’. È una critica preconcetta, strumentale.

E continua:

È da israeliani che affermiamo che la pace è l’unica strada percorribile per diventare un paese normale, totalmente integrato nel Medio Oriente. Da israeliani diciamo che la sicurezza d’Israele e il diritto dei palestinesi ad uno stato indipendente sono le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta, e proprio perché tale, una pace durevole. Noi arabi israeliani rivendichiamo con orgoglio la nostra identità, conosciamo la storia, ma non brandiamo identità e storia come armi per creare divisioni nella società israeliana. Di questa società, piaccia o no ai signori Netanyahu, Lieberman, Bennett, noi ci sentiamo parte. Una parte che rivendica con orgoglio le proprie radici culturali, linguistiche. Ed è per questo che, tra le norme contenute nella legge, una di quelle che più hanno ferito gli arabi israeliani è stato il declassamento della lingua araba, non più considerata come seconda lingua d’insegnamento. Conoscere la propria lingua, far sì che sia parte di un corso di studi, rafforza una comunità nazionale, la fa sentire, in ogni sua componente, più partecipe. Così invece si umilia una sua parte.

In Israele si è aperto, sulla scia del fallimento dei negoziati di pace con l’Autorità nazionale palestinese, un dibattito sullo Stato binazionale: un’idea sostenuta, tra gli altri, da scrittori come Abraham Yehoshua, che in passato si erano spesi a favore di una soluzione “a due Stati”; soluzione che oggi avvertono non più proponibile.

Abraham Yehoshua

Un punto di vista che Odeh non condivide. E lo motiva così:

So lo spirito, positivo, con cui Yehoshua e altri come lui, hanno avanzato questa idea. Ma la ritengo, al tempo stesso, impraticabile e ingiusta. Impraticabile perché in un paese governato da forze che discriminano anche all’interno dell’attuale popolazione israeliana, parlare di stato binazionale, anche se con diritti politici circoscritti per i palestinesi della West Bank, è considerata una provocazione ancora peggiore dell’invocare uno staterello palestinese. Chi ha rifondato lo stato assolutizzando la sua identità ebraica non concepisce una binazionalità. Impraticabile e ingiusta, perché i palestinesi si sentono, a ragione, un popolo con una propria storia, con una identità nazionale su cui fondare una loro entità statuale. A fianco e non contro Israele. E se questa soluzione è in crisi, responsabilità grandi le ha la comunità internazionale. Incapace di far valere una linea che pure ha segnato piani su piani, come la dismessa Road Map (il piano di pace di Usa, Ue, Russia e Onu, ndr). La destra israeliana si è fatta forte di questa debolezza internazionale, e oggi si sente ancor più protetta dagli Usa del presidente Trump. E anche la legge ‘fondamentalista’ nasce da questa protezione, che non è solo politica, ma anche ideologica.

E incalza la parlamentare Aida Touma-Suleiman, direttore responsabile di Al-Ittihad, l’unico quotidiano in Israele in lingua araba, fondatrice a Nazareth nel 1992 del gruppo arabo femminista, Donne contro la violenza, la prima donna arabo-israeliana a capo del comitato della Knesset sullo status delle donne e dell’uguaglianza di genere:

La legge dello stato-nazione non solo produce segregazione razzista in Israele, ma sbatte la porta su una giusta soluzione diplomatica dell’istituzione di uno Stato palestinese nei confini del 1967 insieme a Israele… La nostra lotta per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale non è limitata al discorso ebraico in Israele. In ogni arena, compresa quella internazionale, i miei colleghi e io di Hadash e la più ampia alleanza Joint List continueremo a combattere con determinazione e a testa alta contro l’occupazione e l’apartheid. La scelta per tutti noi, ebrei e arabi, è chiara: democrazia reale o etnocrazia nazionalista. La nostra mano è tesa a tutti coloro che credono nei principi di giustizia e libertà e non si arrendono alla deriva fondamentalista in atto.

Qui l’identità non la capisci da chi uno è, ma da chi odia. Le parole di David Grossman non raccontano solo l’eterno conflitto israelo-palestinese ma danno corpo a uno spettro che si aggira per Israele e che disorienta e inquieta il governo Netanyahu molto più della rivolta palestinese, che riesplode ciclicamente ma senza riuscire più a impensierire le autorità israeliane: è lo spettro della guerra civile. Molte volte, quando si scrive o si parla d’Israele, viene “spontaneo”, o quasi, riferirsi a esso come “stato ebraico”. Tanto più ora che questa definizione è stata “costituzionalizzata”.

Ma poche volte, quasi mai, si pensa a quei quasi due milioni di israeliani che ebrei non sono e che quella definizione fa scomparire: il “popolo invisibile”, per usare il titolo di uno dei grandi libri-reportage di Grossman. Quando il “popolo invisibile” conquista le prime pagine è perché un’altra linea rossa nell’eterno conflitto in Palestina è stata superata. Ed è ciò che è avvenuto con l’attentato alla Porta dei Leoni della Città Vecchia di Gerusalemme il 14 luglio 2017, compiuto  da tre palestinesi con cittadinanza israeliana provenienti dall’area di Umm al Fahm (a restare uccisi, oltre ai tre attentatori, due poliziotti drusi della guardia di frontiera).

Certo, il “popolo invisibile” può esercitare il diritto di voto, elegge i suoi parlamentari alla Knesset, ma sa già in partenza che, comunque vada, non sarà mai rappresentato in un governo, sia esso di destra, di centro o di sinistra, perché prima di ogni altra cosa viene l’identità ebraica dell’esecutivo. Assoluta, incontaminabile. Vota ma non conta, il “popolo invisibile”. Sulla carta, a livello individuale, ha gli stessi diritti dei cittadini ebrei, ma nella realtà subisce discriminazioni sociali, culturali, identitarie.

Un passo indietro nel tempo, al 27 novembre 2014: Salim Joubran, giudice arabo della Corte suprema israeliana, sostiene che gli arabi sono discriminati in Israele. Afferma in un convegno di pubblici ministeri ad Eilat, secondo quanto riportato da Haaretz:

La Dichiarazione di Indipendenza menziona specificatamente l’eguaglianza, ma sfortunatamente questo non avviene nella pratica.

Joubran cita anche il rapporto della Commissione Or – istituita nel 2000 per far luce su dieci giorni di scontri tra polizia e cittadini arabi del nord di Israele, e intitolata al giudice della stessa Corte Supremaj, Theodore Or che l’aveva presieduta – secondo il quale “i cittadini arabi dello Stato vivono in una realtà di discriminazione”. Joubran elenca anche una serie di settori in cui esiste la discriminazione:

ci sono divari nell’educazione, nell’impiego, nell’assegnazione di terreni per le costruzioni e l’espansione della comunità, scarsezza di zone industriali e infrastrutture, molti errori nei segnali stradali in arabo.

Le cose non sono migliorate da quel giorno a oggi, semmai è vero il contrario. Più di tre quarti degli arabi israeliani non credono che Israele abbia il diritto di definire se stesso come stato nazionale del popolo ebraico. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio d’opinione Peace Index condotto dall’Israel Democracy Institute, secondo il quale oltre il 76 per cento dei cittadini arabi d’Israele intervistati respinge il diritto di Israele di definirsi Stato ebraico, con più del 57 per cento che si dice “fortemente contrario” a questo concetto.

Ancora un altro passo indietro nel tempo. Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti: il reddito medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più basso tra tutti i gruppi etnici del paese; il 42 per cento dei palestinesi cittadini israeliani all’età di diciassette anni ha già abbandonato gli studi; il tasso di mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per mille nascite contro il 5,3.

Il sistema giuridico israeliano si basa su almeno due categorie di cittadinanza. La categoria “A” vale per cittadini che la legge definisce come “ebrei” cui la legge stessa conferisce un accesso preferenziale alle risorse materiali dello stato come anche ai sevizi sociali e di welfare per il solo fatto di essere, per legge,“ebrei”. In contrasto con la cittadinanza di categoria “B” i cui componenti sono classificati per legge come “non Ebrei”, cioè come “arabi” e come tali discriminati dalla legge per quanto concerne la parità di accesso alle risorse materiali dello stato ai servizi sociali e di welfare e soprattutto per ciò che concerne la parità di diritti di accesso alla terra ed all’acqua.

Gli arabi non possono accedere a nessuna industria collegata, anche indirettamente, all’esercito (per esempio quella elettronica), sono esclusi da molti posti direttivi, non hanno nessuna di quelle agevolazioni (nell’acquisto degli appartamenti, di automobili e, anche, di abituali beni di consumo) che lo stato concede ai suoi cittadini che hanno svolto il servizio militare. Hassan Yabarin, un avvocato arabo israeliano di spicco che ha continuato a lottare contro queste leggi nei tribunali, afferma che “essere arabo in Israele è come vivere nella propria patria ed essere sottoposto a leggi razziste che discriminano per identità”. “Questo significa che un arabo che vive nella sua terra natale viene trattato peggio di un immigrato a causa della suo origine nazionale”, rimarca ancora Yabarin che dirige il Centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele (Adalah).

Wadi Abunasar, direttore del Centro internazionale della consulta di Haifa, nel nord di Israele, sostiene la tesi che Israele si caratterizza per avere una struttura piramidale in base alla razza.

Al vertice della piramide si posizionano gli ebrei ashkenaziti laici, mentre gli arabi si trovano nella parte inferiore della stessa; altre categorie si posizionano tra questi due estremità. Ad esempio, un druso potrebbe situarsi nel terzo superiore della gerarchia del settore arabo, ma rimane nella parte inferiore se consideriamo la società israeliana nel suo insieme. Benché presti servizio nell’esercito israeliano, un druso continuerà a rimanere nella parte inferiore perché non è ebreo. Il “popolo invisibile” si affianca a quello ribelle nella minacciata espulsione di massa e pulizia etnica di cui si è fatto propugnatore Tzhachi Hanegbi, ministro della Cooperazione regionale nel Governo Netanyahu, se palestinesi e fratelli arabi (israeliani) non porranno fine alle ‘loro azioni terroristiche’.

Ma per comprendere appieno la complessità del rapporto tra la comunità arabo-israeliana e lo Stato, è molto utile riflettere su un sondaggio condotto, nel giugno 2017, dalla sezione in Israele del Konrad Adenauer Stiftung, dal programma Konrad Adenauer per la cooperazione arabo-ebraica presso il Dayan Center dell’Università di Tel Aviv e da Keevoon, una società di ricerca, strategia e comunicazione (margine di errore dichiarato: 2,25 per cento). Spiega Itamar Radai, responsabile accademico del programma Adenauer e ricercatore presso il Dayan Center:

Il numero di persone che hanno accettato di rispondere positivamente alle domande sulle istituzioni statali è notevolmente elevato. Esso riflette una generale aspirazione ad essere più integrati e partecipi nella società israeliana.

Al contempo, va aggiunto che la percepita discriminazione è stata indicata dagli intervistati come uno dei principali motivi di preoccupazione, con il 47 per cento di loro che dichiara di sentirsi “generalmente trattato in modo non eguale” in quanto cittadino arabo. La maggioranza degli intervistati denuncia anche una diseguale distribuzione delle risorse fiscali dello Stato.

Secondo Michael Borchard, direttore israeliano della Fondazione Konrad Adenauer, uno dei risultati più significativi del sondaggio è la risposta che è stata data alla domanda: “Quale termine ti descrive meglio?”. La maggioranza (28 per cento) ha risposto: “arabo israeliano”; l’undici per cento ha risposto semplicemente “israeliano” e il tredici per cento si è definito “cittadino arabo d’Israele”. Il 2 per cento ha risposto “musulmano israeliano”. Solo il  quindici per cento si è definito semplicemente “palestinese”, mentre il quattro per cento si è detto “palestinese in Israele”, il tre per cento “cittadino palestinese in Israele” e il due per cento si è definito “palestinese israeliano”. L’otto per cento degli intervistati ha preferito auto-identificarsi semplicemente come “musulmano”.

In altri termini, stando al sondaggio il 56 per cento dei cittadini arabi si definisce in un modo o nell’altro “israeliano”, il 24 per cento si definisce in un modo o nell’altro “palestinese”. Solo il 23 per cento di loro evita qualunque riferimento a Israele, mentre il nove per cento combina in qualche modo il termine “palestinese” con i termini “israeliano” o “in Israele”. Afferma Borchard

Il dato di fondo è che si registra una maggiore identificazione con Israele che con un eventuale stato palestinese: vogliono essere riconosciuti nella loro identità specifica, ma non hanno alcun problema ad essere collegati a Israele.

L’indagine ha inoltre rilevato che i cittadini arabi israeliani sono più preoccupati per l’economia, la criminalità e l’eguaglianza interna che non per la questione palestinese. Alla domanda su quale problema li preoccupi maggiormente, il 22 per cento ha citato la sicurezza personale e la criminalità, altrettanti hanno citato la percepita discriminazione, il quindici per cento ha dichiarato l’economia e il lavoro, mentre solo il tredici per cento ha citato la questione palestinese.

Interpellato circa le implicazioni politiche dell’indagine, Brochard ha risposto così:

Israele dovrebbe fare di più per rispondere a questo atteggiamento piuttosto positivo e cercare di essere più inclusivo, senza far circolare le affermazioni di chi descrive questi cittadini come generalmente sleali o non affidabili giacché le dinamiche di questa comunità ci raccontano una cosa diversa.

Un racconto che non trova un lieto fine nella legge che fa degli arabi-israeliani qualcosa di peggio di un “popolo invisibile”. Un popolo cancellato. Per legge.

Arabi d’Israele. Il “popolo invisibile” ultima modifica: 2018-11-12T19:33:41+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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