Futura, un nuovo modo di fare sinistra

scritto da MATTEO ANGELI

Il 21 ottobre è stata una Caporetto per il centrosinistra trentino. La fine di un ciclo, con il Pd, asse portante della precedente maggioranza provinciale, e i suoi alleati inchiodati al 25,40 per cento e la coalizione guidata dalla Lega che, forte del 46,73 delle preferenze, ha messo per la prima volta piede nella stanza dei bottoni.

Tra le ceneri della sconfitta s’intravedono però anche i segni del rinnovamento. Una creatura nuova, Futura2018, ha fatto un’entrata di tutto rispetto sulla scena politica trentina, conquistando dopo appena due mesi dalla nascita quasi il 6,92 per cento dei consensi a livello provinciale e addirittura il 13,5 per cento nella città di Trento, attestandosi come terza forza del capoluogo. Un movimento nato dal basso, che deve buona parte del suo successo all’essere riuscito a trovare parole nuove per un fronte progressista che, in Trentino ma non solo, sembra aver perso la bussola.

Paolo Ghezzi

Futura è il risultato della scommessa di un gruppo ristretto di persone riunite intorno a Paolo Ghezzi, figura preminente del mondo culturale trentino, giornalista, direttore del quotidiano L’Adige dal 1998 al 2006, presidente del Conservatorio Bonporti dal 2016 al 2018, fondatore della casa editrice Il Margine e autore di libri sulla resistenza antinazista della Rosa Bianca.

Futura nasce in quello che abbiamo chiamato il salotto Cattani,

racconta a ytali Paolo Ghezzi. Il riferimento è alle riunioni a casa di Piergiorgio Cattani, altra figura importante del dibattito culturale trentino. Cattani è socio di Ghezzi alla casa editrice Il Margine per la quale ha scritto anche dei libri, ed è molto attivo nel dibattito politico, sociale e culturale trentino.

È lui la persona che mi ha convinto a fare il salto alla mia non più verdissima età,

confida Ghezzi, che ha potuto contare anche sul supporto di forze strutturate, come i Verdi.

Futura è percepita da subito come un elemento di forte innovazione della capacità di proposta del centrosinistra, o almeno, di una sua frangia.
La prima chiamata è il 29 agosto al Muse, il museo delle scienze di Trento, con una kermesse a cui seguono una serie di adesioni importanti, in cui emergono i temi e le idee per sostenere con forza questa innovazione, mentre si constata al contempo che i partiti di centrosinistra sono avvitati su sé stessi ormai da mesi, incapaci di decidere se puntare sul presidente della provincia uscente o cavalcare altre ipotesi.

Dentro il Pd trentino questo innesca una forte dialettica, a partire dagli autodefiniti “sette nanetti”, sette membri dell’assemblea del Pd trentino, che gettano nel loro partito l’idea che ci si possa aprire a una candidatura fuori dai giochi e dagli schemi e farla propria. Una battaglia che divide il Pd, dove prevale la tesi della discontinuità, e che fa saltare così l’alleanza con il Patt, il partito autonomista trentino tirolese, espressione dell’ex presidente della provincia Ugo Rossi.

Ma poi il sistema Pd si ricompatta intono a logiche tradizionali. Ghezzi è percepito come un corpo esterno, e allora prima emerge l’ipotesi di Carlo Daldoss, candidato centrista che poteva portare con sé un po’ di liste civiche, e poi s’impone Giorgio Tonini, esponente di lungo corso del Pd trentino a Roma.

Carlo Daldoss e Ugo Rossi

Ghezzi racconta:

Ho vissuto la possibilità di diventare presidente della provincia come una specie di azzardo, da far tremare le vene ai polsi. Se devo confessare quanto ho creduto potesse andare in porto? Da un tre per cento iniziale a un otto per cento. Vedevo bene che le dinamiche del Pd e del suo alleato unione per il Trentino erano mirate ad affidarsi all’usato sicuro. La scelta di Tonini non mi ha sorpreso, ma ha innescato una catena di delusione in coloro che avevano scommesso sull’innovazione. Questo spiega anche perché la sinistra-sinistra è andata da sola, cosa che non sarebbe successa se io fossi stato il candidato presidente.

Il 21 ottobre il Pd perde 17mila voti rispetto alla tornata precedente. Tanti quanti ne prende Futura, che porta in consiglio provinciale due consiglieri, Paolo Ghezzi e Lucia Coppola, storica esponente dei Verdi.

Noi non abbiamo rubato tutto al Pd. C’era uno spazio politico da occupare, abbiamo trovato il consenso di chi non votava più il Pd e poi, probabilmente, anche qualcuno dei Cinque stelle,

fa notare il leader del neonato movimento.

Forte dell’exploit, ora Ghezzi è pronto a diventare il leader del centrosinistra trentino?

Non esageriamo,

risponde lui, facendo notare che una delle poche critiche fatte al suo campo era proprio l’aver creato l’attesa per un uomo che da solo potesse rappresentare il cambiamento.

Di certo, il banco di prova è arrivato velocemente, con il sindaco di Trento che dopo le elezioni provinciali ha scelto di fare un rimpasto in consiglio e, tenendo conto che Futura è la terza forza della città, ha scelto due assessori che non sono formalmente aderenti a Futura ma che sono stati fin dall’inizio parte di questo percorso.

Dovremo confrontarci con la responsabilità di governo mantenendo un’anima movimentista. A noi interessa il percorso da ora verso il 2020, anno delle elezioni comunali,

afferma Ghezzi.

Drante la campagna elettorale, Futura ha avuto il coraggio di usare parole che di solito rimangono al margine del discorso politico. Ambiente, cultura, diritti: il neonato movimento ha preso una posizione netta, progressista, su questi temi, trasformandoli in cavalli di battaglia.

La questione ecologica è entrata con veemenza nel dibattito trentino subito dopo le alluvioni che poche settimane fa hanno devastato il territorio della provincia.

Qual è la posizione di Futura?

Ribadiamo il nostro “no” alla creazione della Valdastico, un’opera assolutamente inutile per i trentini e forse utile per un pezzo di Veneto. Piuttosto che investire in quest’opera, andiamo a vedere come mettere in sicurezza il territorio, per prevenire queste tragedie. Non basta richiamare a comportamenti virtuosi, la provincia deve intervenire in maniera attiva, investendo ad esempio sulla ferrovia, limitando il traffico su gomma, e facendo una serie di politiche che permettano di inserire la difesa dell’ambiente in un orizzonte globale. Penso a nuovi impianti di risalita e, più in generale, a nuova opere,

dichiara Ghezzi.

Spostando il discorso al tema della cultura, il leader di Futura si concentra sul potenziale di questa nel favorire l’integrazione di coloro che vivono ai margini della società.

La cultura non va vista come solo generativa di Pil, ma anche come uno strumento che permette di migliorare la qualità della vita e come un fattore di innovazione delle dinamiche sociali. Quando si parla di sicurezza, una delle parole che hanno fatto vincere la Lega, va adottato un approccio culturale al tema, non limitandolo alle divise (dei poliziotti), ma aprendo a soluzioni condivise,

spiega Ghezzi, che in campagna elettorale ha lanciato l’idea di fare un lavoro di riflessione sul significato culturale di certe piazze e luoghi che oggi a Trento vengono considerati come non più praticabili.

Piazza Dante a Trento

In che senso?

Perché non provare a fare delle micro-iniziative in queste piazze, con un’interposizione civile, fatta da operatori sociali, affiancati da giovani in servizio civile, formati, che vanno a conoscere il popolo delle panchine? In piazza non c’è solo lo spacciatore professionista ma anche coloro che non sono in nessun programma di integrazione, che sono usciti dal percorso dei richiedenti asilo. Dei nessuno, dei fantasmi, presenze marginali che hanno comunque le loro storie. L’unico modo per depotenziare il senso di minaccia su cui la Lega ha giocato è renderli conoscibili, incontrabili. Ai cani poliziotto vanno affiancati gli agenti sociali. In questo senso, la sinistra non può limitarsi a dire che è solo un problema di percezione. Dobbiamo assumere fino in fondo la serietà del problema. La parte che non è ordine pubblico come la vogliamo affrontare? Con strumenti di integrazione culturale e sociale. Ai problemi complessi ci sono solo soluzioni complesse,

sostiene Ghezzi.

Un altro tema centrale è quello delle politiche di genere. Un priorità che è già tutta nel nome del movimento.

Il discorso sul femminile ha un senso nella scelta del nome. Abbiamo chiamato il movimento “Futura” facendo riferimento all’omonima canzone di Lucio Dalla, scritta ai tempi della caduta del muro di Berlino. Il richiamo è a un’età futura, in cui speriamo che le cose cambieranno in meglio,

racconta Ghezzi.

In Futura, il discorso sulle politiche di genere è stato marcato sicuramente dalla presenza in lista di Paolo Zanella, primo dei non eletti, che ha da poco lasciato la presidenza dell’Arcigay del Trentino. Va poi aggiunto che parte dei mondi che hanno lavorato alla lista avevano dato il loro contributo al Dolomiti Pride di questa primavera.

Quell’esperienza è stata una fucina di nuove soggettività politiche,

commenta Ghezzi.

Il logo del Dolomiti Pride

Sul tema della parità di genere, il leader di Futura resta molto sul concreto.

Gli aspetti sui diritti riguardano principalmente la legislazione nazionale. Ciò non toglie che in Trentino il tema delle disparità salariali tra uomo e donna va affrontato. Serve poi un welfare più mirato per donne e lavoratrici, per far sì che aumenti il loro tasso di attività. In campagna elettorale ci siamo impegnati a sostenere le richieste delle organizzazioni legate al mondo femminile che chiedono un maggior impegno su questo fronte. È una questione di pari dignità e questa comincia da pari opportunità di lavoro e di carriera,

è la posizione di Ghezzi.

Futura dovrà ora anche decidere come posizionarsi rispetto a una scadenza elettorale imminente, le elezioni europee. In quanto soggetto politico locale, la soglia del quattro per cento a livello nazionale, necessaria per portare a Bruxelles un eletto, sembra difficile da raggiungere solo con le proprie forze.

Non abbiamo ancora una strategia del tutto definita. Immagino che faremo riferimento ai contenitori nazionali, ma anche in quell’occasione tenteremo di fare un percorso un po’ nostro. Noi ci sentiamo degasperiani, vicini allo spirito dei padri fondatori, perché la nostra terra conosce per il sangue versato cosa vuol dire essere un crocevia bellico in Europa. L’Europa è un orizzonte imprescindibile, i nuovi nazionalismi devono perdere fiato nella loro corsa. Soprattutto in prospettiva europea sarà necessaria un’alleanza larga, che ci permetta di confrontarci con un sano popolarismo,

commenta Ghezzi.

Anche con il Patt, che alle provinciali ha preferito andar da solo?

Io ho sempre detto che il Patt poteva e doveva esserci. Andare divisi è stata una scelta scriteriata di Ugo Rossi e del suo segretario Franco Panizza. Banalmente, se vogliamo vincere le prossime elezioni, dobbiamo inserire il Patt in un discorso largo rispetto all’atteggiamento sull’Europa.

C’è un termine che ricorre nel modo in cui Futura e il suo leader percepiscono il loro impegno politico: “resistenza”. Una resistenza ancorata a immagini forti, come la scelta di Ghezzi di pubblicare il giorno del voto delle provinciali un post su Facebook che riprendeva le parole di Sophie Scholl, “bisogna avere cuore tenero e spirito forte”, e Willi Graf, “ogni singolo porta l’intera responsabilità”.

Perché questo rifermento?

La citazione era un po’ la mia confessione di campagna elettorale. Ho scritto un libro su Sophie Scholl, dei libri sulla Rosa bianca, sono legato a quella storia. Questa citazione rimanda al mio modo di concepire l’impegno politico: bisogna essere rigorosi e allo stesso tempo empatici. La resistenza si comprende bene analizzando il suo termine tedesco “widerstehen”, ovvero “stare contro”. Resistere è sapere da quale parte si vuole stare,

racconta Ghezzi.

Il leader di Futura confessa:

Quando mi è stato chiesto a giugno di mettermi a disposizione, il motivo che mi ha spinto ad accettare è stato prevalentemente etico. Mi pareva che il voto nazionale del 4 marzo avesse sdoganato dei valori, non paragonabili al nazionalsocialismo, ma sicuramente di un nazionalismo esasperato, di un antieuropeismo e di un egoismo proclamato come una virtù. “Prima gli italiani” è diventato un valore. Mi sono messo a disposizione perché mi sono detto: se un giorno mi capiterà di incontrare Sophie Scholl e Willi Graf e mi chiederanno cosa facevo quando nel 2018 è salita al potere in Italia quella forza nazionalista non voglio rispondere loro che mi era stato chiesto di impegnarmi ma alla fine ho scelto di stare a casa.
Il vero problema non è il nuovo presidente della Provincia, Maurizio Fugatti, che è di certo più moderato di Matteo Salvini, ma le parole d’ordine che rischiano di sdoganare in consiglio provinciale le sue pattuglie, che non hanno molta memoria e cultura storica. La loro sottocultura è inquietante, perché molto distante da quella che dovrebbe essere una cultura democratica ed europea.

Futura, un nuovo modo di fare sinistra ultima modifica: 2018-11-14T13:29:43+02:00 da MATTEO ANGELI

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