Mapuche, la rivolta che scuote il Cile

I carabineros uccidono un giovane attivista della comunità Temucuicui e l'episodio porta ancora una volta alla ribalta la grave condizione della popolazione amerinda e dei suoi diritti ancestrali calpestati 
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Temucuicui è una comunità mapuche composta da centoventi famiglie nel comune di Ercilla, nella regione cilena dell’Araucanía dove negli ultimi anni, a causa di un conflitto con la Forestal Mininco per il controllo di terreni, si sono registrati atti di violenza che hanno portato alla detenzione di alcuni comuneros.

Ieri, durante uno scontro con un reparto di carabineros appartenenti al gruppo tattico speciale Comando Jungla, nel quadro di un’operazione scattata in seguito al furto di tre veicoli, è rimasto sul terreno Camilo Catrillanca, il nipote ventiquattrenne del lonko, il capo della comunità di Temucuicui, Juan Catrillanca. È stato ucciso mentre conduceva un trattore sulla via di casa ed era disarmato. Il proiettile è entrato dalla nuca, il che significa che gli hanno sparato alle spalle. Lascia una bambina di sei anni e la moglie incinta.

Il giovane era conosciuto come dirigente del suo popolo e partecipava alle manifestazioni a favore del recupero delle terre del sud del Cile che sono state sottratte alla comunità mapuche, quasi un milione di persone, che vive in una zona estesa che comprende anche parte dell’Argentina. 

Si deve alla conquista militare dell’esercito cileno, e quindi all’arrivo di emigranti provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti, l’inizio del processo di espropriazione dei terreni che si è aggravata durante la dittatura di Augusto Pinochet, con l’insediamento nelle zone dove i mapuche vivono di imprese forestali che hanno seminato vaste piantagioni di eucalipti e pini. Nel recente passato, furono anche al centro delle polemiche i novecentomila ettari di terreno che la famiglia Benetton possiede in Patagonia, dove alleva pecore. 

Durante il governo di Allende fu messa in cantiere una politica di restituzione dei territori mapuche, in seguito brutalmente rovesciata dal governo militare, che decise di darli in gestione a un ente privato, il Conaf, incaricato di gestire il patrimonio forestale e fondiario dello stato cileno. In un’epoca in cui a Santiago dettavano legge i Chicago boys, anche i territori di Temucuicui finirono in mano a una delle più grandi famiglie di coloni, i Matte, attivi nell’imprenditoria forestale.

La conseguenza è stata che questa situazione ha creato un grave problema a livello di società cilena, che ancora oggi non è stata capace di risolvere il suo rapporto con la popolazione amerinda e con i suoi diritti ancestrali, la cui storia è costellata di povertà profonde e di emarginazione che hanno reso il popolo mapuche il più discriminato del paese. 

Fatta eccezione per il periodo di governo di Salvador Allende, durante il quale sono stati fatti degli sforzi per giungere a una composizione del conflitto, lo stato cileno si trova ancora davanti al dilemma se continuare con l’intolleranza e la repressione o scegliere la via del dialogo, mettendo fine a un lungo scontro che ha lasciato dietro di sé una scia di violenza e di morte. Di certo, l’episodio accaduto nella piccola comunità di Temucuicui sembra non lasciar sperare che il governo di Sebastian Piñera abbia davvero intenzione di imboccare la strada della ragionevolezza, decidendo finalmente di affrontare la questione senza rimuoverla, come ha sempre scelto la destra. 

Le autorità hanno dall’inizio tentato di far passare l’accaduto come un episodio di delinquenza comune che avrebbe visto un reparto di carabineros accolto dal fuoco delle armi automatiche di alcuni membri della comunità, anche se subito è emersa tutta la sostanza politica che la morte di Catrillanca ha messo in luce, fatta di un comportamento da parte degli organi dello stato improntato alla repressione e al controllo poliziesco. 

Le reazioni non si sono fatte attendere, un po’ da tutta l’opposizione. In primo luogo da parte del Frente Amplio, lo schieramento progressista che aveva candidato alla presidenza la giornalista Beatriz Sánchez e che governa con Jorge Sharp Valparaiso, il quale ha condannato l’accaduto e chiesto che il governo punisca le responsabilità politiche degli scontri, allontanando l’intendente regionale Luis Mayol e il generale Mauro Victoriano Krebs, comandante dei carabineros e del Comando Jungla.

Da parte sua, la comunità mapuche ha dichiarato tre giorni di proteste e a Santiago, giovedì, Plaza Italia si è riempita di manifestanti che hanno sfilato contro il governo, che appare sempre più in difficoltà col passare delle ore e parla di “proiettile impazzito”. Mentre sta sempre più emergendo la vera natura dell’operazione dei carabineros: non una normale attività anticrimine, ma una vera e propria provocazione intimidatoria fatta contro la comunità di Temucuicui, colpevole nel passato di aver lottato vittoriosamente per la restituzione del fondo Alaska, sorvolata da ben tre elicotteri a bassa quota. 

Al di là delle responsabilità dirette che hanno portato alla morte del giovane dirigente mapuche, l’episodio conferma l’insuccesso di una politica da parte del governo che continua a basarsi sulla repressione e si manifesta sideralmente lontano dalla volontà di riconoscere le diversità dei popoli che nel territorio cileno convivono.

Le foto sono di Eugenio Carinao Reiman

Mapuche, la rivolta che scuote il Cile ultima modifica: 2018-11-16T12:17:04+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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