Centenario con delitti, a Porto Marghera

Nel nuovo romanzo di Fulvio Ervas "C'era il mare" (Marcos y Marcos) l'ispettore Stucky alle prese con una serie di omicidi ruotanti intorno a un convegno che non s'ha da fare. E che non si farà...
scritto da ROBERTO ELLERO

Centenario con delitti. Nella fattispecie il centenario di Marghera, Porto Marghera, fresco di celebrazioni lo scorso anno. Risale, com’è noto, al 1917 la data ufficiale del primo insediamento industriale là dove, secondo una vulgata linguistica popolare mai etimologicamente davvero accertata (ma neppure esclusa), c’era il mare: mar ghe gera. La creatura di Giuseppe Volpi, del futuro conte “libico” di Misurata (titolo che gli sarà attribuito nel 1925, dopo quattro anni di protettorato tripolitano, con annessi massacri dei ribelli per mano dell’ottimo – si fa per dire – maresciallo Graziani), coincide dunque con l’anno di Caporetto e visti gli esiti, cent’anni dopo, del sogno industriale, non è detto che la disfatta non fosse in radice, tra le fabbriche di quelle terre strappate alla laguna, se non proprio al mare. Quanto allo spessore storico-critico delle celebrazioni ufficiali – svoltesi con l’enfasi del solito tocco popolar-padronale di moda a Ca’ Farsetti – meglio il classico pietoso velo.

Ma veniamo ai delitti, di cui è chiamato a occuparsi il buon ispettore Stucky, di stanza a Treviso, nel nuovo romanzo del veneziano d’entroterra, come lui stesso si definisce, Fulvio Ervas, dal titolo “C’era il mare” (Marcos y Marcos), ottavo della serie approdata con successo anche al cinema con “Finché c’è prosecco c’è speranza”, per la regia di Antonio Padovan, ispirato interprete Giuseppe Battiston, che agli occhi del lettore-spettatore (e fors’anche dell’autore) ormai è Stucky.  

A lasciarci per primo le penne è un anziano giornalista di Treviso, il Canton, che a suo tempo aveva fatto vedere i sorci verdi a più d’uno, compreso qualche banchiere del mitico nordest. Lo trovano esanime sulla panchina di un viale appena fuori le mura, non lontano dalla casa di Stucky, avvelenato – si scoprirà – dal tallio iniettato nei cioccolatini di una irresistibile scatola recapitatagli a domicilio. Tanti di quei nemici, nel suo curriculum, da non saper da che parte cominciare. 

Frattanto e nottetempo, a Marghera viene sprangato con una chiave inglese nella sua abitazione Leone Moro, sindacalista in pensione, figura storica del movimento, ora deluso ma ancora combattivo e impegnato nel volontariato solidale. A indagare qui è la questura di Venezia e dunque Luana Bertelli, di cui facciamo volentieri conoscenza, altro bel personaggio del repertorio ervasiano. Staffetta separata Treviso/Marghera per buona parte dei primi capitoli, con appena il vago sospetto di una qualche possibile convergenza, almeno sino al terzo trapasso, decisivo, ai bordi di una villa sul Terraglio per metà in provincia di Venezia e per l’altra metà in provincia di Treviso, così da chiamare in causa entrambe le questure. Stavolta, steso da una fucilata a distanza, tocca all’avvocato Casagrande, a lungo impegnato nei processi a carico degli avvelenatori di Porto Marghera, rimasti ampiamente impuniti, come si sa.

Di più sul plot non è lecito aggiungere, se non che a tenere involontariamente insieme gli omicidi scopriremo essere l’imminente organizzazione di un convegno (storico-critico, per l’appunto) sui cent’anni di Marghera. Un convegno “militante”, come s’usava una volta, senza sconti e indulgenze. Ammettiamolo, un po’ debole come movente, cosa volete che gliene freghi oggi alla gente delle lotte operaie e dei gas cancerogeni, dei morti da PVC e delle cinquemila lire per tutti?

Fulvio Ervas

C’è una categoria non propriamente politica che va di moda al presente, praticata trasversalmente e non soltanto nella vita privata: si chiama rancore, un sentimento di rabbia e conseguente voglia di rivalsa che nasce dalla frustrazione per i torti subiti, reali o soltanto immaginari. Rancore che fa il paio con la paura, altra emozione primaria assurta al rango di assioma politico. Ne parlava giorni fa Ezio Mauro in un suo editoriale sulla Repubblica a proposito delle fortune che vanno incontrando le forze politiche che in Italia, in Europa e nel mondo campano su fobie e risentimenti, trovando il modo di scagliarli contro nemici spesso di comodo. Populisti e sovranisti soffiano su questi fuochi per incendiare le praterie della democrazia, promettendo rivincite atte a esaltare la cura del proprio orticello piuttosto che le cause collettive. C’era una volta la lotta di classe, gli è subentrata l’invidia sociale, che è altra cosa: spodestare chi sta meglio e prendersela con chi sta peggio per un posto al sole (avrebbe detto quel tale), piuttosto che lottare per l’emancipazione e una giustizia davvero sociale, di tutti e per tutti. 

Ed è esattamente all’insegna di questo rancore che muove la campagna omicida di “C’era il mare”, tenendo insieme mandanti e sicari di varia estrazione e diversamente motivati, ciascuno convinto di avere tante buone ragioni per far fuori chi ancora s’attardasse a rievocare le lotte di un tempo, magari ridestando principi solidali ed egualitari meritevoli di derisione, quando non di disprezzo. Con buona pace della sinistra che, avendo rinunciato da un pezzo ad ascoltare, interpretare e rappresentare il disagio, si trova oggi visibilmente spiazzata nei riguardi di chi predica e pratica antiche odiose ricette.

“La favola delle fabbriche tristi”. Fra le carte dell’indagine le paginette di una favola senza lieto fine, scritta a futura memoria e narrata dal vecchio sindacalista a un giovane bangla senza fissa dimora,

Rafiur, testimone involontario, precario come tanti ai cantieri navali, lavoratore a chiamata, cittadino senza cittadinanza e dunque senza diritti. Il lavoro interinale a Marghera è sempre esistitito, ben prima che venisse chiamato e “nobilitato” così, gestito da quelle che all’epoca si chiamavano “le imprese”, restie a qualsiasi concessione e riconoscimento. Quanti scioperi e quante manifestazioni per contestarne l’esistenza e la prepotenza. Oggi è quasi normale, almeno sino a che non ci scappa il morto, magari per insussistenza delle misure di sicurezza. Il lavoro, l’ambiente, i diritti: sempre lì si va a parare, ma chi se ne cura più?

In quella laguna i fiumi depositavano terra, e il mare la portava via. Così gli abitanti di quella città capirono che dovevano trovare l’equilibrio tra le piene e le maree. Che la loro città sarebbe esistita sino a quando fosse durata la pace tra le acque. Sbagliavano. Nel 1917 qualcuno inventò Porto Marghera. Agli uomini che misuravano le barene non interessava la bellissima città, le isole, la laguna, il mare, i fiumi…

Il convegno non s’ha da fare e alla fine non si farà. Persino la fantasia deve ormai arrendersi, limitandosi a ratificare la realtà.

Centenario con delitti, a Porto Marghera ultima modifica: 2018-11-18T17:13:49+02:00 da ROBERTO ELLERO

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