Governo. Culle vuote riempite da fantasiose promesse

Questione denatalità. Non di terra ma di sicurezza economica hanno bisogno i giovani. La precarietà del lavoro, il poco sostegno alla donna e l’atavico disinteresse della politica, questi sono i problemi da affrontare
scritto da TIZIANO GOMIERO

La fantasia al potere era uno slogan che circolava in Europa nel ’68, e alla nostra classe politica la fantasiosità non ha mai fatto difetto. Un nuovo esempio ci è stato offerto giorni fa da alcuni ministri in forza Lega col loro progetto di una via agreste allo sviluppo demografico ed economico del Paese. Il 30 ottobre scorso, il ministro Gian Marco Centinaio, Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, ha reso noto che con i colleghi Erika Stefani, ministro per gli affari regionali e le autonomie, e Lorenzo Fontana, ministro per la famiglia e le disabilità, stanno lavorando a una proposta di legge per incentivare la natalità italiana. La proposta prevede che il cinquanta per cento dei terreni demaniali agricoli e a vocazione agricola, non utilizzabili per altre finalità istituzionali, e il cinquanta per cento dei terreni abbandonati, o incolti, del Mezzogiorno, siano concessi gratuitamente per un periodo non inferiore a vent’anni a famiglie con un terzo figlio nato negli anni 2019, 2020, 2021. Ma solo a quelle che dimostrino di avere le necessarie competenze per poter gestire un’azienda agricola, e siano residenti in Italia da almeno dieci anni. La proposta prevede anche un mutuo fino a 200.000 euro, per la durata di vent’anni, senza interessi, per l’acquisto della prima casa in prossimità del terreno assegnato. 

L’annuncio del ministro Centinaio è stata una sorpresa visti i grandi propositi espressi solo lo scorso febbraio dal vicesegretario generale della Lega Lorenzo Fontana, attuale ministro per la famiglia, nel suo libro “La culla vuota della civiltà”scritto con l’economista Ettore Gotti Tedeschi (editrice Gondolin, con e prefazione di Matteo Salvini), e quanto riportato nel più recente contratto di governo al punto 17:

POLITICHE PER LA FAMIGLIA E NATALITÀ. Politiche per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro; Innalzamento dell’indennità di maternità; Sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli; Rimborsi per asili nido e baby sitter; Fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia; Agevolazione per le famiglie con anziani a carico, compresa l’assistenza domiciliare anche tramite colf e badanti. 

Ma sentir parlare di assegnazione di terre demaniali in amene località agresti, con casa, attrezzature, investimenti e spese per i nuovi nati a carico delle famiglie, e proposte di taglio del bonus bebè ci ha fatto temere un rapido ritorno al disinteresse passato. Una crudele burla rispetto a quanto promesso dal ministro Fontana in campagna elettorale.

In questi giorni ci sono giunte notizie più confortanti. Il ministro per la famiglia ha presentato il “pacchetto famiglia”, nel quale si conserva il bonus bebè introdotto dal governo Renzi, gli ottanta euro per le spese dei pannolini, si prevede più flessibilità per congedi parentali e l’emissione di voucher per il baby sitting. Che siano stati utili i suggerimenti di Maurizio Crozza?

Siamo ancora lontani dal programma promesso dal ministro in campagna elettorale, ma è un bel passo avanti rispetto al programma “casa nella prateria”, con casa e prole a carico della famiglia.      

In questo articolo spiegherò perché il progetto casa nella prateria non può apportare un contribuito significativo al problema denatalità, e s’appresta a essere un ulteriore spreco di tempo e risorse. Cercherò inoltre di riassumere le principali problematiche che condizionano la natalità italiana, contrapponendo i risultati dagli studi nel campo dalla diagnosi che ne fanno il nostro ministro per la famiglia e l’economista Gotti Tedeschi nel loro irreale “saggio”.

1 La via agreste alla natalità è fantasiosa e non avrà alcun impatto sulla demografia italiana

Una legge che aiuti i giovani e meno giovani a intraprendere l’attività agricola può avere un senso, se fatta con intelligenza e tenendo conto della natura del settore e relativo mercato. Specialmente se mirata a favorire coltivazioni di qualità nel rispetto dell’ambiente, come per esempio coltivazioni biologiche, il cui mercato è in costante crescita a livello europeo, o l’adozione di pratiche agroecologiche. Non ha senso invece incentivare, per esempio, colture industriali e da bioenergia, queste ultime un totale spreco di denaro pubblico (almeno un miliardo di euro all’anno in sussidi che paghiamo in bolletta). Alcune delle proposte sono in linea con quelle del precedente ministro per l’agricoltura Maurizio Martina, che durante il precedente governo aveva lavorato su questa traccia. Un soggiorno lavorativo in un sano e rilassante ambiente agreste sarebbe assai appropriato per il trattamento di alcune problematiche giovanili che vediamo affliggere il Paese. Credo che molti ragazzini trarrebbero vantaggio da progetti educativi fondati sull’autoproduzione alimentare e salutari sudate.  

Per sostenere la natalità delle famiglie credo che la proposta di un donativo di terre demaniali abbia poco senso, e per molte ragioni. Alcune di natura tecnica, altre, ben più ovvie, di natura demografica.  

Questioni di natura tecnica: la terra agricola disponibile è molto limitata   

Date le condizioni poste per poter accedere al bucolico programma, mi chiedo quante saranno le famiglie italiane in grado di rispettare i requisiti. Non credo che vedremo carovane di coloni radunarsi fuori Roma o Milano, per mettersi in marcia verso le valli appenniniche o alpine e i relativi lotti da dissodare per la sussistenza. Essendo richiesta una provata competenza nel lavoro agricolo, la famiglia in questione potrebbe già essere impiegata in agricoltura, dunque con poche ragioni per spostarsi. All’epoca di un terzo figlio presumo che una famiglia sia da tempo ben integrata in un territorio e in un contesto sociale, dove i genitori hanno un lavoro, dove ci siano dei nonni che danno una mano ad accudire i nipoti (o magari da accudire), degli amici, e che i figli magari frequentino una scuola e facciano delle attività.

Oltre ai terreni demaniali, di proprietà dello stato, suppongo che i terreni abbandonati, o incolti, del Mezzogiorno, di cui si parla nella proposta, siano di proprietà di qualcuno. Saranno requisiti dallo stato in modo forzoso? O magari acquistati o affittati con denaro pubblico dai proprietari locali?  Se tali terreni sono stati abbandonati molto probabilmente è perché non erano sufficientemente produttivi e redditizi. Per esempio per la scarsa qualità del suolo, la pendenza, gli alti costi di gestione, ecc. In genere quando la redditività delle colture diminuisce gli agricoltori dismettono la coltivazione dei terreni meno redditizi per investire in quelli più produttivi. La Coldiretti stima in mezzo milione di ettari le terre agricole del demanio, ma sottolinea che si tratta per lo più di terreni di bassa qualità, “fondi di magazzino”, che anche quando proposti per la vendita non si riescono a piazzare sul mercato. 

La proposta prevede anche un mutuo fino a 200.000 euro, per la durata di vent’anni, senza interessi, per l’acquisto della prima casa in prossimità del terreno assegnato. E come una coppia con tre figli da mantenere si potrebbe imbarcare in un lavoro rischioso e spesso poco remunerativo come quello agricolo e in un mutuo per la casa? Senza contare qualche altra decina di migliaia di euro in attrezzature e lavori di sistemazione del fondo. Gestire un’azienda agricola è tutt’altro che una cosa banale!    

Consideriamo che l’agricoltura è una attività imprenditoriale che, in genere, ha un basso profitto, e che portare a produzione ottimale un terreno incolto richiede vari anni e un cospicuo investimento economico (pensiamo per esempio al caso dei frutteti). Un profitto maggiore può essere raggiunto quando l’azienda internalizza una parte della trasformazione del prodotto, ma questo richiede un ulteriore investimento e le adeguate competenze. Un affido del terreno di durata ventennale, o poco più, potrebbe non essere una proposta interessante. Col rischio poi che una volta che l’attività abbia raggiunto l’ottimo produttivo l’agricoltore si veda sottratto l’osso da qualche potente vicino, magari più intrallazzato con la politica. 

Questioni di natura demografica: Il programma non avrà alcun impatto sulla demografia

Non sappiamo la stima fatta dal governo sul numero di famiglie che i terreni allocati potranno sostenere, a che tipologia di colture si è pensato per queste terre ecc., e quindi quante nuove nascite questi terreni potranno sostenere. A spanne non molte. Tralasciando il fattore qualità del suolo e locazione, se il governo allocherà il cinquanta per cento delle terre demaniali, saranno disponibili 250.000 ettari. Per assicurare un minimo di sostenibilità e sicurezza economica all’azienda, in particolare quando il terreno non sia di ottima qualità, questa dovrà essere almeno sui quindici-venti ettari (maggiore l’area maggiore la sicurezza di portare a casa un reddito ragionevole). Ma considerando che: si tratta di famiglie con tre figli, si richiede un grande investimento economico in casa e attrezzature, i guadagni sono bassi in particolare nei primi anni, e sarà probabilmente necessario impiegare lavoro extra familiare, significa che per arrivare a un reddito che consenta una vita dignitosa, di ettari assegnati potrebbero servirne anche di più. Per i terreni incolti affittati da privati la cifra si fa molto incerta, dato che probabilmente tali terreni saranno di scarsa qualità, per cui si dovranno magari adibire al pascolo, e il pagamento di un affitto (quando non sia pagato dallo stato) aumenta la necessità di terra da coltivare.

Forse, alla fine dei conti, sui terreni demaniali (se di qualità sufficiente) nel triennio 2019-2021 si potrebbero stabilizzare solo un 10.000-15.000 famiglie, che significa un 10.000-15.000 nuovi nati per la prossima generazione. Ma facciamo anche una stima doppia, di 30.000 famiglie e altrettanti nuovi bambini (per generazione), riducendo al minimo l’area delle aziende e sognando redditi favolosi. Al paese, di bambini ne servirebbero almeno un 200.000 all’anno! (sono circa 460.000 le nascite annue a fronte delle 650.000 morti), per un sei milioni di bambini nei prossimi trent’anni (una generazione, con un’età media delle mamme italiane di circa trent’anni). Ma anche se i nuovi nati dovuti al programma fossero 100.000 non cambierebbe nulla lo stesso (la terra è quella che è e rimane sempre quella), sarebbero 100.000 sulla generazione, mentre all’Italia sulla generazione ne servono sei milioni! Praticamente questo programma non avrà alcun impatto sulla demografia del Paese, e potrebbe rivelarsi solo un ulteriore uno spreco di risorse, una sorte di Mose demografico.    

2 La questione demografica: uno dei tanti problemi ignorati dalla politica

Nel suo saggio sulla denatalità italiana, Fontana criticava duramente i precedenti governi per non aver fatto nulla a sostegno delle famiglie italiane (critica che non si può che condividere, ma che deve includere la stessa Lega, al governo dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011), e ci presentava il suo programma di governo. A pagina 115 leggiamo di asili gratis per tutti, copertura delle retribuzioni per le persone assunte in sostituzione della maternità, innalzamento della retribuzione delle donne in periodo di maternità facoltativa, congedo parentale coperto all’ottanta per cento fino a sei anni di età del bambino, progressiva eliminazione dell’iva sui prodotti per l’infanzia, deducibilità del costo del lavoro domestico. Oltre a questo, leggiamo a pagina 112 di un investimento di 38 miliardi di euro per pagare un mensile di trecento euro, detassati, per ogni nuovo nato fino al compimento del diciottesimo anno di età.

Altro che il miliardo e trecento milioni che i governi Renzi e Gentiloni hanno spalmato su due anni

scrive Fontana. Fontana garantisce che le coperture saranno assicurate dalle imposte che si faranno pagare alle grosse multinazionali del digitale, e dall’aumento dei dazi sulle importazioni per le imprese che delocalizzano. Finalmente delle ottime idee, un po’ in ritardo, ma meglio che mai, come si suol dire. 

Come giustamente scrive Fontana, la politica italiana (la Lega va ovviamente inclusa) si è interessata ben poco delle donne e della questione famigliare. Dalla metà degli anni ’70 la fertilità delle donne italiane è scesa sotto al livello dei 2,1 figli per donna necessari per garantire la sostituzione della popolazione, e ha drammaticamente toccato i 1,2 figli per donna a metà degli anni novanta. Dopo una ripresa durata fino al 2010, che ha visto la fertilità risalire a 1,46 figli per donna, dal 2011 è tornata a scendere agli attuali 1,35 figli per donna (valore che include i figli degli immigrati), tra i più bassi in Europa e nel mondo (dove occupiamo il 174° posto su 195 Paesi).

È interessante notare che dalla metà degli anni ’90 al 2007-2008 la natalità fosse aumentata con la ripresa dell’economia, per poi tornare a scendere con la crisi economica del 2007-2008. L’Istat ci dice che nel 2008, in Italia, le nascite furono circa 577.000. Da allora in poi il calo è stato continuo, arrivando alle 464.000 del 2017, con una diminuzione del venti per cento rispetto al 2008. Cos’è successo dal 2008 in poi lo sappiamo. 

Un tasso di fertilità di 1,5 figli per donna porta al dimezzamento della popolazione in 65 anni. Un tasso di fertilità di 1,5 e una speranza di vita di ottant’anni porta a una struttura della popolazione dove circa il trenta percento di questa avrà più di 65 anni e dove per ogni persona in età lavorativa (convenzionalmente 15-64 anni) vi sarà un pensionato. Questo indicatore è noto come “indice di dipendenza”: il rapporto percentuale tra il numero delle persone inattive – per convenzione quelle sopra i 65 anni di età e i ragazzi sotto i 15 anni – e quello delle persone in età lavorativa – per convenzione quelle tra 15 e i 64 anni – potenzialmente in grado di lavorare, che lavorino, e quanto lavorino è un altro discorso (ovviamente la maggior parte delle persone non entra nel mercato del lavoro a 15 anni, e non è detto che le persone in età lavorativa siano occupate, per cui, come nel caso italiano, ad alta disoccupazione, il rapporto tra pensionati e persone in età da lavoro è ben più alto). Per l’Italia l’indice di dipendenza era nel 1997 del 20 per cento, uno inattivo ogni cinque attivi (in realtà potenzialmente attivi). Nel 2007 era salito al 25 per cento, uno inattivo ogni quattro attivi. Nel 2018 siamo arrivati al 35 per cento, uno inattivo ogni tre attivi.  

L’Istat, nel rapporto 2018, ci informa che l’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone. In ordine, Giappone, Italia e Germania sono i tre paesi con la popolazione di anziani più alta del mondo (coincidenza: i paesi dell’Asse), dove più del venti per cento della popolazione ha più di 65 anni. A livello mondiale, solo una ventina i Paesi ha un tasso di fertilità più basso del nostro.Nonostante l’immigrazione – nel 2017 in Italia si registrano 184.000 stranieri in più (regolari) – la popolazione italiana continua a diminuire, sia per la bassa natalità degli italiani, sia perché almeno 200.000 italiani, per la maggior parte giovani in età riproduttiva, lasciano il Paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Praticamente un flusso migratorio in entrata che sostituisce gli italiani in uscita, reso possibile dal fatto che un immigrato, che si confronta con le condizioni economiche del Paese che lascia (e al quale può pensare di tornare), può essere indotto ad accettare le basse retribuzioni offerte (o a lavorare in nero), che per un italiano possono invece risultare insostenibili e al quale possono prospettarsi possibilità di impiego più allettanti all’estero. 

Per ridurre l’indice di dipendenza si potrebbe iniziare col ridurre l’emigrazione, sarebbe già una grande cosa. Da un decennio l’emigrazione è diventata un vero e proprio dissanguamento di giovani e risorse. Dal 2000 sono circa 2,5 milioni gli italiani iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), circa un milione negli ultimi dieci anni. Per la maggior parte persone giovani e istruite. Da notare che il dato è una sottostima dal momento che non tutti gli emigrati si iscrivono all’AIRE, almeno per i primi anni della loro permanenza all’estero. L’Istat suggerisce che potrebbero essere più del doppio, quindi almeno due milioni coloro che hanno lascito l’Italia negli ultimi dieci anni. 

Certamente l’indice di dipendenza è un indicatore importante per fornire delle indicazioni sui trend dell’economia di un paese (nonostante i suoi molti limiti). Tuttavia un indicatore forse ancora più importante è l’indice di produttività del lavoro. In Italia la produttività del lavoro è una delle più basse tra i paesi sviluppati, a significare che non si è investito in ricerca e innovazione e in organizzazione del lavoro. Forse per una mancanza di visione, di competenza o di interesse da parte dei passati governi (dove la Lega ha ancora delle responsabilità).

 

Un aumento della produttività del lavoro permetterebbe di far fronte all’aumento dell’indice di dipendenza, e aumentare la competitività dei nostri prodotti, o di ciò che resta. 

L’aumento massiccio di giovani immigrati certamente potrebbe risollevare l’indice di dipendenza. Ma se il problema è la mancanza di lavoro, importare altra gente per alimentare la massa dei disoccupati potrebbe creare maggiori problemi. Ma anche se questa popolazione di immigrati fosse impiegata, bisognerebbe capire come questo influenzerebbe la produttività del lavoro. Se i nuovi arrivati vanno tutti a incrementare la bassa manovalanza accettando compensi sempre più bassi per lavori sempre meno competitivi a livello internazionale, la produttività del lavoro potrebbe addirittura diminuire e il Paese impoverirsi. Inoltre con i ricongiungimenti familiari e i nuovi nati, l’indice di dipendenza potrebbe ulteriormente aumentare. Ciò per far presente che i risultati che potremmo essere tentati di dare per scontati, tanto scontati potrebbero non esserlo (come sempre del resto). Livi Bacci, nella sua analisi del fenomeno migratorio “Migrazioni vademecum di un riformista”, sostiene che l’immigrazione potrebbe essere necessaria per arginare la denatalità italiana, ma deve essere un’immigrazione gestita e regolata, anzi pianificata, dove si disponga di una selezione degli immigrati economici a seconda dei bisogni, com’era per esempio previsto della legge Turco-Napolitano fino al 2010.

Un altro punto sul quale si potrebbe agire per garantire il sostegno ai pensionati e un minimo di sostegno anche ai giovani, sono ovviamente politiche per il rilancio del lavoro ad alto valore aggiunto (non di tipo assistenziale dunque), ciò su cui un Paese come l’Italia deve puntare, e un sostegno alla disoccupazione. Un supporto al reddito, come nei paesi nord europei, che permetta ai disoccupati e sotto-occupati di sostenersi durante la ricerca del lavoro e di aggiornarsi professionalmente. Questo potrebbe essere finanziato, in primis (per evitare di generare debito) con una riduzione del costo dei funzionari del settore pubblico e dell’apparato amministrativo, che in rapporto alla situazione reale del paese percepiscono redditi eccesivi. Evitare lo spreco di decine di miliardi di euro in inutili grandi opere pubbliche (Mose insegna), potrebbe aiutare. Poi ovviamente se ci fosse la volontà di combattere le mafie, la corruzione, l’evasione fiscale, e chiedere alla Chiesa quello che è di Cesare (l’Ici per esempio), la situazione economica del paese non potrebbe che giovarne. 

3 Italiani cornuti e mazziati: il problema demografico secondo Fontana e Gotti Tedeschi   

Fontana e Gotti Tedeschi nel loro saggio “La culla vuota della civiltà”, fanno certamente bene a richiamare l’attenzione sulla questione denatalità. Sia perché un paese che, anche se in maniera indiretta, imponga a una famiglia di non poter almeno rigenerare sé stessa deve farsi un esame di coscienza e riflettere sulle sue colpe (quindi anche quelle della Lega), sia perché l’aumento della popolazione anziana (l’aumento dell’indice di dipendenza) pone delle questioni estremamente importati alla società. Come l’aumento della spesa pensionistica e sanitaria, il ridursi della disponibilità di forza lavoro (ovviamente nel caso vi fosse una corrispettiva domanda, e non pare questo il caso dell’Italia con una disoccupazione giovanile al quaranta per cento), un ridotto stimolo all’innovazione, poca creatività, difficoltà dei giovani a emergere in una struttura gerarchica sempre più monopolizzata da “pantere grigie” che spesso non hanno alcuna intenzione di lasciare spazio ai giovani, e che con la forza dei loro numeri avrebbero anche il controllo della politica. 

Però, mentre ci possiamo trovare d’accordo con Fontana e Gotti Tedeschi sull’elenco dei possibili problemi derivanti dall’invecchiamento della popolazione (una descrizione già fatta da tanti studiosi), quando i nostri passano all’analisi delle cause della denatalità non possiamo più seguirli nella loro desolante deriva verso l’incredibile.   

Sostiene Gotti Tedeschi in uno dei capitoli a sua firma, che la crisi economica dell’ultimo decennio è il naturale decorso della crisi demografica dell’occidente. I poveri banchieri della Lehman Brothers e compari, scrive Gotti Tedeschi, sono stati costretti ad architettare quella enorme bolla speculativa. Gotti Tedeschi ci rivela che quella gente, che noi abbiamo sempre pensato cinici criminali, si sono sacrificati per salvare il mondo. Il loro fu un piano necessario per rilanciare il Pil e contrastare la diminuzione della domanda che si era venuta a creare con la riduzione della natalità occidentale. 

Sostiene Gotti Tedeschi che lo stesso si può dire per la crisi del mercato del lavoro italiano. Stando ai suoi ragionamenti, i sette milioni di disoccupati (tra disoccupati e inoccupati) dipendono solo dal fatto che c’è scarsità di offerta di lavoro. Quindi, stando a Gotti Tedeschi, se in Italia ci fossero, per dire, settanta milioni di persone in età lavorativa avremmo la piena occupazione, dato che queste persone sarebbero anche dei consumatori, e quindi un mercato per i prodotti del loro stesso lavoro. Gotti Tedeschi sembra credere a una sorta di moto perpetuo, insomma. Una società chiusa senza scambi con l’esterno, e con la disponibilità gratuita di risorse quali energia, materie prime e capitali, che probabilmente si generano anche dal nulla. Anche se il concetto col quale gioca Gotti Tedeschi ha una base logica, volerlo stirare a sproposito per spiegare fenomeni complessi vendendo semplici e false verità ci porta all’assurdo di cui sopra.

Sostengono infatti Fontana e Gotti Tedeschi che della crisi italiana sono responsabili gli italiani, i quali non vogliono più far figli. Gli italiani, sostengono, con lo sviluppo economico degli anni ’70 e con la supposta emancipazione della donna (l’accesso allo studio e al lavoro, l’indipendenza economica, il divorzio, l’aborto) sono degradati moralmente, sono diventati egoisti, e si sono lasciati indottrinare dal movimento ambientalista e dagli scienziati neo-maltusiani che negli anni ’70 predicavano il controllo delle nascite e una maggior attenzione alle questioni ambientali (secondo Fontana e Gotti Tedeschi l’ambientalismo è uno dei mali dell’umanità e andrebbe debellato).

Sostengono Fontana e Gotti Tedeschi che Dio ci ha fatto a sua immagine, come dice infatti la Bibbia, e che nella Bibbia Dio ci ha indicato la sua volontà, che si sintetizza nei dettami “crescete e moltiplicatevi” e “soggiogate la natura” (da cui forse l’idea di colonizzare le terre demaniali abbandonate). Un’apoteosi mistica dove non resta che arrendersi e riporre diligentemente il libro nel cassonetto della carta da riciclare. In alcuni passaggi sembra inoltre emergere un velato, ma nemmeno tanto, misoginismo. Come se ancora una volta fosse stata Eva tentatrice a trascinare un Adamo povero di spirito in un nuovo peccato originale. Non è forse Eva colei che, al di fuori delle indicazioni date da Dio, vuole decidere sulla procreazione? Non è forse Eva che reclama una libertà esagerata, che non è nel bene, e nei piani, che Dio vuole per l’uomo? Confesso che alla lettura di alcuni passaggi del libro sono rabbrividito al pensiero che uno degli autori sia un ministro della Repubblica, e nello specifico della famiglia. Il fanatismo e la stupidità sono i veri mali del mondo. Che Dio (se esiste e ci vuole bene) ci risparmi altri tempi bui!    

4 La questione demografica: perché gli italiani non fanno figli?

Per Fontana e Gotti Tedeschi il problema è semplice e chiaro. In Italia, come in occidente, non si fanno figli perché il popolo è stato corrotto dal boom economico degli anni ’70. Da allora siamo entrati nel vortice del degrado morale, abbiamo perso la fede in Dio e nei suoi dettami. Se i tanti demografi, sociologi, psicologi, economisti che si sono presi la briga di studiare la questione avessero riflettuto un attimo e colto questa lampante verità si sarebbero risparmiati un buon trentennio di lavoro.     

Come si siano preparati i nostri autori prima di scrivere il loro “saggio” sulla demografia italiana è un mistero. La bibliografia citata è poca, sullo specifico demografico minima, per lo più articoli di giornale. Lo studio coordinato da Massimo Livi Bacci, professore di demografia all’Università di Firenze, “Demografia del capitale umano” (Il Mulino 2010, un lavoro commissionato dal secondo governo Prodi nel 2007), che raccoglie le analisi di alcuni dei maggiori demografi italiani, non è nemmeno citato! Un lavoro di tutt’altro spessore rispetto al demagogico libro di Fontana e Gotti Tedeschi che, a fronte di alcune analisi e proposte condivisibili (piuttosto note), è purtroppo infarcito di errori concettuali e statistici, informazioni errate e richiami a un supposto disegno divino che fanno scadere il saggio a un livello di farsa. Se Fontana e Gotti Tedeschi si fossero presi la briga di leggere almeno il lavoro di Livi Bacci, forse avrebbero potuto capire tante cose.

Vediamo i punti salienti che emergono da questa ricerca

(1) La diminuzione della natalità non è un’eccezione italiana ma caratterizza tutte le società industriali. La storia socioeconomica (si veda per esempio un altro bel lavoro di Livi Bacci, “Storia minima della popolazione del mondo”, Il Mulino, 1998) ci dice che nell’ultimo secolo la riduzione della mortalità, la possibilità di curare molte malattie e la transizione verso la società industriale hanno ridotto la necessità di produrre un alto numero di figli, aumentato il benessere delle famiglie riducendo il dispendio di risorse in figli che non avrebbero poi raggiunto l’età produttiva, e permesso a lavoratori più in salute di essere più produttivi. Successivamente, aumentare la produttività del lavoro per alimentare lo sviluppo delle società industriali ha richiesto forti investimenti in capitale umano, a cominciare da una sempre più alta scolarizzazione della popolazione. Uno sforzo economico che una società e le famiglie non si possono permettere se la crescita della popolazione non è in qualche modo limitata. Infatti, un paese non riesce a svilupparsi se la popolazione aumenta più velocemente del Pil, anzi diverrà invece più povera (dato che il Pil pro capite è destinato a ridursi).

È stato stimato che, in media, gestire un bambino dalla nascita ai 18 anni costa intorno ai quindicimila euro all’anno, per un totale di 270.000 euro, ma dato che i giovani diventano indipendenti sempre più tardi i costi sono in genere maggiori. Quindi potremmo dire, confutando la teoria di Fontana e Gotti Tedeschi, che il nostro sviluppo economico è stato possibile proprio grazie alla riduzione della natalità delle famiglie, le quali hanno scelto di investire le loro risorse nell’educazione di pochi figli per garantirgli un sereno futuro, piuttosto che nel produrne tanti e lasciarli a loro stessi e in balia della sorte.

(2) Dalla ricerca sociale emerge che i giovani e le famiglie vorrebbero avere più figli di quelli che hanno, o immaginano di poter avere. La limitazione delle nascite è dettata da costrizioni economiche (reddito insufficiente) e sociali (disponibilità di servizi e tempo da dedicare alla famiglia). Un’altra confutazione della teoria di Fontana e Gotti Tedeschi sulla supposta decadenza morale degli italiani e il loro disprezzo per la condizione genitoriale. E infatti nei paesi in cui sono stati fatti investimenti a sostegno della donna e della famiglia la natalità è aumentata. 

(3) Il processo di denatalità che ha caratterizzato i paesi industrializzati, ci spiega Livi Bacci, a partire dagli anni ’80 ha però preso due vie diverse. Nei Paesi in cui le economie si sono consolidate, in cui si è reinvestito in politiche sociali a favore della donna e della famiglia, e paradossalmente dove più alta è la percentuale di donne inserite nel mercato del lavoro, la natalità è ripresa a crescere. Mentre nelle economie che si sono indebolite, come quella italiana, la natalità è continuata a diminuire. Occupazione femminile e natalità non sono dunque inconciliabili, anzi. Questi sono i risultati a cui sono giunti alcuni demografi nel 2009, analizzando lo sviluppo economico delle regioni europee e il loro tasso di natalità, che sembrano confermati da studi recenti. Altra confutazione della teoria di Fontana e Gotti Tedeschi. Il male non è Eva che rifiuta la maternità per il vizio, ma è piuttosto il vizio di una classe dirigente di errare nelle strategie sociali e nella designazione degli investimenti da fare. Una vera grande opera, della massima utilità strategica per il Paese, sarebbe stata quella di sostenere la donna nel suo ruolo di madre e lavoratrice. Mentre in altri paesi questo lo si è capito un trentennio fa, e guardando al futuro si è iniziato a investire nel capitale sociale, in Italia si è preferito guardare a un constante presente di appropriazione indebita del capitale sociale. Un errare che nella sua voluta persistenza si è rivelato diabolico.

(4) La donna ha dovuto essere sempre più chiamata a contribuire all’economia famigliare. Con il processo di sviluppo, nota Livi Bacci, è aumentata la pressione economica per le famiglie. Mentre fino agli anni ’80 il marito lavoratore riusciva a provvedere alla famiglia, dagli anni ’80 si è resa sempre più necessaria la partecipazione della donna nella produzione del reddito famigliare. Se da un lato il lavoro risponde anche a un desiderio di indipendenza economica e di realizzazione della donna, da un altro è spesso allo stesso tempo una necessità. 

(5) La precarizzazione del lavoro impatta negativamente sulla decisione di avere figli, concludono Alessandro Rosina e Mauro Migliavacca nel loro capitolo. Scrive Livi Bacci nell’introduzione:

l’avere un lavoro è condizione necessaria per fare un figlio, mentre non avere lavoro può essere una causa sufficiente per posporre o evitare una nascita. 

Inoltre, per la donna la partecipazione al mercato del lavoro spesso implica un maggior carico di lavoro complessivo, perché si deve accollare il carico di lavoro famigliare, per il poco aiuto da parte del partner. Spesso sono le donne che si fanno carico anche dell’assistenza ai genitori. Immagino che Gotti Tedeschi mi potrebbe rispondere che paesi come il Congo, il Niger, il Mali garantiscono poche tutele alla donna e alla famiglia ma hanno un tasso di fertilità di sei-sette figli per donna. Vero. Purtroppo questi paesi sono anche tra i più poveri del mondo, con un reddito medio annuale di 400-700 euro pro capite, che continua inesorabilmente a mantenersi sui livelli degli anni ’80. Ma forse Gotti Tedeschi ritiene che sia questo il modello per l’Italia.   

(6) Il capitolo di Letizia Mencarini esplora il ruolo del carico di lavoro della donna nella famiglia nella decisione di avere più figli. L’analisi della Mencarini ci dice che quando un figlio aggrava pesantemente il carico di lavoro per la donna, questa è meno propensa a volerne altri, o meglio un altro figlio, anche se lo desidererebbe. Al di là del naturale maggior sforzo richiesto alla donna nel produrre e prendersi cura del figlio, spesso la donna si sente poco aiutata dal partner e dalla società, e lasciata sola nella gestione del bambino (e non è un caso che l’Italia sia tra gli ultimi paesi in Europa per parità di genere, tasso di occupazione femminile e spesa sociale destinata alle famiglie). Senza l’aiuto dei nonni per molte donne sarebbe molto difficile gestire i figli. Un secondo figlio può diventare un impegno insostenibile quando manchi questo supporto (per esempio nel caso di allontanamento della famiglia dai nonni a causa del lavoro). Letizia Mencarini e Daniele Vignoli hanno analizzato in dettaglio questa problematica nel loro recente libro “Genitori cercasi. L’Italia nella trappola demografica” (Università Bocconi Editore, 2018). Le medesime conclusioni sono state ribadite anche da studi per altri Paesi. 

In sintesi, in Italia non si fanno figli perché: non c’è la possibilità per i giovani di avere un lavoro stabile e la precarizzazione del lavoro non permette di fare programmi, il lavoro spesso è mal pagato e non permette di mantenere dei figli (se non in condizioni di povertà), manca un sostegno quando si perde il lavoro, la donna non ha tutele, non vi è un sostegno alla maternità, non vi sono adeguati servizi alle famiglie, non c’è fiducia nel futuro e nelle nostre classi dirigenti. 

Le politiche da attuare devono quindi lavorare su due fronti. Il primo riguarda il mercato del lavoro, e richiede di ridurre la disoccupazione e la precarietà del lavoro e supportare chi sia a rischio di esclusione sociale. Rosina e Migliavacca, nel loro capitolo, concludono che la precarizzazione del lavoro gioca un ruolo cruciale per la crisi della natalità, dato che il precariato non incentiva la formazione di nuclei famigliari, e i problemi economici che ne derivano riducono la possibilità per i giovani e le famiglie di avere dei figli.

Il secondo fronte di lavoro riguarda il sostegno alla donna, e implica favorire l’occupazione femminile e l’implementazione di serie politiche di supporto alla maternità e alla famiglia. Se per la donna la maternità significa il rischio di esclusione dal mondo del lavoro e di isolamento e un eccessivo carico di lavoro e di responsabilità, questa sarà ovviamente meno disposta ad avere figli. Gli autori suggeriscono di rifarsi alle politiche in atto in altri paesi europei per sostenere i giovani in un mercato del lavoro sempre più flessibile, che rischia di indirizzare la natalità italiana in un vicolo cieco. 

5 Italia: fantasia cercasi, astenersi ciarlatani   

“La fantasia al potere”, sante parole per un Paese come l’Italia, per il quale la fantasia, la creatività, l’inventiva, l’ingegno sono le uniche risorse disponibili. “L’Italia non ha mai avuto niente e non ha niente” scriveva il grande storico dell’economia Carlo Maria Cipolla nell’introduzione al suo saggio “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi”. Un testo pubblicato nel 1995 ma quantomai attuale. Nel saggio, Cipolla ripercorre la storia del nostro paese e ne analizza due questioni cruciali, le ragioni degli alti e bassi economici e le differenti traiettorie di sviluppo intraprese dal nord e il sud del paese.

Nell’introduzione, Cipolla così sintetizza la “questione italiana”:

Se l’Italia vuole prosperare nelle condizioni naturali in cui si trova deve esportare. L’Italia importa buona parte di quanto consuma, ma per importare deve esportare beni e servizi onde acquistare i mezzi per pagare le importazioni.  […]  Noi siamo un popolo che non può permettersi di fermarsi, di accontentarsi di facili successi. Dobbiamo sempre inventare cose nuove che piacciano e che quindi si vendano fuori dai confini.

Ovviamente minore la popolazione, minore è questa pressione a esportare. Se la popolazione italiana fosse di trenta milioni (come nel 1900) invece che degli attuali sessanta, probabilmente potrebbe essere quasi autosufficiente per la produzione alimentare e avere una dipendenza energetica molto minore, e un minore impatto ambientale. Forse una gran parte del Paese potrebbe anche essere lasciato alla natura. Questo ne farebbe un Paese molto più ricco in termini di Pil pro capite, anche se meno in termini di Pil del paese. Però dubito che i Paesi scandinavi sarebbero interessati a scambiare il loro alto Pil pro capite e basso Pil in termini di Paese per un alto Pil del Paese dovuto a una popolazione numerosa e un basso Pil pro capite dovuto alla bassa produttività del lavoro. La Cina non ha migliorato la sua condizione socioeconomica perché è diventata popolosa, ma perché ha ridotto la crescita demografica e si è industrializzata! 

Cipolla ci spiega come i secoli d’oro del paese, tra il 1000 e il 1500, furono legati al prosperate dell’innovazione tecnologica in campo agricolo, tessile, metallurgico, alla produzione ed esportazione di manufatti di alta qualità (come tessuti, armature, carta), al commercio (si pensi alle repubbliche marinare), alle nuove idee in campo finanziario. Il declino, che dal 1500 portò rapidamente la penisola ai margini dell’Europa per i secoli seguenti, fu invece legato ai continui conflitti che insanguinarono il Paese dissipandone enormi risorse economiche, all’aumento demografico, alla stagnazione in campo tecnologico che, con l’aumento del peso della tassazione e della burocrazia, resero le merci italiane sempre meno competitive sul mercato europeo (“i corsi e ricorsi storici” come direbbe Giambattista Vico, il grande filosofo del Settecento napoletano). E furono ancora l’industrializzazione e gli investimenti nell’educazione e nella ricerca (oltre alle concomitanti favorevoli condizioni internazionali), e la riduzione della fertilità, a determinare lo sviluppo economico che, nonostante gli alti e bassi, caratterizzò il periodo 1950-1990.

La fantasia è quindi il nostro bene più prezioso. La dobbiamo promuovere nelle menti dei giovani, incentivare, sostenere e premiare. Ne dobbiamo far tesoro, dato che è l’unica vera risorsa che abbiamo. 

La fantasia non manca certo nelle menti dei politici italici. Purtroppo non si tratta di quella di cui avremmo bisogno ma di quell’inventiva con cui il ciarlatano vende le sue finte soluzioni ricorrendo a un uso distorto e disonesto delle informazioni, contando sulla credulità e sull’ignoranza della piazza. Ricordiamo però che in Italia “È vietato il mestiere di ciarlatano” (articolo 121, ultimo comma, Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza, Regio decreto 1816/31, n. 773).

Governo. Culle vuote riempite da fantasiose promesse ultima modifica: 2018-11-19T17:04:52+01:00 da TIZIANO GOMIERO

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