Se si lascia ai populisti la critica dell’informazione

Le ingiurie di un vicepresidente del consiglio (M5S) contro i giornalisti ripropongono il tema del potere economico e politico nei media, in passato materia d'indagine e d'intervento della sinistra, fin dai tempi di "Stampa e realtà", un’analisi redatta nel 1921 da Kurt Tucholsky, all'epoca di Weimar
scritto da SUSANNA BÖHME-KUBY

Constatare che il rapporto tra i mass media e la realtà è complesso e contraddittorio non è nulla di nuovo. Prendiamo ad esempio questo passo tratto da “Stampa e realtà”, un’analisi redatta nel 1921 da Kurt Tucholsky, uno dei più importanti giornalisti e scrittori della Repubblica di Weimar, che conosceva bene le condizioni del proprio mestiere e scriveva per decine di testate dell’epoca.

Si potrebbe pensare che gli eventi accadano e poi, automaticamente, scivolino nei giornali, dalla realtà alla carta stampata, dal fatto concreto al resoconto. Ma non è così. Essendo la riproduzione della realtà infinitamente più importante del fatto in sé, la realtà si sforza da tempo di presentarsi alla stampa nel modo in cui vorrebbe apparire. Le agenzie stampa costituiscono il più complesso tessuto di menzogne che mai sia stato inventato.

 

Ben lontani dal riportare la notizia di un evento così com’è successo, ovvero il più possibile fedele alla verità, giornalisti e tecnici si adoperano per conformare il resoconto in modo tale da poter essere recepito come fosse la verità preservando, nel contempo, i molti interessi di committenti, industriali e partiti.

 

Il redattore è profondamente convinto dell’assioma secondo cui è impossibile riportare un fatto così come si è svolto e, perciò, egli non si rende più conto fino a che punto lui falsifichi la realtà. E non penso ai casi di corruzione palese – alla fine la meno pericolosa – ma alla normale prassi in uso in questo paese.

 

Fondamentale per un giornale è, in primo luogo, quello che riporta e quello che non riporta. Nessuno crede che, ogni giorno, succeda esattamente tanto quanto sta scritto nelle sedici pagine del suo quotidiano, eppure quasi tutti i lettori sono convinti di trovarvi l’essenziale, il sunto degli avvenimenti quotidiani più rilevanti.

Ma non è cosi, conclude Kurt Tucholsky.

Kurt Tucholsky

La polemica riaccesa in Italia dalle recenti ingiurie mosse addirittura da un vicepresidente del consiglio (M5S) contro la categoria dei giornalisti tout court ha riportato in primo piano la difesa della cosiddetta libertà di stampa da parte degli stessi giornalisti, ma non investe appieno il ruolo sempre più problematico dei mass media nella società attuale.

Piero Bevilacqua ha giustamente ricordato sul manifesto del 15 novembre, tra le varie “forme di distorsione” che caratterizzano la situazione italiana, “la concentrazione monstre di Berlusconi e la crescente precarietà occupazionale dei giornalisti”, per non parlare dei cambiamenti indotti dalla crescente comunicazione diretta online e dall’auspicato futuro superamento da parte dei fautori della democrazia diretta di ogni tipo di intermediazione. Eppure non è che l’Italia si distingua per questo in modo particolare tra “le democrazie più avanzate dell’Occidente” come afferma l’autore, ma l’Italia ha – come le altre nazioni – specifiche caratteristiche storiche.

Dopo la guerra, e per decenni, il panorama politico offerto dall’informazione stampata era in Italia anche più ampio e differenziato di quello tedesco, dove la “stampa d’opinione”, per lo più legata ai partiti, venne ridimensionata presto a favore di una diffusa stampa di massa di tipo anglosassone, come per esempio la Bild-Zeitung con tirature un tempo fino a cinque milioni di copie quotidiane.

Molto prima che non in Italia la forte concentrazione economica nel settore aveva prodotto nella Germania federale una rapida omologazione dell’opinione pubblica. Ad esempio, i quotidiani in mano al magnate della stampa Axel Springer raggiungevano percentuali fino al novanta per cento in parecchi centri cittadini, e contro ciò prese avvio la rivolta degli studenti nel ’68, chiedendo di espropriare l’editore: “Enteignet Springer!” Ma nel frattempo gli imperi della stampa tedesca hanno conquistato altro. Il Konzern Bertelsmann, una delle maggiori aziende multimediali al mondo, la prima in Europa, ha conquistato gran parte dei paesi dell’est e la sua Fondazione consiglia gli stessi governi.

La sede dell’editore Springer a Potsdamer Platz, Berlino

In Italia, a causa di una tarda e diversa industrializzazione, non si è sviluppata una paragonabile stampa quotidiana di massa – a parte forse la stampa sportiva – destinata alla grande diffusione. A parte la stampa legata ai partiti, la grande stampa borghese veniva e viene letta soprattutto dagli strati medio-alti della popolazione nelle città. Solo dagli anni Ottanta, con la televisione privata di Mediaset, ha preso dunque avvio quel mediatico lavaggio del cervello che la stampa di massa persegue nelle società industriali da circa cento anni, ovvero quello che Kurt Tucholsky ha definito come “diffusione dell’ignoranza per mezzo della tecnica”. Tucholsky si riferiva nel 1924 al ruolo della stampa di massa di Hearst negli USA all’inizio del Novecento e a quella dei magnati editoriali nella Germania di Weimar, ma la sua descrizione è calzante ancora per l’oggi:

Questa situazione è una copia fedele dell’ordine sociale che la produce. Una noia chiassosa e in più una gravissima responsabilità: l’occultamento della verità e la distrazione dall’essenziale.

Il passaggio dalle autocrazie ottocentesche – con la censura istituzionale ivi vigente – alle democrazie parlamentari aveva capovolto anche i parametri nelle società industriali di massa, e le forbici dei censori erano passate dalle loro mani per lo più nelle teste dei giornalisti stessi (in tedesco si parla appunto della Schere im Kopf, la “forbice in testa”). Mentre fino alla fine dell’Ottocento la stampa d’opinione borghese di ispirazione illuministica, come anche quella del movimento operaio, mirava all’educazione e alla formazione di una coscienza politica dei propri lettori, con l’inizio delle democrazie parlamentari la situazione cambiò.

Dopo la Prima guerra mondiale, le oligarchie dominanti dovettero procurarsi il consenso politico anche delle masse popolari attraverso il voto parlamentare e quindi dovettero tenere sotto controllo la nuova “opinione pubblica”, che non a caso divenne quella dominante, ovvero quella di chi domina. “La libertà di stampa in Germania è la libertà di duecento uomini ricchi di diffondere le proprie opinioni” affermò ancora nel 1965 il giornalista liberale Paul Sethe: non un sovversivo, ma uno dei fondatori della Frankfurter Allgemeine Zeitung, organo principale del grande capitale tedesco.

La polemica attuale dunque è vecchia. La da secoli aspirata “libertà di stampa” divenne diritto costituzionale solo dopo la Seconda guerra mondiale e come tanti altri diritti simili indica più un obiettivo da raggiungere che non uno stato di fatto realizzato.

Per comprendere a fondo la problematica odierna occorre partire dall’analisi della realtà economica dei mass media, che nel capitalismo sono da sempre imprese produttive come altre e seguono la traiettoria del libero mercato. Nella loro forma cosiddetta “libera”, ovvero indipendente da partiti, istituzioni o organizzazioni di massa, i media mirano per forza al maggior profitto. Sono controllati dall’industria e dalla finanza non solo attraverso la diretta proprietà delle testate, come qualcuno ipotizza, quanto – e in modo più sottile – attraverso la pubblicità che garantisce i costi di produzione, condiziona fortemente il contesto redazionale e determina oggi – con la crisi economica – anche il declino dei giornali stessi, perché gli ingenti finanziamenti pubblicitari si stanno trasferendo online.

Già Tucholsky, sempre nel 1921, aveva accennato a questi condizionamenti:

Ogni istituzione, dalla Chiesa cattolica al trust del sapone, ha un immenso interesse talvolta a non apparire per nulla sulla stampa, talvolta ad apparire molto e in un determinato modo. Ogni istituzione moderna tiene conto di questa esigenza e mantiene all’uopo un vero e proprio ufficio stampa. Si può senz’altro affermare che tutte le organizzazioni politiche ed economiche investono gran parte del loro lavoro per far bella figura agli occhi dell’opinione pubblica. L’apparenza vale a tutti gli effetti più della loro reale esistenza e spesso genera successi immediati. E i mezzi sono molteplici. […]

A questo punto bisogna anche citare il legame tra il mercato pubblicitario e la redazione. Solo in provincia, nei giornaletti locali, questo rapporto è palese. Negli altri casi, quelli più pericolosi, esso si cela dietro particolari “esigenze” o “considerazioni di opportunità” – e magari, di questo legame, il redattore onesto spesso non è nemmeno cosciente. Ma esiste, poiché un giornale è un affare.

Sono rari i casi di chiara corruzione. Non è bello per il decoro dell’atmosfera pubblica – perché la scoperta di casi simili diminuirebbe la stima per la stampa, e nessuno la prenderebbe più così sul serio come si fa oggi: essa, infatti, è molto più che corrotta, è influenzata. O meglio, influenzata in modo incontrollato.

Ai redattori ormai è entrato nel sangue che, alla fine, devono pensare non alla verità ma all’effetto delle loro notizie. In una rivista specializzata di recente si è persino arrivati a discutere se fosse o meno il caso di riferire sulla miseria in cui versa la Germania. Da un lato, sarebbe utile, dall’altro dannoso… La possibilità di dire la verità, costi quel che costi, non è stata nemmeno presa in considerazione.

La merce delle notizie, comprata come materia prima dalle agenzie di stampa, rielaborata redazionalmente e poi venduta ai lettori, costituisce dunque una scelta mirata di notizie e opinioni, nemmeno nettamente distinte l’una dall’altra, come invece vorrebbero i manuali di giornalismo. Proprio questo carattere di merce è in netto contrasto con l’ideale “libertà di stampa” e con la presunta indipendenza del giornalista, garantita formalmente dall’ultimo dopoguerra nelle costituzioni democratiche, ma non realizzata sotto le premesse esistenti.

Nel migliore dei casi si ha in una società una varietà di testate con opinioni diverse, dalle quali il lettore esperto può attingere una propria visione del mondo. Ma nella grande stampa, a parte le forti continuità negli assetti imprenditoriali e personali nel giornalismo europeo durante il Novecento, vale tuttora in modo più o meno velato quell’intreccio fitto di complicità corporative e interessi che Tucholsky rilevò nel 1932, quando il redattore era libero solo “a condizione di recepire lo spirito del rappresentante del cartello che controlla il giornale”, purché “non si spezzi la catena dei riguardi, quelli verso gli inserzionisti e quelli verso la suscettibilità dei lettori borghesi”.

Da almeno cento anni i grandi mass media fungono di fatto soprattutto come strumenti di propaganda – palese, in quanto legati ai governi nei decenni fascisti in Italia come in Germania, poi “liberi”, con modi più occulti e più raffinati, nei decenni dopo il 1945 – per neutralizzare l’aspirazione dei molti alla libertà politica promessa dalla democrazia e trasformarla in libertà di poter consumare, secondo il modello Usa, diffuso nel dopoguerra anche in Europa.

È di questo stato di cose e delle sue implicazioni politiche in Italia che si sarebbe dovuto discutere a sinistra a proposito del conflitto d’interessi di Berlusconi, che poneva un problema molto più ampio del mero assetto proprietario. Se il lungo declino della sinistra era ed è anche un problema di cultura nel senso ampio, come si ripete ormai da anni, bisognerebbe studiare anche le condizioni materiali di quella cultura e non lasciare ai populisti di turno una facile propaganda contro i mass media. Ma ormai le diverse voci della stampa di sinistra sono sparite quasi del tutto anche in Italia. Dopo i pesanti tagli delle sovvenzioni statali alla stampa non profit negli anni passati sopravvivono in pochi, e l’attuale governo ha annunciato la soppressione totale dei sostegni.

Dopo una pesante ristrutturazione è sopravvissuto il manifesto, che si mantiene indipendente non potendo e non avendo mai potuto contare, se non in misura irrisoria,  su introiti della pubblicità, destinata dagli inserzionisti a grandi media padronali e tv. Questa libertà economica rispetto a forze esterne costituisce l’unica garanzia contro i condizionamenti “della corruzione indicibilmente lieve della vita”, come scrisse Tucholsky quasi cent’anni fa, per il ventennale del bisettimanale berlinese Die Weltbühne, che era finanziato dai soli abbonati e ciò gli permise di costruire un autentica “opinione pubblica alternativa, perché solo in essa i conflitti vengono affrontati con le armi dell’intelletto”. E che ancora oggi è considerato l’organo giornalistico più originale e previdente della Germania pre-hitleriana.

Se in Italia si vuole riattivare un potenziale critico di sinistra, prima che sia troppo tardi di fronte alla vittoria delle destre riunite, occorre recuperare anche una capacità di analisi della situazione culturale. Altrimenti non rimane che questo riferimento al periodo finale della Repubblica di Weimar fatto da Carl von Ossietzky, su Die Weltbühne, nel 1932:

Immediatamente prima di un gran patatrac cose e uomini sembrano essere colti da irrigidimento, come in uno spazio sotto vuoto. Per alcuni secondi tutto trattiene il fiato. Al momento stiamo vivendo uno di questi secondi. Dopo nessuno comprenderà che li abbiamo lasciati passare così inutilizzati, e senza opporre resistenza.

Se si lascia ai populisti la critica dell’informazione ultima modifica: 2018-11-19T13:57:02+02:00 da SUSANNA BÖHME-KUBY

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