Il Pd, secondo me. Conversando con Dario Corallo

Voce di una generazione in ginocchio, il trentunenne candidato alla segreteria è pronto a sfidare i vecchi dirigenti del suo partito ormai chiusi su se stessi. L'entusiasmo non manca, le idee neppure...
scritto da ALESSANDRO DOWLING

Laurea in filosofia con tesi su Marx e Gramsci, Dario Corallo dice di sentirsi a casa “nel fragore della battaglia”, politica ovviamente. È cresciuto e vive a Roma dove sin da giovane (o meglio, ancora più giovane) è entrato nel Partito democratico, militando nei Giovani democratici prima di lavorare al fianco di Maurizio Martina nel Ministero delle politiche agricole. È giovane sì, ma non giovanilista. Infatti insiste spesso che bisogna semplicemente “mandare a casa” chi sta sfasciando il Paese, vecchi o meno che siano.

È uno dei (finora) sette candidati, tutti maschi, in corsa nelle primarie per la segreteria del Pd, sconosciuto ai più fino all’Assemblea nazionale dello scorso fine settimana, con un intervento di dieci minuti, dove ha sollevato critiche severe (“Il Pd si regge sul non detto, compresa la spartizione dei posti secondo le clientele”) e anche un po’ tranchant (“Il Pd ha difeso il capitalismo a spada tratta”). Sul web, giudice onnipotente, ci si è soffermati soprattutto sul momento in cui ha paragonato l’arroganza dei vecchi dirigenti Pd presenti in aula a “un Burioni qualsiasi”, provocando sdegno fuori e dentro il partito, che infatti ha preso le difese del virologo no-No-Vax.

E noi siamo partiti proprio da Burioni, cui è seguita una conversazione durata quasi un’ora e mezza – “per fermarmi bisogna spararmi” mi aveva avvisato all’inizio. Non è stato necessario. Ecco cos’è venuto fuori…

Vogliamo innanzitutto chiarire questa faccenda di Burioni, dato che mi sembra si sia sollevato un polverone su poca cosa, soprattutto rispetto al messaggio vero del tuo intervento durante l’Assemblea nazionale del Pd.
Premetto che mi sto divertendo come un bambino. Sono cresciuto nel partito e sono vaccinato rispetto a questo tipo di critiche. Ma, andando con ordine: nel mio intervento ho parlato inizialmente di una generazione in ginocchio, in mezzo alla strada, quella tra i venti e i trentacinque anni; chiaramente la colpa non può essere di chi governa da quattro mesi. Poi, ho contrapposto alla narrativa solita del partito (quella sulla speranza, per capirsi) la citazione che ho fatto “la verità è sempre concreta”, che nessuno lo sa ma è una frase ripresa da Lenin in “Che fare?”.
Dopodiché ho parlato dell’Europa come soggetto antidemocratico e ai critici che mi dicono “come fai a dire che l’Unione Europea è di destra?”, io ricordo loro che sono quattordici anni che governa la destra in Europa.

Ho quindi parlato di una classe dirigente, del Pd ma non solo, che ha fallito completamente nella sua azione politica, che ha governato male e non solo comunicato male, come dicono spesso per difendersi. E in tutto ciò il problema loro è che ho detto che sono arroganti come Burioni?! Se queste sono le loro priorità, va benissimo, perché così stanno aprendo un’autostrada. Perché poi alla fine ho detto che il Pd aggredisce e umilia senza neanche ascoltare, e per tutta risposta i dirigenti del Pd hanno deciso di aggredirmi e umiliarmi senza ascoltare. Quindi mi hanno dato ragione, l’ho trovata divertentissima questa cosa.

Almeno ti diverti. Il tuo discorso poi verteva su quel 99 per cento di giovani abbandonati dallo stato e senza lavoro. Di Maio ha solo un anno più di te che ne hai 31 ed è ministro del lavoro. Cosa sta o non sta facendo per questo 99 per cento?
Di Maio non sta pensando alla generazione più giovane; cioè, il vero problema di questo governo è che sta tappando buchi. Il tema del deficit è emblematico perché si può anche fare deficit ma per qualcosa che valga la pena. Oggi la mia generazione (venti-trentacinque anni) si trova abbandonata dallo stato, si sente sola. Girando per strada si vedono tantissimi disoccupati ma poi si vedono anche moltissimi lavori che andrebbero fatti: allora perché non portiamo a essere pubblici tutti i settori indispensabili, l’energia, i trasporti, la sanità, le infrastrutture? Purtroppo c’è già un disegno internazionale di svilimento di questi servizi pubblici essenziali per privatizzarli e darli in mano alle grandi multinazionali. Questo per esempio, potrebbe essere un motivo per fare deficit. Invece Di Maio e i 5 Stelle stanno facendo delle iniziative spot dove c’è una contraddizione profonda perché Di Maio fa il meridionalista a parole ma il Sud è distrutto.

E non possiamo pensare di vivere di solo turismo, bisogna ripartire da un piano industriale che è andato perduto, soprattutto a partire dal sud, dove è ricominciato quell’esodo verso il Nord e verso l’estero che lo ha svuotato. Un esempio calzante, la mia famiglia ha casa vicino a Siracusa, dove trovi distese di campi di pomodori; se la sera vai al bar trovi gli anziani che insegnano a giocare a scopone agli africani che presumibilmente hanno lavorato tutto il giorno nei campi. I giovani non ci sono. Poi ogni tanto apre un Decathlon o un McDonald’s, o altre grandi multinazionali in grado di garantire quei redditi minimi e i pochi giovani rimasti si fiondano lì.

Anche sull’istruzione poi c’è un’operazione di smantellamento. Io dico: perché non si pensa all’università gratuita per tutti? Allo studio come diritto universale? La risposta è di aprire l’istruzione non di chiuderla, perché c’è un Paese fermo dove c’è una classe medio borghese di giovani che ha la famiglia dietro ma sente la frustrazione di non potersi lamentare nemmeno quando non trova lavoro.

E poi c’è il famoso 99 per cento che non ha neanche una famiglia alle spalle. E sono esclusi anche solo dalla possibilità di studiare. Questo status quo è mantenuto da una classe dirigente del Paese che si è chiusa su se stessa in una membrana semi-permeabile, dove quel ‘semi’ è dato dalla loro volontà. Sono loro che scelgono chi entra e chi no, e tutto il resta orbita intorno per inerzia.

Alla fine sarà la nostra generazione che da un lato dovrà pagare le pensioni dei nostri genitori e dall’altro portare avanti una generazione futura; ma sia chiaro, il tema non è giovanilista.

Rimanendo in tema Di Maio e grillini. Gli elettori disillusi e delusi dal Pd che hanno votato il Movimento 5 Stelle a marzo sono recuperabili?
In verità, c’è un pezzo maggioritario degli elettori 5 Stelle che si trova a sostenere cose in cui non credono. E come si recuperano questi? Bisogna essere in grado di modificare la propria linea politica come ha fatto Sánchez in Spagna, che a suo tempo era stato fotografato nella famosa foto del trio delle camicie bianche con Renzi e Valls nel 2014 a Bologna [festa nazionale dell’Unità]. Sánchez è riuscito a discutere con Podemos e ora è al governo.

Diversamente, Valls ha portato il partito socialista francese al disastro tanto che non esiste più; e così ha fatto Renzi con il Pd, anche se un disastro minore rispetto a quello francese.

Adesso il Pd dice che il modello da seguire è Macron, che sta prendendo le mazzate in Francia. È l’ora di finirla con questi modelli, bisogna mettere da parte questo provincialismo e iniziare a pensare a cose reali, a livello europeo soprattutto.

E bisogna smetterla con la fiaba che la sinistra abbia vinto nelle elezioni europee del 2014, perché palesemente non è così. Poi, se c’è una critica così massiccia e larga dell’Unione europea, ci sarà un problema a livello europeo o continuiamo a dirci che invece va benissimo? Se prendiamo le quattro maggiori istituzioni europee, solo il parlamento europeo è eletto dal popolo. Le altre sono elette indirettamente. Se vogliamo equilibrare i poteri, l’esclusiva legislativa dovrebbe essere data al parlamento e non alla Commissione.

Vedendo i danni in cui sta incorrendo la Brexit, uscire non è una soluzione. Quindi?
Ci vuole un processo di democratizzazione. Perché non rendere europei alcuni diritti, gli orari di lavoro, alcuni sindacati, l’istruzione stessa? Bisogna farli questi europei. Pensiamo a uno Schengen dei professori universitari, perché ora hai università di serie B che ricevono meno finanziamenti di università di serie A. Ma bisognerebbe dare qualcosa in più a chi sta indietro, no? Magari organizzando scambi di professori senza dover fare salti mortali. Abbiamo le tecnologie per comunicare da una parte all’altra del mondo in un nanosecondo e le usiamo per mandarci i meme. Mentre si potrebbe far tenere un corso alla Sapienza da un economista tedesco senza che questo si debba muovere da Francoforte. Invece che un commissario, perché non dei ministeri europei che siano in grado di coordinare le politiche a livello europeo, perché ci vuole uniformità ma anche sostanza.

Mentre c’era la guerra in Siria, le rivalità tra Usa e Russia sui gasdotti, emigrazioni enormi che passavano dalla Sicilia o dalla Turchia, cambiamenti climatici che stanno mettendo a rischio il pianeta, la UE si è preoccupata del roaming…

Le sinistre europee hanno confuso l’internazionalizzazione con la globalizzazione, pensando che aprendo allo spostamento delle persone si arrivi all’internazionalismo, ma non è così.

C’è chi sembra aver più diritto di muoversi di altri. Sulla questione dei migranti che arrivano in Europa dall’Africa e dal Medio Oriente, ad esempio l’Europa sta fallendo, e l’Italia sta costruendo muri.
Il tema è triplice, perché c’è il primo problema della migrazione regolare. Io ti dico che in Europa non c’è il suffragio universale. E tu mi dirai “che stai addì?” Be’, in Italia ci sono cinque milioni di persone che vivono e pagano le tasse regolarmente ma non possono votare. Sono gli immigrati appunto. Ricordo che su “no taxation without representation” è scoppiata una rivoluzione negli Stati Uniti.

In secondo luogo, c’è il problema della migrazione a livello esteso, di spostamenti frutto di anni, decenni di politiche neo-colonialiste dei paesi europei. Anche qui un aneddoto personale aiuta a capire meglio. Due anni fa, ero al campeggio dell’Internazionale socialista dove c’erano persone di tutto il mondo, tra cui un ragazzo del Burkina Faso, Hamed, che era il segretario del partito socialista lì. E durante un dibattito generale sul rapporto tra partito e sindacati lui ci chiede che cosa fossero i sindacati. Noi, un po’ sorpresi, glielo spieghiamo e poi lui ci chiede se i sindacati rappresentino tutti i lavoratori e noi diciamo di sì, al ché lui ci domanda: “quindi esistono sindacati anche per i bambini?”. È stato spiazzante, e il dibattito si è fermato davanti a questa frase.

Dopo anni che trattiamo l’Africa e il Medio Oriente come un magazzino dove poter prendere cose, ci stupiamo che questi se ne vogliano andare da lì. Alla fine, perché accettiamo che un ragazzo italiano vada a Londra a cercare fortuna, mentre pensiamo che un ragazzo africano venga qua a rubare?

Infine, c’è il terzo punto, culturale. Quando il mondo europeo era in una fase di difficoltà, il mondo arabo ci è venuto in soccorso. E ora che il mondo arabo è in difficoltà (anche per responsabilità nostre), noi lo stiamo abbandonando. Noi dovremmo prenderci cura di loro come loro hanno fatto con noi; loro ci riportarono Aristotele, ci insegnarono che bisognava usare il deodorante, mangiare con le posate e lavarsi, le cose basilari.

Bisogna cercare di combattere quell’ignoranza alla base dell’europeo moderno…
Sì, e il Pd in questo senso deve riscoprire una sua dimensione internazionalista altrimenti è perduto. I partiti di sinistra, quelli che avevano inventato la politica globale, ora sono gli unici che hanno smarrito questa dimensione.

La storia va in una direzione sola e la sinistra può lasciarsi portare ed estinguersi oppure tirare attivamente in quella direzione. C’è un bivio, o governi o sei governato. Quello che ci vuole è un sussulto umano, un nuovo umanismo che sia in grado di scoprire la partecipazione democratica dell’individuo alla vita politica. Nello scegliere un leader oggi c’è l’idea che qualcuno si debba occupare di tutti gli altri, invece il Pd dovrebbe promuovere la partecipazione del popolo alla vita politica, come faceva quando è nato.

Semplificando, il popolo non crede più nel Pd perché il Pd non crede più nel popolo…
Oggi il Pd sembra dire “Noi abbiamo un’idea giusta e se il popolo non ci vota o non ci capisce, allora è il popolo che sbaglia”.

Non riuscire nemmeno a nominare un segretario significa che c’è una frammentazione interna radicata.
Non solo non si riesce a nominare un segretario, ma non c’è nemmeno una linea politica. All’inizio di questo governo giallo-verde, certe figure all’interno del Pd pensavano “vediamo se faranno quello che hanno promesso” invece di provare a impedirglielo con un’opposizione solida. La verità è che non sapevano che dire né pensare, perché non c’era una linea politica.

All’interno del Pd c’è l’ultraliberista così come l’ultraleninista, che va benissimo, ma non hanno nemmeno uno spazio vero per discutere, e allora si piazzano su Facebook e pensano che il mondo sia lì, sui social. Ma i conflitti sociali reali esistono e sono più aspri di prima, e non è ignorandoli che li si risolve.

Se tu avessi la fiducia del partito, da dove partiresti per risolvere questi conflitti?
Due punti: uno interno (per il partito) e uno esterno (per il Paese). All’interno del Pd comincerei rompendo un tabù, cioè che il segretario non può ricoprire nessuna carica monocratica, perché la linea politica di un partito non può essere vincolata a eventuali accordi di governo. Sono due cose che devono stare separate.

Per la parte esterna, che lo Stato si faccia datore di lavoro. Ultimamente si parla tanto di privatizzare le autostrade, ma perché devono essere private? Non ho ancora trovato qualcuno che me l’abbia spiegato. Oppure l’acqua, che non è garantita in tutta Italia? O la sanità, perché dev’essere a gestione regionale? Perché un palermitano che si rompe una gamba deve avere meno possibilità di farsela curare di uno che se la rompe a Milano?

Dario Corallo

C’è una sfiducia accettata dello Stato nello Stato…
Sì, uno stato che non crede più in se stesso. A pensare male è peccato ma ci si azzecca, perché il disastro a volte sembra voluto.

Vivendo a Roma adesso è anche giustificato pensarla così…
Già. Su Atac c’è stato il referendum recentemente e io sono stato tra i promotori della mozione per il NO. E con il comitato “Mejo de No” siamo andati contro il partito, portando a casa il risultato e facendo capire che se togli i finanziamenti e non fai fare le revisioni agli autobus, è normale che gli autobus prendano fuoco.

Ma il problema non sta solo a Roma. Perché in Sicilia non ci si può spostare di città in città con i mezzi e in Lombardia sì? Perché un ragazzo che sta a Sortino e non ha la macchina non può andare all’Università che sta a Catania? La ripubblicizzazione di certi servizi ha bisogno di uno stato che si fa garante.

Come ultima domanda, mi riallaccio al tuo invito a ritrovare una forma di umanismo. C’è un libro che consiglieresti o faresti leggere ai politici?
Più che un libro, io partirei dalla tesi di Marx “Come si concilia il materialismo con la felicità umana?”, che porta Marx a considerare l’azione come riempimento della vita. Poi sceglierei il Quaderno 13 [dei Quaderni dal carcere] di Gramsci, quello delle Note su Machiavelli, dove dice, sempre attualissimo, che la crisi di un’autorità in verità è la crisi di un’egemonia di un’autorità.

Il Pd, secondo me. Conversando con Dario Corallo ultima modifica: 2018-11-22T19:30:57+01:00 da ALESSANDRO DOWLING

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