Israele. Se l’identità soffoca la democrazia

La legge sullo stato-nazione ebraico sta facendo discutere molto Israele. In molti ne criticano l’assolutizzazione delll’identità ebraica a scapito dell’idea di una democrazia inclusiva.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Dove vai, Israele? Un interrogativo che ha attraversato oltre settant’anni di storia, dalla fondazione dello stato a oggi: settant’anni vissuti in trincea, tra guerre, terrorismi, e anche stagioni, per quanto brevi, di speranza e dialogo. Dove vai, Israele? Una domanda esistenziale che il più delle volte, però, era ed è rapportata – e risolta, come se fosse la meccanica ricaduta di un’altra questione, peraltro irrisolta e forse irrisolvibile – alla questione palestinese. Come se quel “dove vai, Israele” potesse risolversi nel dove va la pace, o la guerra, con i palestinesi.

Un errore fatale. Culturale, prim’ancora che politico. Perché la “questione israeliana” vive autonomamente, e così è dalla fondazione dello stato di Israele, e resterà in campo anche il giorno, invero alquanto ipotetico, di una soluzione della “questione palestinese” che appare, come mai in passato, del tutto legata alle incerte dinamiche regionali e ai disegni di potenza dei vari attori sulla scena.

Dove vai, Israele? Una risposta compiuta, normata, si è avuta nella notte del 18 luglio 2018, una data da cerchiare in rosso, quando la Knesset ha approvato a maggioranza la legge che definisce Israele come “stato-nazione del popolo ebraico”. A favore del provvedimento hanno votato 62 deputati, contrari 55, compresi i rappresentanti dei partiti arabi. Divisi su tutto, sostenitori e critici su una valutazione convergono in toto: quella legge rappresenta un punto di svolta nella storia d’Israele. Un punto di non ritorno. Una ferita che, quattro mesi dopo, continua a sanguinare.

Identità ebraica e sistema democratico: erano i due pilastri su cui si reggeva l’utopia sionista, quella dei padri della patria. Settant’anni dopo la fondazione dello stato d’Israele, l’uno, l’identità ebraica assolutizzata e costituzionalizzata, ha finito per minare l’altro, l’idea di una democrazia inclusiva. Un passaggio d’epoca imposto con un voto a maggioranza: i partiti di centrosinistra e quelli che rappresentano la minoranza araba si sono opposti. Il timore è che ci sia una deriva “etnica” che finisca per discriminare gli abitanti non ebrei di Israele.

È vero che la legge è stata emendata dalle parti più controverse, dopo l’intervento del presidente Reuven Rivlin (Likud): per esempio è stato cancellato l’articolo sulla possibilità di creare città o quartieri “soltanto per ebrei”. Ma è rimasto l’articolo che prevede che l’arabo non sia più la seconda lingua ufficiale, e quello che stabilisce come “l’intera Gerusalemme unita” sia la capitale dello stato ebraico. Altra norma controversa (la numero 7) è quella che sancisce che “lo Stato vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico con valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento”.

Ma ciò che dà la cifra storico-culturale-identitaria alla legge è la prima parte, quella in cui sono definiti i principi fondamentali: a) la terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo stato di Israele si è insediato; b) lo stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione; c) il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico.

Israele, manifestazione con la Legge sulla nazione ebraica

La nuova legge non menziona esplicitamente un’annessione della “Terra di Israele” e quando, nel suo terzo principio di base, concede al popolo ebraico un diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale, lo fa nel contesto dello “Stato di Israele”. Eppure, nell’Israele della destra ultraidentitaria, il confine tra “Eretz” (Terra) e “Medinat” (Stato) è spesso volutamente confuso e facilmente incrociato. La terra definisce l’identità, lo stato ne è il (parziale) contenitore. Un contenitore che non ha una sua dimensione (confini) definita internazionalmente ma si dilata in rapporto alla capacità di inglobare altri pezzi di Eretz (la Giudea e Samaria dell’Antico Testamento): la riprova è nella bocciatura di un emendamento del Meretz che definiva il contesto di applicazione dell’autodeterminazione nazionale concessa al popolo ebraico, entro gli attuali confini dello stato d’Israele.

Prima che politica, la vittoria della destra ebraica (nelle sue diverse articolazioni partitiche) è culturale, perché ha saputo ridefinire la psicologia di una nazione sulla base di una visione nazional-religiosa che trae fondamento dal revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, il vate ideologico del quale fu segretario e tenace assertore Benzion Netanyahu, il padre dell’attuale premier israeliano.

Di Jabotinsky, Benzion Netanyahu apprezzava soprattutto il disegno di creare lo “stato degli ebrei” sulle due rive del Giordano. Non importava come: ogni mezzo, anche il più cruento, era lecito, “benedetto da Dio”, se serviva a raggiungere la meta. Chiunque ostacolasse questo disegno divino per Benzion era un nemico, un ostacolo da rimuovere. Nemici sono gli arabi che popolano la Palestina, gli avversari interni avevano invece il volto dei sionisti tradizionali, come Chaim Weizman o David Ben Gurion: i libri di storia israeliani parlano di loro come i “padri della patria”, ma in casa Netanyahu questa definizione elogiativa non aveva diritto di cittadinanza. Per Benzion, e più tardi per Bibi, Weizman e Ben Gurion sono stati solo degli “ingenui pericolosi”, oltre che dei “laici incalliti” in quanto fautori della supremazia di “Medinat Israel” su “Eretz Israel”. “Ingenui pericolosi”: apprezzamenti “leggeri” se rapportati alla pesante definizione con cui Jabotinsky usava bollare i suoi avversari: quella di “svastica rossa”.

Una storia che nasce dunque da molto lontano e che spiega, al di là dei calcoli elettorali contingenti, l’enfatico commento di un entusiasta Benjamin Netanyahu, secondo cui la nuova legge rappresenta un “momento fondamentale negli annali del sionismo e di Israele”:

Abbiamo custodito nella legge i principi base della nostra esistenza. Israele è lo stato nazionale del popolo ebraico, che rispetta i diritti individuali di tutti i suoi cittadini. Questo è il nostro stato, lo stato ebraico.

Le piazze si sono riempite, la polemica è esplosa su un tema che tocca nervi scoperti, ferite dolorose, e che rimanda al senso di sé come stato, come comunità nazionale.

Rimarca criticamente Abraham Yehoshua:

Malgrado sia essenzialmente dichiarativa, la nuova legge è comunque superflua e colpisce gravemente l’identità israeliana, un’identità nella quale si accomunano tutti i cittadini dello stato. Il nome della nazione in cui viviamo è Israele e tutti i suoi cittadini posseggono una carta d’identità israeliana, non ebraica. Che bisogno c’è quindi di un provvedimento simile? Dopotutto, già nel 1947, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale durante la quale un terzo del popolo ebraico è stato sterminato, le Nazioni Unite riconobbero il suo diritto a uno stato. Se volessimo chiarire il motivo profondo di questa norma giuridica provocatoria e inutile, ho l’impressione che lo si debba cercare non nel passato ma nel futuro. Ovvero nel dibattito sull’avvenire della Cisgiordania, dove circa due milioni e mezzo di palestinesi vivono sotto occupazione militare. L’auspicata soluzione di due stati per due popoli appare sempre più inattuabile col passare del tempo, soprattutto a causa della presenza di quattrocentomila israeliani negli insediamenti in Cisgiordania, che sarà impossibile sradicare con la forza se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile.

Stavolta la posta è l’identità stessa d’Israele, la sua essenza, il suo essere. Stavolta non esistono vie di fuga, compromessi possibili, incontri a metà strada: si vince o si perde. Lo sanno bene le centinaia di artisti, scrittori, intellettuali israeliani che questa estate hanno lanciato una petizione in cui si chiede al primo ministro Benjamin Netanyahu di abolire la legge dello stato-nazione. I firmatari, tra i quali David Grossman, Amos Oz, Abraham Yehoshua, Eshkol Nevo, Etgar Keret e Orly Castel-Bloom, hanno scritto:

Ci sono delle forzature che devono essere giudicate dalla Corte suprema, ma ci sono violazioni che toccano il cuore del popolo ebraico e la sua patria, che meritano l’attenzione degli intellettuali e del giudizio della storia.

E ancora:

La legge dello stato-nazione, secondo la quale lo stato di Israele è solo lo stato nazionale degli ebrei, autorizza espressamente la discriminazione razziale e religiosa, annulla l’arabo come lingua ufficiale accanto all’ebraico, non menziona la democrazia come fondamento del paese e non menziona l’uguaglianza come valore di base: in quanto tale, la legge dello stato nazione contraddice la definizione dello stato come stato democratico e contraddice la Dichiarazione di indipendenza su cui è stato fondato lo stato d’Israele. E su questo la Knesset non può intervenire a colpi di maggioranza.

I firmatari della petizione si rivolgono direttamente a Netanyahu:

Durante gli anni del tuo governo, hai costantemente eroso le fondamenta del nostro stato: hai danneggiato i rapporti tra Israele e gli ebrei americani e hai emarginato, riducendoli alla miseria, interi settori della società israeliana. Ma il colpo più grave è per i valori di uguaglianza e responsabilità reciproca su cui si basa la società israeliana e da cui trae la sua forza.

La “Legge della discordia” è destinata a modificare l’identità stessa dei partiti ebraici-israeliani, a cominciare da quello della destra storica: il Likud. Moshe Arens, ex ministro della difesa del coriaceo Yitzhak Shamir, è certamente un punto di riferimento importante nel Likud. Su Haaretz, giornale progressista di Tel Aviv, Arens ha fatto notare che l’ultima cosa che un governo israeliano sensato dovrebbe fare è di far sentire la popolazione araba locale poco gradita nel loro paese.

Fra i milioni che vivono nel Medio Oriente, i cittadini arabi di Israele sono gli unici che beneficiano di una economia libera e progredita, di opportunità di lavoro, economiche e sociali. Israele dovrebbe andare fiero del loro inserimento, che è uno dei successi maggiori del nostro stato.

Declassare la lingua araba? Al contrario, ha replicato Arens. Israele dovrebbe piuttosto moltiplicare le energie affinché il suo sistema educativo produca allievi in grado di esprimersi e di dialogare in arabo.

Considerazioni, quelle di Arens, che trovano il consenso di uno dei più autorevoli scienziati della politica israeliani, il professor Shlomo Avineri, che in un editoriale, sempre su Haaretz, ha espresso la stessa posizione:

Non si possono separare i diritti dei singoli cittadini dalla loro coscienza sulla loro identità, cultura, tradizione, lingua, religione e memoria storica.

Si arriva così a Benny Begin, figlio del premier e ideologo nazionalista Menachem Begin, il primo nella storia d’Israele ad aver scalzato dal potere (1977) quello che per quasi trent’anni aveva rappresentato il partito-stato: il Labour. Benny Begin è oggi deputato alla Knesset ma poco amato nella lista parlamentare del Likud. Sulla legge stato-nazione Begin jr. aveva preparato un testo che, a suo parere, avrebbe ottenuto il sostegno di cento dei 120 deputati. Vi si leggeva:

Lo Stato di Israele è il focolare nazionale del popolo ebraico; è basato su fondamenta di libertà, di giustizia e di pace, alla luce della visione dei profeti di Israele e garantisce eguaglianza e parità di diritti per tutti i suoi cittadini. Il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è peculiare del popolo ebraico.

Una proposta rigettata dal suo partito e dagli alleati di governo. “Non mi sarei ‎aspettato un comportamento del genere dalla direzione del Likud”, ha commentato Begin jr. “Un nazionalismo che non rispetti i diritti umani degenera nello sciovinismo”, avverte.

Considerazioni che non hanno smosso dalle sue granitiche certezze pro-legge il ministro del turismo Yariv Levin (Likud), che ai parlamentari ebrei in dissenso con la legge ha replicato rivolgendosi a ognuno di loro con questa liquidatoria domanda retorica:

Poni in discussione il diritto del popolo ebraico sulla terra di Israele? Non è il nostro stato-nazione?

Ancora più secco e diretto è Naftali Bennett, il leader di Habayit Hayehud (Focolare ebraico, partito vicino al movimento dei coloni), e influente ministro dell’educazione.  Bennet, uno dei più tenaci ispiratori della legge, ha rimarcato durante il dibattito parlamentare che “la determinazione paga”.

Ai nostri amici dell’opposizione che si sono mostrati sorpresi che un governo nazionalista abbia passato una legge a beneficio degli insediamenti vogliamo dire che questa è la democrazia

taglia corto Bennett.

Il presidente israeliano Reuvlin riceve la comunità drusa preoccupata per la legge sullo stato-nazione ebraico

Ayaleh Skaded, ministra della giustizia (anche lei di Focolare ebraico) e astro nascente nel firmamento della destra ultranazionalista israeliana, in un discorso pubblico ha sostenuto:

Nelle nostre leggi ci sono valori universali, diritti, già sanciti in modo molto serio. Ma i valori nazionali ed ebrei non sono sanciti. Negli ultimi vent’anni, ci si è concentrati maggiormente sulle decisioni sui valori universali e meno sul carattere ebraico dello stato. Questo strumento (la legge dello stato-nazione del popolo ebraico, ndr) è uno strumento che vogliamo dare alla Corte Suprema per il futuro.

Per queste considerazioni, l’ex parlamentare laburista Uzi Baram ha definito, in una dichiarazione pubblica, Shaked una “provocazione ambulante” e ha affermato che la ministra “sostiene la discriminazione ebraica” e “sta calpestando la Corte suprema”.

Durante la tempestosa seduta della Knesset, Avi Dichter, promotore della legge e presidente della commissione affari esteri e difesa, si è rivolto così ai legislatori arabi:

Eravamo qui prima di voi, e ci saremo dopo di voi.

“Posso dire una cosa molto semplice”, ha sentenziato il parlamentare Miki Zohar (Likud), durante un dibattito su Radio 103FM, come riportato da Times of Israel:

Non puoi imbrogliare gli ebrei, a prescindere da ciò che i media scrivono. Il pubblico in Israele è un pubblico appartenente alla razza ebraica, e l’intera razza ebraica è il più alto capitale umano, il più intelligente, quello più smaliziato.

Nel tentativo di placare le critiche e chiarire che cosa intendesse dire esattamente, Zohar ha rilasciato un’intervista a Hadashot TV, ma è riuscito solo a peggiorare la sua situazione negando di aver parlato di supremazia della razza ebraica, finché non gli è stata fornita una registrazione della sua dichiarazione.

Il popolo ebraico e la razza ebraica sono il più alto capitale umano esistente

ha poi ribadito.

Che ci vuoi fare? Siamo stati benedetti da Dio… Non devo vergognarmi del fatto che il popolo ebraico sia il popolo eletto; il popolo più intelligente e speciale del mondo.

Ron Huldai, rieletto per la quinta volta sindaco di Tel Aviv nelle recenti elezioni amministrative – la cui famiglia ha preso il cognome dal kibbutz Hulda da cui è originaria, baluardo del socialismo collettivista sionista in cui il sindaco è cresciuto insieme, fra gli altri, anche ad Amos Oz – ha dichiarato alla radio militare che i leader della coalizione di governo hanno intenzionalmente omesso ogni riferimento ai principi democratici nel testo della legge.

La legge è stata legiferata in quel modo con un obiettivo. Se si dicesse ‘lo Stato-nazione ebraico democratico’, è chiaro che per essere uno stato-nazione ebraico, ci deve essere una maggioranza ebraica. Nel momento in cui ometti il termine “democratico” stai dicendo che lo stato appartiene agli ebrei, e anche se non saranno una maggioranza, saranno in grado di continuare a governare su un altro popolo.

Il giudice in pensione della Corte suprema Eliyahu Matza va anche oltre quando afferma che la distinzione della legge sulla nazionalità tra ebrei e non ebrei costituisce la chiara indicazione che il governo Netanyahu sta abbandonando la soluzione dei due stati. Il governo sta “mirando ad un’annessione dei territori amministrati” e sta preparando Israele ad “assorbire diversi milioni di abitanti arabi senza diritti”. Questo, avverte Matza, trasformerebbe Israele in uno “stato di apartheid” per eccellenza. 

Fuori dalle minoranze etniche o dagli ambienti intellettuali, importanti ma non egemoni culturalmente, la discussione vera non è sul principio dell’ebraicità dello stato, ma cosa comporti esserlo. Vanno in questa direzione le riflessioni della ex ministra degli esteri e della giustizia, e oggi leader dell’opposizione di centro-sinistra (Meretz escluso) alla Knesset, Tzipi Livni, che spiega:

La nostra è una opposizione che si fonda sulla difesa di quei principi e valori contenuti nella Dichiarazione d’Indipendenza, che sono stati a fondamento della nascita dello stato d’Israele. Quella Dichiarazione teneva assieme i due pilastri fondanti della nostra identità nazionale e dello stato che i pionieri del sionismo fondarono settant’anni fa e che per settant’anni abbiamo difeso con sacrifici che hanno reso eroico questo paese. Quella dichiarazione era ispirata da una visione che la legge su Israele “stato-nazione ebraica’” stravolge, e non perché riafferma l’identità ebraica come perno della nostra identità nazionale, ma perché fa di questa riaffermazione elemento di discrimine, di esclusione, l’esatto contrario di ciò che la Dichiarazione d’Indipendenza ha sancito. Settant’anni dopo, quella Dichiarazione resta per tanti di noi il pilastro su cui si regge ciò di cui, giustamente, andiamo orgogliosi: il nostro essere uno stato democratico.

E insiste Livni, che seguì Ariel Sharon nell’uscita dal Likud, a seguito dello scontro sullo smantellamento degli insediamenti israeliani a Gaza (2005) e fu tra i fondatori di Kadima:

I padri fondatori d’Israele ambivano alla coesione nazionale che non prescindeva dall’affermazione dell’identità ebraica dello stato, portato della tragedia della Shoah. Lo stato d’Israele non è solo il tributo alla memoria dei sei milioni di ebrei trucidati nei lager nazisti, ma è anche la consapevolezza che gli ebrei avevano bisogno di una patria nella quale sentirsi ‘normali’, nella quale riconoscersi, della quale sentirsi orgogliosi.

La gravissima forzatura imposta dalle destre, è il pensiero della leader centrista, è dunque quella di aver contrapposto questi due elementi, assolutizzando il secondo rispetto al primo:

E così facendo non solo si mette a rischio la coesione nazionale ma si infligge una ferita mortale a quello che era e deve restare la carta fondativa d’Israele: la Dichiarazione d’Indipendenza. In quella Dichiarazione, la natura democratica dello stato d’Israele si fonda con l’affermazione d’Israele come focolare ebraico. Insisto su questo punto, perché lo ritengo davvero dirimente. Quello dei padri fondatori dello stato, il principio dell’inclusione, dell’apertura verso l’altro da sé, era un carattere precipuo dell’ebraismo e non qualcosa che avrebbe dovuto discriminare altri cittadini.

E conclude Livni:

Coloro che hanno usato l’essere ebrei come arma di divisione hanno svilito l’essenza stessa dell’ebraismo, e di questo ne sono state consapevoli tante comunità della Diaspora che hanno apertamente criticato questa forzatura.

Il ministro della difesa Avigdor Lieberman

Ecco riemergere con forza il tema nel tema: cosa significa nel Terzo Millennio essere, pensare, agire da ebreo. Riflette in proposito Zehava Gal-On, già leader del Meretz e fondatrice di B’tselem:

Il movimento per l’ebraismo riformato e progressista ha esaminato i testi ebraici e ha cercato di capire come vivere da ebreo in un modo che consideri le donne come uguali, che non umili le persone per la loro inclinazione sessuale, e rispetta l’altro e lo straniero. Questo movimento offre a Israele una scelta tra uno stato che celebra i suoi cittadini, che li vede come un bene e uno stato del sospetto che ha paura dei suoi cittadini, che considera legittima solo una piccola parte della popolazione in declino. Netanyahu ha fatto la sua scelta molto tempo fa. Ora dobbiamo fare la nostra.

In queste settimane, Netanyahu è alle prese con una crisi di governo determinata dalle dimissioni del super falco Avigdor Lieberman da ministro della difesa, motivate dalla tregua negoziata da “Bibi”, attraverso la mediazione egiziana, con le fazioni radicali palestinesi a Gaza: “Si è trattato di un cedimento ai terroristi”, ha tuonato il leader di Israel Beitenu. Al momento, nessuno dei leader degli altri partiti che sostengono Netanyahu lo ha seguito su questa strada, neanche l’ambizioso tecno-colono Naftali Bennett.

Ciò che resta della sinistra israeliana fa da spettatrice passiva a uno scontro tra le destre, sul terreno su cui la destra, nelle sue diverse articolazioni, ha sempre vinto: la sicurezza. È la conferma che prima che politica, la disfatta è culturale. Identitaria. E questo non vale solo per Israele.

Israele. Se l’identità soffoca la democrazia ultima modifica: 2018-11-22T17:57:09+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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