Sette mesi d’orrore a Managua

Scoppiata il 18 aprile scorso, una crisi gravissima dilania il Nicaragua, con centinaia di morti, innumerevoli feriti, prigionieri politici ed esuli, ma il regime del duo Daniel Ortega e Rosario Murillo non ha mai riconosciuto le cifre del lungo scontro. Nelle prossime settimane l’Assemblea nazionale discuterà una legge di riconciliazione nazionale
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

A sette mesi dallo scoppio della crisi che ha colpito il Nicaragua, con una scia di morti che fonti vicine alle ong stimano oscillare tra i trecento e i cinquecento, innumerevoli feriti, seicento prigionieri politici e cinquantamila esuli, il regime del duo Daniel Ortega Saavedra e Rosario Murillo, che non ha mai riconosciuto le cifre del lungo scontro, presenterà nelle prossime settimane all’Assemblea nazionale una legge di riconciliazione che dovrebbe condurre il paese sulla via della pace. 

Tutto ha avuto origine lo scorso 18 aprile, quando la proposta di una riforma del sistema previdenziale aveva scatenato una reazione che ha in breve fatto scendere in piazza gente comune colpita dal provvedimento e gli studenti che poi hanno occupato le università.

Da lì al salto di qualità dello scontro il passo è stato breve, e l’iniziale protesta contro il provvedimento economico, in seguito ritirato, si è trasformata in una lotta serrata contro il regime con l’obiettivo della cacciata di Daniel dal potere e l’indizione di elezioni presidenziali anticipate. 

Agenti in borghese, senza mandato del giudice, sequestrano cittadini che partecipano alle proteste contro il governo. In carcere i loro diritti sono ulteriormente violati

La situazione di disordine ha messo in ginocchio economicamente il paese il cui pronto interno lordo ha subito un tracollo e ha visto un aumento vertiginoso della disoccupazione. Secondo i dati diffusi dal Consejo Superior de la Empresa Privada (Cosep) hanno perso il loro impiego 417.000 persone tra aprile e settembre, mentre l’attività economica più colpita è quella commerciale. A ciò va aggiunto il calo dell’occupazione che ha colpito anche l’economia turistica, mentre stanno venendo meno gli aiuti economici che negli anni sono provenuti dal Venezuela attraverso la cooperación petrolera. 

Un flusso continuo di denaro che già dai tempi di Hugo Chávez ha consentito a Ortega di finanziare qualche provvedimento a favore dei ceti più poveri, oltre ai sostanziosi acquisti fatti nel sistema dei media nazionali che controlla attraverso i numerosi figli. 

Messo a dura prova dalle innumerevoli manifestazioni, dalla repressione della polizia e dagli interventi di bande paramilitari orteguiste, con un Frente Sandinista de liberación nacional svuotato di vita democratica interna ridotto a strumento docile in mano a Daniel e consorte, e con sempre più ex compagni di lotta che gli hanno voltato le spalle, il governo è andato perdendo l’appoggio dei due pilastri su cui in questi anni ha potuto contare. 

In primo luogo quello della chiesa, che si è spesa in un lungo e inutile tentativo di mediazione per uscire dalla crisi, che per aver difeso i manifestanti è stata spesso attaccata dal regime che non ha avuto problema di far ricorso alla violenza fisica attraverso le sue bande paramilitari. Infine della gran parte dei maggiori gruppi economici che hanno rotto il patto che Daniel era riuscito a fargli sottoscrivere tacitamente, grazie al quale, in cambio dell’appoggio, ha dato loro mano libera in campo economico.

Per giungere ai nostri giorni in una situazione di stallo in cui il governo è sempre più isolato all’interno e a livello internazionale e l’opposizione non accenna ad abbassare la protesta. E dal suo variegato schieramento la proposta della legge di riconciliazione annunciata è stata letta piuttosto come il tentativo di far passare un maldestro progetto di amnistia e impunità per i crimini commessi dal regime di Managua, più che rappresentare un superamento reale dei motivi profondi di frattura della società nicaraguense.

Tra le molte reazioni di rifiuto, pesa quella di Vilma Núñez, presidente del Centro Nicaragüense de Derechos Humanos (Cenidh), che a Ortega ha ricordato che lui è il principale responsabile dei crimini di lesa umanità commessi nel paese. Essendosi rifiutato di aderire a quel percorso che aveva visto la chiesa mediatrice, che era anche l’unica strada per giungere a quella riconciliazione che ora Ortega vorrebbe ottenere per decreto.

Con il risultato che in questi sette mesi di grave crisi, il governo ha criminalizzato i cittadini che hanno riempito le piazze del Nicaragua sfidando la repressione al grido di “Ortega y Somoza son la misma cosa!”, e ha ridotto fino a cancellarlo il pur residuo margine di azione politica che avrebbe potuto esercitare, scegliendo l’arma della repressione. 

Chiusa ogni via reale di dialogo, Ortega ha dato prova che il suo regime è lungi dall’essere permeabile a una qualsiasi possibilità di riforma, imboccando in tal modo la fase terminale della sua esistenza, che necessariamente si dovrà concludere con il suo allontanamento dal potere.

Nel periodo 19 aprile-4 novembre 535 cittadini uccisi, 4.353 feriti, 1302 sequestrati da gruppi paramilitari, 472 liberati per interessamento dell’ANPDH e della chiesa cattolica. 20 agenti liberarti per interessamento della dell’ANPDH e della chiesa cattolica, 35 abitazioni distrutte (dati dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani)

In un isolamento internazionale frastornante, Daniel non ha capito che proprio il ricorso all’esibizione della forza ha svelato agli occhi del paese la sua estrema debolezza politica. Il risultato è stato che, anziché fiaccare l’opposizione, a lungo termine questa scelta ha favorito la sua maturazione politica e il suo convergere sull’obiettivo comune di metter fine all’orteguismo.

La sensazione è che la resa dei conti si avvicina perché la permanenza al potere di Daniel Ortega porta al collasso il Nicaragua. L’esplosione sociale che necessariamente metterà fine al suo regime può scoppiare in qualsiasi momento. La speranza è che non debba assumere i connotati dell’altra guerra civile che vide Daniel tra i protagonisti, quella che cacciò Anastasio Somoza.

Sette mesi d’orrore a Managua ultima modifica: 2018-11-22T15:14:55+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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